Vuoi visitare gli Uffizi e la domanda vera non è se ne valga la pena. È come si fa a uscirne senza la sensazione di aver percorso tre chilometri di corridoi guardando i quadri di sfuggita.

Il museo espone circa duemila opere lungo un percorso che parte dal Duecento e arriva al Settecento. Chi entra senza una lista si ferma davanti a tutto per i primi venti minuti, poi accelera, e i capolavori per cui era venuto gli sfilano accanto nell’ultima mezz’ora, quando le gambe non reggono più. La soluzione non è correre di più: è scegliere dieci opere e concedere a ognuna il tempo che merita.

C’è anche una ragione pratica per fidarsi di una lista aggiornata. Le Gallerie degli Uffizi hanno riorganizzato l’allestimento e rinumerato le sale, quindi le indicazioni che circolano da anni, la famosa “sala 10-14” per Botticelli, non corrispondono più a quello che leggi sulle targhe. Le sale che trovi qui sotto sono quelle attuali, prese dalle schede pubblicate dal museo.

Da dove si comincia?

Dal Trecento, perché gli Uffizi sono uno dei pochi musei al mondo in cui la nascita della pittura moderna si vede in fila, sala dopo sala, nell’ordine in cui è avvenuta.

Come è organizzato il percorso

Il museo occupa due piani dell’edificio che Giorgio Vasari progettò nel 1560 per ospitare gli uffici amministrativi del Granducato, e da quella funzione burocratica viene il nome. Il secondo piano raccoglie la pittura dal Duecento al Cinquecento, con le sale contrassegnate dalla lettera A. Il primo piano ospita il Cinquecento veneziano e il Seicento, con le sale D, e finisce nelle stanze dedicate a Caravaggio.

Il percorso è quindi cronologico e in discesa. Le prime sette opere di questa lista stanno al secondo piano e le ultime tre al primo, il che significa che puoi seguirle nell’ordine in cui le racconto senza tornare indietro.

1 – La Maestà di Ognissanti di Giotto

Si comincia dalla sala A4, dove tre grandi tavole d’altare sono appese una accanto all’altra: la Maestà di Cimabue, quella di Duccio di Buoninsegna e quella di Giotto. Il museo le ha messe insieme di proposito, perché il confronto racconta in tre quadri quello che i manuali impiegano un capitolo a spiegare.

La Maestà di Ognissanti è una tempera su tavola a fondo oro di 325 per 204 centimetri, dipinta intorno al 1300-1305 per la chiesa fiorentina di Ognissanti. Guarda il trono: negli altri due dipinti è un simbolo piatto, mentre qui diventa un tabernacolo gotico costruito nello spazio, con i marmi intarsiati e gli angeli che stanno davvero davanti e dietro. E guarda la Madonna, che ha un corpo sotto il manto e un peso che spinge sul sedile.

È la ragione per cui Giotto viene considerato l’inizio di tutto, e se vuoi capire come ci sia arrivato ho raccontato la sua rivoluzione nell’articolo su Giotto di Bondone.

la maestà di ognissanti di giotto, con la madonna in trono circondata da angeli e santi

2 – I duchi di Urbino di Piero della Francesca

Nella sala A9 due tavolette di 47 per 33 centimetri ciascuna, dipinte a olio fra il 1473 e il 1475, si guardano in faccia. Sono Federico da Montefeltro e Battista Sforza, duchi di Urbino, ritratti di profilo come sulle medaglie antiche.

Il profilo non è soltanto una scelta stilistica. Federico aveva perso l’occhio destro e parte del naso in un torneo, e il lato sinistro era l’unico presentabile. Piero della Francesca trasforma il limite in un’idea: i due si fronteggiano come su una moneta imperiale, immobili, mentre alle loro spalle corre un paesaggio continuo di colline e acque che è il ducato su cui regnano.

