A duecento metri dalla stazione Termini, dove passano ogni giorno mezzo milione di persone, c’è il museo di scultura antica più importante d’Italia. Quasi nessun visitatore di Roma lo vede.

Il Museo Nazionale Romano è la raccolta archeologica dello Stato, nata nel 1889 con i materiali venuti fuori dai grandi scavi dell’Italia appena unita, e contiene alcuni degli oggetti più straordinari sopravvissuti dall’antichità: due bronzi greci originali, una stanza intera dipinta a giardino, una bambina mummificata con i suoi giocattoli e una statua che Hitler comprò e l’Italia si è ripresa.

Perché nessuno ci va? Per due ragioni molto banali. La prima è che non è un edificio ma quattro, sparsi in punti diversi della città, e questo confonde. La seconda è che i suoi capolavori non hanno un nome che il turismo di massa riconosce: se non sai già cos’è il Pugile in riposo, non hai motivo di cercarlo.

Rimediamo. Ti dico come funzionano le sedi, cosa cercare in ognuna, e in che ordine.

Quattro sedi aperte, un biglietto

Il primo dato pratico, e quello che risolve la confusione: il biglietto è uno solo e vale una settimana. Non devi decidere quale sede vedere: le vedi tutte, anche in giorni diversi.

Ecco cosa contiene ciascuna, con la sede indicata perché è l’informazione che serve davvero:

  • Palazzo Massimo alle Terme (largo di Villa Peretti, accanto a Termini). È la sede principale e quella da vedere se hai poco tempo: bronzi greci, ritratti imperiali, il piano degli affreschi con le pitture staccate dalle ville romane, il medagliere, e nei sotterranei la mummia di Grottarossa. Se hai due ore in tutto, spendile qui.
  • Palazzo Altemps (piazza Sant’Apollinare, dietro piazza Navona). Il palazzo rinascimentale che ospita le grandi collezioni di antichità dei nobili romani, prima di tutto la Ludovisi. È la sede più bella come edificio, ed è l’unica in cui le statue stanno in stanze affrescate invece che in sale da museo.
  • Terme di Diocleziano (viale Enrico De Nicola, di fronte a Termini). Il complesso termale più grande di Roma antica, con il chiostro attribuito a Michelangelo e le sezioni epigrafiche. Attenzione: la Natatio, l’Aula VIII e il Museo della Protostoria sono chiusi.
  • Museo dell’Arte Salvata, nell’Aula Ottagona delle Terme: espone le opere recuperate dai traffici illeciti e restituite all’Italia, in rotazione. È un pezzo di museo che non esiste altrove e dura mezz’ora.

⚠️ La Crypta Balbi è temporaneamente chiusa. Era la quinta sede, e la più originale delle cinque, perché raccontava la stratificazione di un unico isolato dall’antichità al medioevo. Se leggi articoli che te la consigliano, sono vecchi: verifica sul sito ufficiale prima di andarci.

il chiostro delle Terme di Diocleziano a Roma, con il portico su colonne e le sculture antiche allineate

1 – Il Pugile in riposo

Cominciamo dal pezzo per cui vale il viaggio, e che è a Palazzo Massimo.

Il Pugile in riposo è un bronzo greco originale della seconda metà del IV secolo a.C., alto 128 centimetri. Non una copia romana: l’originale, fuso a cera persa con procedimento indiretto, in otto sezioni poi assemblate.

Un uomo seduto su una pietra, nudo, con le mani ancora fasciate dai cesti da pugilato, il corpo enorme e la testa girata in alto verso destra, come se qualcuno lo avesse chiamato. La faccia è distrutta: naso rotto, orecchie a cavolfiore, labbro spaccato, cicatrici sugli zigomi.

E qui c’è il dettaglio tecnico che è anche il più impressionante. Le gocce di sangue sulle ferite non sono dipinte né incise: sono intarsi di rame, cioè un metallo di colore diverso inserito nel bronzo. Le trovi sulla spalla destra, sull’avambraccio, sui cesti e sulla coscia, e si vedono meglio da destra, dal lato verso cui la testa è girata. Anche le labbra e le cicatrici del viso sono state fuse a parte e applicate.

Questo non è realismo generico: è un artista che ha deciso di rendere il sangue con un altro materiale, perché il bronzo da solo non bastava. E il risultato non è un vincitore: è un uomo che ha appena finito, gonfio, che guarda su verso chi gli parla senza rispondere.

