A Palazzo Altemps le statue antiche non aspettano in una sala bianca. Stanno sotto soffitti dipinti, si affacciano su un cortile con gli agrumi in vaso e occupano le stanze di un palazzo che, prima di diventare museo, era davvero una casa.

È questo a renderlo diverso dalle altre sedi del Museo Nazionale Romano: qui l’antico conserva ancora l’atmosfera di una collezione privata. Puoi guardare il Galata suicida, l’Ares restaurato da Bernini o la Giunone Ludovisi quasi come li guardavano i principi che li avevano scelti per arredare i loro saloni.

La risposta comincia con il nipote di un papa e finisce quando Roma, diventata capitale, cambia per sempre il destino delle ville nobiliari.

Ma da dove venivano quelle statue, e come ha fatto una sola famiglia a raccoglierne tante?

Si parte!

La collezione Ludovisi, in due paragrafi

Il cuore di questa sede è la raccolta messa insieme negli anni Venti del Seicento dal cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di papa Gregorio XV, per la villa di famiglia sul Pincio. Era la stagione in cui i nipoti dei papi compravano statue antiche come si comprano oggi i quadri, e le disponevano nei giardini perché si vedessero passeggiando.

Quella villa non esiste più: fu smembrata dalla speculazione edilizia che seguì il 1870, quando Roma diventò capitale e i parchi dei nobili furono lottizzati in quartieri. Nel 1901 lo Stato italiano acquistò dai Boncompagni Ludovisi centoquattro sculture, ed è quel nucleo che vedi oggi qui. Non tutte le antichità del museo vengono però da lì: il palazzo ospita anche le raccolte Altemps, Mattei, Del Drago e la collezione egizia, e altre sculture delle raccolte aristocratiche romane si vedono alle Terme di Diocleziano, che sono un’altra sede dello stesso biglietto.

1. Il Galata suicida

La prima opera è uno dei gruppi più violenti e struggenti della scultura antica a Roma, alto 211 centimetri.

Il Galata suicida è una copia marmorea del I secolo a.C. da un bronzo di circa il 230-220 a.C., attribuito allo scultore Epigono. Rappresenta un guerriero gallo in piedi che si sta uccidendo: il braccio destro è alzato sopra la testa e la spada corta scende verticale, entrando alla base del collo, sopra la clavicola. Con il braccio sinistro l’uomo regge la moglie, che gli si accascia accanto con un ginocchio a terra, la testa reclinata sul petto e il braccio teso in fuori, la mano aperta che penzola nel vuoto. È proprio il braccio di lei che l’uomo stringe, appena sopra il gomito. Lei è già morta, e l’ha uccisa lui.

Perché questo gruppo è un capolavoro, e non soltanto una scena cruda?

Perché lo hanno commissionato i vincitori. Faceva parte della donazione degli Attalidi a Pergamo, un monumento che celebrava la vittoria sui Galati, e ciononostante dà dignità al nemico: il gallo non è un barbaro ridicolo, è un uomo che sceglie la morte per non essere ridotto in schiavitù, e la donna non è una vittima passiva ma parte della stessa decisione. La scultura ellenistica inventa qui il rispetto per il nemico sconfitto come misura della propria grandezza.

Per secoli il gruppo portò un altro nome: lo si credeva il suicidio di Peto e Arria, una coppia romana. Capita spesso con i marmi delle collezioni nobiliari, a cui si dava il soggetto che il proprietario riconosceva.

il galata suicida a palazzo altemps, il guerriero che si conficca la spada alla base del collo mentre regge il corpo della moglie che ha appena ucciso

2. Il Sarcofago Grande Ludovisi

Nella sala accanto c’è una cassa di marmo che poggia su due mensole scolpite a testa di leone, e che sulla fronte, cioè sul lato lungo destinato a essere visto, porta una battaglia fra romani e barbari.

Le figure sono decine, accavallate su tre fasce sovrapposte, senza un centimetro di fondo libero: cavalieri, fanti, cavalli che si impennano, barbari caduti e calpestati, scudi e insegne. Alla base, i due leoni scolpiti guardano il visitatore dal pavimento. Al centro, più in alto, un giovane comandante a capo scoperto solleva la mano destra, e non impugna nessuna arma.