Battista morì nel 1472, a ventisei anni, poco dopo aver dato alla luce l’erede. Il suo ritratto è quindi quasi certamente postumo, e il pallore quasi trasparente della pelle non è solo un effetto di luce.

il dittico di piero della francesca con i ritratti di federico da montefeltro e battista sforza

3 – La Primavera di Botticelli

Sempre nella sala A9 ti trovi davanti a un pannello di 207 per 319 centimetri, una tempera grassa su tavola dipinta intorno al 1480. Nove figure avanzano su un prato fiorito davanti a un boschetto di aranci, e da cinque secoli nessuno è del tutto d’accordo su che cosa stia succedendo.

La lettura più diffusa si legge da destra a sinistra: Zefiro, il vento azzurro, afferra la ninfa Clori, che si trasforma in Flora, la donna che sparge fiori dalla veste. Al centro Venere presiede, sopra di lei Cupido scocca una freccia bendato, a sinistra le tre Grazie danzano e Mercurio scosta le nuvole con il caduceo.

Quello che colpisce dal vero, e che nessuna riproduzione restituisce, è il prato: il museo ha individuato quarantadue specie riconoscibili, tra piante verdi e fiorite, dipinte una per una. Da lontano sembra un tappeto scuro; da vicino è un erbario.

la primavera di botticelli, con venere al centro e le tre grazie che danzano

4 – La nascita di Venere di Botticelli

Accanto, nella stessa sala, c’è il quadro che tutti sono venuti a vedere: 172,5 per 278,5 centimetri, tempera su tela, databile intorno al 1485.

Vale la pena sapere una cosa prima di guardarlo, perché cambia quello che vedi. La Venere di Botticelli non rispetta l’anatomia: il collo è troppo lungo, la spalla sinistra scende con un’angolazione impossibile, il braccio che copre il seno non potrebbe reggersi così. Non sono errori. Botticelli sacrifica la costruzione del corpo alla linea del contorno, che scorre ininterrotta dalla caviglia ai capelli, e ottiene una figura che sembra galleggiare invece di stare in piedi.

È l’esatto contrario di quello che stava facendo Leonardo negli stessi anni, a poche centinaia di metri di distanza, e i due quadri sono in questo museo a cinque sale l’uno dall’altro.

la nascita di venere di botticelli, con la dea sulla conchiglia sospinta dai venti

5 – L’Annunciazione di Leonardo

Nella sala A35 c’è una tavola lunga e bassa, 90 per 222 centimetri, dipinta a olio intorno al 1472. Leonardo aveva vent’anni e lavorava nella bottega del Verrocchio.

Il dipinto ha un difetto famoso: il braccio destro della Vergine è troppo lungo, e il leggio davanti a lei sporge in un modo che non torna. Per decenni quella sproporzione è stata usata per mettere in dubbio l’attribuzione. Poi si è capito che il quadro era pensato per essere appeso in alto e guardato da destra, e da quel punto di vista la sproporzione si corregge da sola.

Guarda invece le ali dell’angelo, costruite su quelle di un uccello vero e non sulle piume decorative della tradizione, e il paesaggio sullo sfondo, dove il porto e le montagne si dissolvono in una foschia azzurra. Quella foschia è la prima comparsa documentata della prospettiva aerea di Leonardo, il principio su cui costruirà tutto il resto. Nell’articolo sulle cose da sapere su Leonardo da Vinci racconto come ci era arrivato.

l'annunciazione di leonardo da vinci, con l'angelo inginocchiato nel giardino

6 – Il Tondo Doni di Michelangelo

Nella sala A38 c’è l’unica tavola dipinta di Michelangelo giunta a noi finita. È un tondo di 120 centimetri di diametro, tempera grassa su legno, eseguito fra il 1505 e il 1506 per il mercante Agnolo Doni, che aveva sposato Maddalena Strozzi l’anno prima.

La Sacra Famiglia è avvitata su sé stessa in una torsione che nessun pittore aveva tentato prima: Maria si gira all’indietro per prendere il Bambino dalle mani di Giuseppe, e i tre corpi formano una piramide compatta come una cupola. Michelangelo sta dipingendo come se stesse scolpendo, e lo dichiara apertamente.