Come è arrivato fino a noi? Fu trovato nel marzo 1885 sul Quirinale, presso il convento di San Silvestro, a sei metri di profondità e appoggiato su un capitello dorico. Non era stato gettato via né sepolto in fretta: era stato nascosto con cura, probabilmente per salvarlo dalle fonderie in un momento di crisi. Negli stessi scavi riemerse anche l’altro bronzo del museo, il cosiddetto Principe ellenistico: due originali greci, insieme, sotto una collina di Roma.

il Pugile in riposo, bronzo greco seduto con le mani fasciate e gli intarsi di rame sulle ferite

2 – Il giardino dipinto di Livia

Al piano degli affreschi di Palazzo Massimo c’è una stanza che non è una stanza: è un giardino.

Gli affreschi della Villa di Livia a Prima Porta vengono da un ambiente sotterraneo della villa che fu della moglie di Augusto, e sono del I secolo d.C. Le pareti sono dipinte con una siepe in primo piano, poi un secondo recinto, e dietro un bosco fitto di alberi da frutto, allori, palme, con uccelli di specie diverse tra i rami.

A cosa serviva? A questo: la stanza era interrata, quindi buia e fresca, un rifugio dall’estate romana. Dipingerla a giardino significava restituire a chi ci stava dentro esattamente quello che quella stanza gli negava, cioè la luce e il verde. È un trompe l’oeil, ma non decorativo: è climatico.

Guarda la profondità. Il pittore ha reso i piani più lontani più sfumati e più freddi di colore, cosa che di solito si attribuisce alla pittura di paesaggio molto più tarda. E guarda gli uccelli: sono identificabili per specie, alcuni in gabbia e altri liberi.

Gli affreschi furono staccati nel 1951 e trasferiti qui; nella villa, oggi, ci sono riproduzioni fedeli, così il contesto archeologico resta leggibile e gli originali stanno al riparo.

Nello stesso piano ci sono anche gli affreschi della villa romana della Farnesina, trovata alla Lungara sotto la villa cinquecentesca. ⚠️ Attenzione al nome: questa è una villa romana antica, e non ha niente a che vedere con la Collezione Farnesina del Ministero degli Esteri, che è una raccolta di arte contemporanea di cui ho scritto nell’articolo sulla Collezione Farnesina. Due cose diverse con lo stesso nome, nella stessa città.

gli affreschi del giardino dipinto della Villa di Livia a Prima Porta, con la siepe in primo piano e il bosco di alberi da frutto

3 – Il Discobolo che Hitler comprò

Questa è la storia più incredibile del museo, e sta in una sala di Palazzo Massimo senza che quasi nessuno la racconti per intero.

Il Discobolo Lancellotti è una copia romana in marmo del celebre Discobolo di Mirone, il bronzo greco perduto di circa il 455 a.C. È la copia migliore che esista, l’unica che conservi la testa nella posizione originale.

Nel giugno 1938 fu venduto alla Germania nazista per cinque milioni di lire. Formalmente fu una vendita privata tra Hermann Göring e il principe Lancellotti; l’esportazione fu autorizzata su pressione del ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, e contro il parere contrario del Consiglio superiore delle scienze e delle arti, che si oppose. La statua partì per la Gliptoteca di Monaco di Baviera.

E poi? Finita la guerra, un uomo si mise a recuperare quello che l’Italia aveva perso: Rodolfo Siviero, agente e storico dell’arte, convinse le autorità militari alleate che l’opera era stata acquisita illegalmente, sfruttando l’alleanza fra due regimi. Il Discobolo tornò in Italia il 16 novembre 1948, insieme ad altri 38 capolavori esportati illegalmente.

Fermati davanti a questa statua e tieni a mente due date: 1938 e 1948. Dieci anni, e in mezzo una guerra mondiale. È l’unica opera del museo la cui storia recente è più drammatica di quella antica, ed è anche la migliore introduzione possibile al Museo dell’Arte Salvata che sta nelle Terme: la restituzione dei beni sottratti non è un tema nuovo, è un lavoro che l’Italia fa da ottant’anni.

il Discobolo Lancellotti, copia romana in marmo del discobolo di Mirone, a Palazzo Massimo

4 – Il Galata suicida

Adesso spostiamoci a Palazzo Altemps, dietro piazza Navona, per il gruppo più violento e più struggente della scultura antica a Roma.