Come si guarda un rilievo così?

Non da sinistra a destra, perché non racconta una sequenza. Si guarda dal centro verso i bordi, seguendo il comandante e poi scendendo verso i corpi in basso: la composizione è costruita per dire che l’ordine sta in alto e il caos in basso, e funziona ancora.

Il lato corto è lavorato in modo molto più sommario, quasi abbozzato, e conviene girarci intorno per vederlo: dice che la cassa era pensata per essere addossata a una parete, con una faccia sola destinata a essere guardata.

il sarcofago grande ludovisi a palazzo altemps, con la battaglia fra romani e barbari scolpita a rilievo altissimo e le mensole a testa di leone

3. L’Ares Ludovisi, e la mano di Bernini

L’Ares Ludovisi è il dio della guerra seduto, in riposo, ed è una copia romana in marmo pentelico da un originale greco di circa il 320 a.C.

Quello che la rende diversa da altre cento statue antiche di Roma è il restauro. La statua riemerse nel 1622, e il cardinale Ludovisi la affidò a un giovane scultore che in quel momento si stava facendo un nome: Gian Lorenzo Bernini. Bernini integrò le parti mancanti in marmo di Carrara, rifece per intero il piede destro e aggiunse ai piedi del dio il piccolo amorino che oggi tutti danno per antico.

Guardala sapendo questo, perché cambia quello che hai davanti. Non stai guardando una statua greca restaurata: stai guardando marmo antico e marmo barocco nello stesso blocco, e un pezzo della fama di quest’opera appartiene a chi l’ha finita quindici secoli dopo. Era il modo in cui il Seicento trattava l’antico: non come un reperto da lasciare mutilo, ma come un’opera da completare. Se ti interessa la mano che ha fatto quel lavoro, l’ho seguita per tutta la città negli articoli sulle fontane di Bernini a Roma e sui palazzi e le altre opere.

4. La Giunone Ludovisi, il primo amore romano di Goethe

La quarta opera è una testa colossale in marmo del I secolo d.C., che da sola occupa una sala.

La cosiddetta Giunone Ludovisi è quello che resta di una statua acrolita, cioè costruita con la testa e le parti nude in marmo e il resto del corpo in legno, rivestito di panneggi veri o dipinto. È la ragione per cui ne è sopravvissuta la testa e non il corpo, ed è anche il motivo per cui quella testa è così grande: era fatta per essere vista da sotto, su un corpo alto quasi il doppio. Il volto è un ritratto idealizzato, e in quel volto gli studiosi riconoscono i lineamenti di Antonia Minore nelle vesti della dea.

La fama di questa testa, però, viene dalla storia che le è cresciuta intorno. Quando Goethe la vide alla villa Ludovisi, nel 1787, la chiamò «il mio primo amore a Roma», e anni dopo si fece arrivare a casa un calco in gesso della testa, che tenne nella sua stanza. Per il classicismo tedesco quella faccia fu per decenni l’immagine stessa della bellezza antica.

5. Oreste ed Elettra, il gruppo firmato

Il gruppo di Oreste ed Elettra è della prima metà del I secolo d.C. e porta una cosa rara nella scultura antica: la firma dell’autore.

Sull’opera si legge che la fece Menelao, allievo di Stefano. È un dato prezioso perché aggancia il pezzo a una scuola precisa, quella di Pasitele, attiva fra Augusto e Tiberio: una bottega che lavorava rifacendo e combinando modelli greci più antichi.

Le due figure sono i figli di Agamennone, ritratti presso la tomba del padre. Il carattere funerario non è un’ipotesi da manuale: lo dice l’acconciatura di Elettra, che si è tagliata i capelli in segno di lutto. È il tipo di dettaglio per cui conviene avvicinarsi: una volta che lo sai, quelle non sono più due figure in posa, ma due persone in un luogo e in un momento precisi.

6. La raccolta egizia, e l’Egitto dentro Roma

La sesta opera non è una statua sola ma un intero piano di sale, ed è la parte di questo museo che quasi nessuno si aspetta.