Sullo sfondo, dietro un muretto, cinque giovani nudi si appoggiano l’uno all’altro senza una funzione narrativa chiara. Sono citazioni dalla scultura antica, compreso il Laocoonte, che era stato dissotterrato a Roma proprio in quegli anni e che Michelangelo era andato a vedere. La cornice intagliata, con la testa di Cristo e quattro profeti, la disegnò lui e la eseguì Francesco del Tasso.

Una curiosità: i ritratti di Agnolo e Maddalena Doni, dipinti da Raffaello negli stessi mesi, sono esposti nella stessa sala dal 2018. Committente e opera si sono ritrovati dopo cinquecento anni.

il tondo doni di michelangelo, con la sacra famiglia in torsione dentro la cornice circolare

7 – La Madonna del cardellino di Raffaello

Nella stessa sala A38, un olio su tavola di 107 per 77,2 centimetri, terminato prima del febbraio 1506. Raffaello lo dipinse come dono di nozze per l’amico Lorenzo Nasi.

La composizione è una piramide serena, l’opposto della torsione di Michelangelo appesa a pochi passi: Maria legge, san Giovannino porge il cardellino al Bambino, e i tre si toccano in un gesto quotidiano. Il cardellino, che si nutre di semi di cardo, allude alla corona di spine.

La storia di questo quadro è però drammatica. Nel 1547 la casa dei Nasi crollò per una frana e la tavola si spezzò in diciassette frammenti. Fu rimessa insieme con chiodi e stucco, e per secoli l’abbiamo vista attraverso quelle riparazioni. Il restauro concluso nel 2008, durato dieci anni, ha rimosso le vecchie integrazioni e restituito i colori originali: quello che vedi oggi è molto più vicino a Raffaello di quanto lo fosse la stessa opera vent’anni fa.

la madonna del cardellino di raffaello, con la vergine, il bambino e san giovannino

8 – La Venere di Urbino di Tiziano

Si scende al primo piano. Nella sala D22, protetto da un vetro antisfondamento che mantiene stabile il microclima, c’è un olio su tela di 119 per 165 centimetri, datato 1538.

Il quadro è stato letto per secoli come un nudo mitologico e non lo è. La donna distesa non ha attributi divini: è una giovane sposa veneziana, ritratta durante il rituale domestico del toccamano, la cerimonia in cui la promessa esprimeva il consenso alle nozze toccando la mano dello sposo. Il cagnolino addormentato ai piedi del letto è la fedeltà coniugale, le rose sono la costanza dell’amore, il vaso di mirto sul davanzale è la pianta di Venere. Sullo sfondo due serve preparano l’abito da sposa, oro e azzurro.

Guidobaldo II della Rovere lo comprò direttamente da Tiziano nel 1538, e arrivò a Firenze nella dote di Vittoria della Rovere, ultima erede della famiglia e moglie del granduca Ferdinando II de’ Medici. Accanto sono appese la Flora dello stesso Tiziano e la Fornarina di Sebastiano del Piombo: se ti interessa il personaggio, ho scritto della rivoluzione del colore di Tiziano Vecellio.

la venere di urbino di tiziano, distesa sul letto con il cagnolino ai piedi

9 – La Medusa di Caravaggio

Nelle sale dedicate a Caravaggio e al Seicento, dentro una teca appoggiata a un grande pannello rosso, c’è un oggetto che non è un quadro: è uno scudo da parata, di legno rivestito di tela, dipinto intorno al 1598.

Per molto tempo si è creduto che fosse uno scudo cinquecentesco semplicemente ridipinto. Le indagini radiografiche hanno stabilito che l’opera è interamente di Caravaggio, ornamenti dorati compresi.