Il Galata suicida è alto 211 centimetri ed è una copia marmorea del I secolo a.C. da un bronzo di circa 230-220 a.C., attribuito allo scultore Epigono.

Cosa rappresenta: un guerriero gallo che si sta uccidendo, spingendosi una spada corta tra le clavicole, mentre con il braccio sinistro sostiene la moglie che ha appena ucciso. Lei ha i capelli corti, una veste lunga e un mantello con frange di lana, ed è già morta o morente, abbandonata contro il suo corpo.

E qui c’è la lettura che rende il gruppo enorme. È una scultura fatta dai vincitori per celebrare la vittoria sui Galati, faceva parte della donazione degli Attalidi a Pergamo, e ciononostante dà dignità al nemico. Il gallo non è un barbaro ridicolo: è un uomo che sceglie la morte per non essere schiavo, e la moglie non è una vittima passiva ma parte della stessa decisione. La scultura ellenistica inventa qui una cosa nuova: il rispetto per chi hai sconfitto, usato come misura della propria grandezza.

Per secoli, tra l’altro, il gruppo fu interpretato male: si credeva rappresentasse un soggetto romano, e solo più tardi fu riconosciuto per quello che è.

il Galata suicida a Palazzo Altemps, il guerriero gallo che si uccide sostenendo la moglie morta

5 – Il Trono Ludovisi, autentico o no

Nella stessa sede c’è il pezzo su cui la storia dell’arte italiana ha litigato più a lungo.

Il Trono Ludovisi è un blocco di marmo scolpito su tre lati, datato intorno al 460-450 a.C. Sul fronte una figura femminile vestita, sollevata da due Horai, le divinità delle stagioni, dietro un velo teso; sul lato sinistro una giovane donna nuda che suona il doppio flauto; sul lato destro una donna avvolta in un mantello che mette incenso in un turibolo.

È considerato uno dei capolavori assoluti dell’arte greca in Italia. E potrebbe essere un falso.

Nel Novecento Federico Zeri sostenne che si trattasse di un’opera ottocentesca, possibilmente dello scultore Santo Varni. L’argomento non era campato in aria: la provenienza è poco documentata, esiste un secondo pezzo molto simile, il cosiddetto Trono di Boston, con caratteristiche affini che potrebbero indicare la stessa officina, e alcune scelte formali sono difficili da collocare nel V secolo a.C.

E come è finita? Non è finita. La questione resta aperta, e il museo espone il Trono come opera antica, che è la posizione maggioritaria.

Quello che ti consiglio è di guardarlo sapendo la controversia, perché cambia l’esperienza: cerchi i dettagli che sembrano troppo moderni, e poi quelli che sembrano impossibili da inventare. È l’unica sala di Roma in cui il visitatore può fare, in piccolo, il lavoro dello studioso.

il Trono Ludovisi a Palazzo Altemps, con la figura femminile sollevata da due Horai dietro il velo

6 – La mummia di Grottarossa

L’ultima opera è nei sotterranei di Palazzo Massimo, ed è quella che ricorderai per anni.

Il 5 febbraio 1964, al chilometro 13,6 della via Cassia, presso Grottarossa, in una discarica dove era stato buttato insieme al sarcofago, fu trovato il corpo mummificato di una bambina di otto anni. È la mummia romana meglio conservata che abbiamo, datata alla metà del II secolo d.C.

Nel sarcofago, di marmo bianco con mascheroni agli angoli e una scena di caccia al cervo ispirata all’episodio di Enea e Didone del quarto libro dell’Eneide, c’era il suo corredo. E il corredo è la parte che spezza:

  • una tunica di seta cinese, che dice quanto era ricca la famiglia e quanto lunghe fossero le rotte commerciali dell’impero;
  • una collana d’oro con zaffiri, orecchini d’oro, un anello d’oro con una Vittoria alata incisa;
  • una bambola d’avorio snodata, alta 16,5 centimetri, con le braccia e le gambe articolate;
  • vasetti d’ambra, amuleti, un busto d’ambra.

I genitori la fecero mummificare, che a Roma non si faceva: era una pratica egiziana, costosissima e fuori tradizione. Poi le misero accanto la bambola.