La raccolta egizia espone soprattutto materiali provenienti dall’Iseo Campense, il santuario di Iside e Serapide che sorgeva nel Campo Marzio, a poche centinaia di metri da qui. Nella Sala del clero isiaco si vedono due ritratti di sacerdoti del culto e un piccolo ritratto di bambino con la testa rasata e una lunga ciocca lasciata crescere di lato; nella sala dedicata all’Iseo Serapeo ci sono una base di statua colossale e una sfinge acefala in granito nero di età tolemaica.

Perché a Roma c’era un santuario egizio?

Il culto di Iside arrivò in città con i commerci e i soldati, fu guardato con sospetto e più volte ostacolato, e finì per diventare uno dei più seguiti della capitale. Questa sezione serve a ricordare una cosa che le sale di marmo bianco fanno dimenticare: Roma antica era una città di culti stranieri, e li importava insieme alle merci.

Il cortile e la loggia dipinta

Non è un’opera della collezione, ma è il motivo per cui questa sede non somiglia a nessun’altra: guardala comunque.

Sali al piano nobile e affacciati sul cortile. La loggia si apre con arcate a tutto sesto su pilastri chiari, e sotto ogni arco la volta è dipinta: girali vegetali, grottesche, pergolati di frutta così fitti da sembrare un tetto di vite, e nelle lunette in basso coppie di putti che reggono cartigli e stemmi. La balaustra a colonnine chiude la loggia verso il vuoto, e dietro sono allineati i vasi d’agrumi. Più in basso corre un fregio a greca, e sotto ancora il portico del piano terra ripete le stesse arcate senza colore.

La cosa che voglio farti notare è il contrasto. Nel resto della città le statue antiche vivono in sale bianche, a luce controllata, su basi neutre. Qui vivono dentro una decorazione cinquecentesca che non è stata tolta per far posto a loro, e il risultato è che si capisce come le guardava chi le possedeva: non come documenti, ma come arredo di lusso.

L’opera che oggi non è qui: il Trono Ludovisi

Arriviamo al pezzo che manca, perché è troppo noto per tacerlo.

Il Trono Ludovisi è un blocco di marmo scolpito su tre lati, datato intorno al 460-450 a.C. Sulla fronte una figura femminile sale da terra fra due ancelle che la sorreggono per le braccia e le tendono davanti un panno increspato di pieghe fittissime; sui due lati corti c’è, da una parte, una giovane donna nuda che suona il doppio flauto, dall’altra una donna avvolta in un mantello che versa incenso in un turibolo. Il margine superiore del blocco è spezzato, e il marmo è scheggiato lungo tutto il bordo.

È considerato uno dei capolavori assoluti dell’arte greca in Italia. E c’è chi sostiene che sia un falso. Nel Novecento Federico Zeri propose che fosse un’opera ottocentesca, forse dello scultore Santo Varni: la provenienza è poco documentata, esiste a Boston un secondo pezzo molto simile e alcune scelte formali sono difficili da collocare nel V secolo a.C. La posizione maggioritaria resta quella dell’autenticità, ma la questione non è chiusa.

Attenzione: dal 4 giugno 2026 il Trono Ludovisi non è visibile a Palazzo Altemps. Lo dichiara il museo, che ne ha annunciato il prestito a una mostra: le tappe sono note, ma le fonti non concordano sulle date e non è possibile dire dove si trovi oggi l’opera né quando rientrerà. Se sei in viaggio apposta per lei, telefona prima alla biglietteria, allo 06.684851: un’opera che si è mossa una volta si muoverà ancora, e nessun articolo in rete ti avvertirà della prossima assenza.

il trono ludovisi fotografato in sala a palazzo altemps nel novembre 2024, con la figura femminile che sale fra le due ancelle dietro il panno teso

La fotografia qui sopra è del novembre 2024, quando l’opera era ancora in sala: mostra il Trono, non la sala di oggi.

Le altre tre sedi che il tuo biglietto apre

Lo stesso titolo d’ingresso vale per altre tre sedi, e sapere che cosa contengono serve a non vederle nell’ordine sbagliato.