Caravaggio non rappresenta il momento in cui Perseo uccide la Gorgone. Rappresenta la testa già recisa, con il sangue che schizza dal collo e la bocca aperta nell’urlo, nell’istante in cui la coscienza non si è ancora spenta. La superficie è convessa, quindi il volto sporge verso di te, e chi ha posato per quel volto è probabilmente lo stesso Caravaggio, che si è dipinto nell’atto di morire. Nell’articolo sui dipinti di Caravaggio trovi il resto della sua storia.

la medusa di caravaggio dipinta su uno scudo da parata convesso

10 – Giuditta che decapita Oloferne di Artemisia Gentileschi

Nella sala D29, intitolata a Caravaggio e Artemisia, un olio su tela di 146,5 per 108 centimetri, dipinto intorno al 1620.

Artemisia Gentileschi aveva già trattato lo stesso soggetto qualche anno prima. Questa è la versione della maturità, eseguita dopo i sette anni fiorentini al servizio dei Medici e il ritorno a Roma, dove aveva potuto rivedere i Caravaggio.

La differenza rispetto a molte Giuditte dipinte prima riguarda le braccia. Spesso l’eroina è ritratta dopo il fatto, con la testa già in mano e l’aria compunta. Qui Giuditta e la serva Abra stanno lavorando: puntano i gomiti, tengono fermo un uomo molto più grosso di loro, e la lama entra nel collo mentre il sangue schizza fino alla manica. È una scena di fatica fisica, rara nella tradizione del soggetto. Ho raccontato la vita di Artemisia, e il processo che la segnò, in un articolo dedicato.

giuditta che decapita oloferne di artemisia gentileschi

Informazioni pratiche

Dati verificati il 28 agosto 2026 sul sito ufficiale delle Gallerie degli Uffizi. Prezzi e orari cambiano di stagione in stagione: prima di partire ricontrolla su uffizi.it, che è il sito ufficiale, e ricorda che l’unica biglietteria autentica è tickets.uffizi.it. Tutto il resto sono rivenditori che applicano un sovrapprezzo.

Biglietti. Il biglietto intero acquistato in giornata alla cassa costa 25 euro. Lo stesso biglietto prenotato in anticipo online costa 29 euro, perché il diritto di prenotazione ufficiale si somma alla tariffa. Dal 1° gennaio 2026 esiste una tariffa pomeridiana di 16 euro, valida per gli ingressi dalle 16.00 in poi. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione Europea, oltre a quelli di Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein, di età compresa fra i 18 e i 25 anni.

Orari. Da martedì a domenica 8.15-18.30, con ultimo ingresso alle 17.30. Il museo è chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1° gennaio.

Gratuità. L’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni e la prima domenica di ogni mese, quando il museo apre con l’orario ordinario. Nelle domeniche gratuite non si prenota, quindi la fila alla cassa è lunga e conviene presentarsi all’apertura.

Come arrivare. Il museo si trova in Piazzale degli Uffizi 6, a due passi da Piazza della Signoria, e il centro di Firenze si attraversa a piedi in venti minuti da qualsiasi punto. La stazione di Santa Maria Novella dista poco più di un chilometro.

Quanto tempo. Per le dieci opere di questa lista servono circa due ore camminando senza fretta. Per una visita completa del percorso, comprese le sale del Seicento e la terrazza, metti in conto tre ore e mezza.

Cosa mettere in conto. Gli Uffizi non hanno un guardaroba capiente e gli zaini grandi vanno lasciati in deposito, il che aggiunge tempo all’ingresso. La luce migliore per il Corridoio di Ponente, quello con le finestre sull’Arno, è quella del tardo pomeriggio, che è anche la fascia della tariffa ridotta.

Se preferisci non pensarci, puoi prenotare l’ingresso prioritario alla Galleria degli Uffizi e scegliere la fascia oraria che ti resta comoda.

Cosa vedere intorno

Gli Uffizi si aprono su Piazza della Signoria e sul Ponte Vecchio, quindi la giornata si costruisce da sola: ho messo insieme un percorso completo nell’itinerario su cosa vedere a Firenze in due giorni.

Se invece vuoi restare sulla pittura toscana, la Sacra Conversazione di Piero della Francesca racconta l’altro grande quadro di quell’artista, e le guide su Siena, Pisa e Pistoia coprono le tre città in cui la stessa storia continua fuori da Firenze.