Perché conta, oltre alla commozione? Perché è un documento. Da questo corpo gli studiosi hanno ricavato informazioni sulla salute, sull’alimentazione e sulle malattie di una bambina romana del II secolo, cioè su una persona reale, con un nome che non conosciamo. La mummia è esposta in una teca a temperatura e umidità controllate, con luce filtrata: sono le condizioni che la tengono in vita, e sono anche il motivo per cui la sala è buia e silenziosa.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 30 luglio 2026 sul sito ufficiale del Museo Nazionale Romano. Prima di partire ricontrolla su museonazionaleromano.it. Nota utile: il vecchio indirizzo museonazionaleromano.beniculturali.it oggi reindirizza al nuovo dominio.

Biglietto. Combinato 15 euro, ridotto 2 euro. Vale una settimana dalla prima vidimazione, con un ingresso per sede. Esiste anche la MNR Card a 30 euro (ridotta 20), valida un anno con accessi illimitati: se stai a Roma più di qualche giorno o pensi di tornare, il conto si fa da solo. Il solo ingresso all’Aula Ottagona costa 5 euro. I biglietti non sono rimborsabili.

Orari. Tutte le sedi da martedì a domenica, 9.00-19.00, ultimo ingresso alle 18.00. Chiuso il lunedì. Ingresso gratuito la prima domenica del mese.

Sedi aperte e chiuse. Aperte: Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano e Museo dell’Arte Salvata nell’Aula Ottagona. Chiusa: la Crypta Balbi. Alle Terme sono chiuse anche la Natatio, l’Aula VIII e il Museo della Protostoria.

Come organizzare la visita. La geografia aiuta più di quanto sembri:

  • Palazzo Massimo e le Terme di Diocleziano sono uno di fronte all’altro, a Termini: si fanno nella stessa mattinata, e il biglietto è già pagato;
  • Palazzo Altemps è in centro, dietro piazza Navona, quindi si incastra in una passeggiata con il Pantheon e la Fontana di Trevi;
  • se hai due ore in tutto, fai solo Palazzo Massimo: Pugile, giardino di Livia, Discobolo, mummia. Sono i quattro pezzi di questo articolo che stanno nello stesso edificio.

Come arrivare. Metro A e B, fermata Termini, e sei a due passi da Palazzo Massimo e dalle Terme. Per Palazzo Altemps il modo più semplice è arrivare a piedi da piazza Navona.

Cosa mettere in conto. Palazzo Massimo è grande e su quattro livelli: metti in conto due ore per farlo bene, tre se ti fermi al medagliere. Le sale dei bronzi e quella della mummia sono a luce bassa, per conservazione.

Se vuoi il biglietto già pronto, puoi prenotare online l’ingresso al Museo Nazionale Romano e verificare le disponibilità. Qui la coda non è il problema: il vantaggio è avere il combinato in mano e non doverlo comprare a ogni sede.

Cosa vedere intorno

Questo museo è il complemento naturale di quasi tutto il resto della Roma antica, perché contiene le cose che sono state portate via dai luoghi.

Il collegamento più forte è con il Foro Romano e il Palatino: là vedi i contesti svuotati, qui vedi cosa ci stava dentro. Lo stesso vale per Ostia Antica, da cui vengono parte dei materiali esposti. E i Musei Capitolini sono l’altra metà della storia: la collezione pubblica più antica del mondo, nata dalle donazioni papali, contro la collezione nazionale nata dagli scavi dello Stato unitario. Due modi diversi di mettere insieme l’antichità.

Se invece esci dalle Terme di Diocleziano, davanti a te c’è piazza della Repubblica con la fontana di cui ho raccontato lo scandalo nell’articolo sulla fontana delle Naiadi: la piazza segue esattamente la curva dell’esedra delle terme antiche, e questo lo capisci solo dopo aver visto il complesso da dentro.

Un’ultima cosa, che è anche la ragione per cui ti consiglio di cominciare da qui. Nelle sale di Palazzo Massimo ci sono decine di ritratti imperiali, in fila, uno accanto all’altro. Percorrile lentamente e guarda le facce: sono persone reali, con nasi storti, menti sfuggenti e calvizie, scolpite senza pietà. Dopo aver visto quelle facce, i nomi che leggi sui cartelli del Foro e del Colosseo smettono di essere nomi.