  • Palazzo Massimo alle Terme, accanto a Termini, è la sede con la collezione più forte: due bronzi greci originali, il giardino dipinto della villa di Livia, il Discobolo Lancellotti e la mummia di Grottarossa.
  • Terme di Diocleziano, di fronte a Palazzo Massimo, è il più grande complesso termale di Roma antica, con il chiostro attribuito a Michelangelo e le sale delle iscrizioni latine.
  • Museo dell’Arte Salvata, nell’Aula Ottagona delle Terme, mostra a rotazione le opere recuperate dai traffici illeciti e restituite all’Italia.

Le quattro sedi viste una accanto all’altra, con i tempi e le distanze, sono nell’articolo sul Museo Nazionale Romano.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 13 settembre 2026 sul sito ufficiale del Museo Nazionale Romano. Prima di partire ricontrolla su museonazionaleromano.it, perché i prezzi e gli orari di questo articolo portano la data di oggi e invecchiano in silenzio.

La sede chiusa. La Crypta Balbi, quinta sede del museo, è temporaneamente chiusa al pubblico e il museo non dichiara una data di riapertura. Il biglietto unico la comprende ancora sulla carta: chi lo compra aspettandosi quattro sedi ne trova tre più l’Aula Ottagona, e conviene saperlo alla cassa.

Biglietti. Non esiste un ingresso per il solo Palazzo Altemps: si compra il biglietto unico del Museo Nazionale Romano, che costa 15 euro l’intero e 2 euro il ridotto, riservato ai cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni, e consente un accesso in ciascuna sede entro una settimana dal primo ingresso. Chi possiede un titolo convenzionato del circuito Musei in rete paga 10 euro. La MNR Card costa 30 euro l’intera e 20 euro la ridotta e dà accessi illimitati per un anno dal primo utilizzo. I biglietti non sono rimborsabili.

Orari. La sede apre da martedì a domenica, 9:00-19:00, con ultimo ingresso alle 18:00, e resta chiusa il lunedì.

Contatti. La biglietteria risponde allo 06.684851, ed è il numero da usare per chiedere se un’opera è in sala prima di attraversare la città.

Gratuità. Si entra gratuitamente la prima domenica del mese. Le altre condizioni di gratuità sono pubblicate sul sito ufficiale.

Come arrivare. Si arriva a piedi: l’ingresso è in piazza Sant’Apollinare 46, dietro piazza Navona, a cinque minuti dalla fontana dei Quattro Fiumi. Gli autobus del centro fermano in corso del Rinascimento.

Quanto tempo prevedere. Il palazzo si visita in un’ora e mezza, due ore se percorri con calma anche le sale della raccolta egizia. È la sede più piccola delle quattro, e per questo si inserisce bene in una passeggiata.

Le mostre temporanee. Il programma in corso lo trovi nella tabella delle mostre a Roma, che riverifico ogni mese.

Se vuoi il biglietto già pronto, puoi prenotare online l’ingresso al Museo Nazionale Romano e verificare le fasce disponibili: è lo stesso cumulativo, e ti evita di ricomprarlo a ogni sede.

Cosa vedere intorno

Fra le quattro sedi aperte del museo, questa è l’unica che non stia nella zona di Termini, e la posizione è il suo vantaggio.

A due minuti c’è piazza Navona, con la fontana dei Quattro Fiumi, e a dieci minuti il Pantheon. Se dopo il marmo antico vuoi la pittura, la Galleria Doria Pamphilj è nella stessa passeggiata ed è l’altro caso romano di collezione nobiliare rimasta in casa.

L’abbinamento che ti consiglio davvero, però, è con Palazzo Massimo: lì la scultura antica è messa in fila e spiegata, qui è messa in salotto. Sono due idee opposte di museo dentro lo stesso biglietto, e vederle a un giorno di distanza vale più di qualunque didascalia.

Crediti fotografici: cortile di Palazzo Altemps e Galata suicida di Paolo Villa (CC BY-SA 4.0); Sarcofago Grande Ludovisi e Trono Ludovisi di Fabrizio Garrisi (CC0), da Wikimedia Commons.