Di tutta la statuaria in bronzo che la Grecia antica ha prodotto, e ne ha prodotta moltissima, ci è arrivata una manciata di pezzi. Il bronzo si rifonde, e per duemila anni si è rifuso: statue, ritratti, dediche di santuario sono tornati in circolazione come armi, campane e monete.

Sopravvive quasi solo quello che il mare ha sottratto agli uomini. È il caso di questi due, che giacevano sul fondo davanti a Riace Marina perché la nave che li trasportava non è mai arrivata.

Il risultato è che a Reggio Calabria si entra in una sala e ci si trova davanti due corpi greci del V secolo a.C. interi, con gli occhi, i denti e le labbra al loro posto. Non è un’esperienza che si possa fare in molti altri posti al mondo.

Attenzione: la sala dei Bronzi ha ingressi contingentati e alcune giornate di chiusura programmata. Vale la pena controllare il calendario del museo prima di partire, perché è l’unico modo di sbagliare completamente la visita.

Perché sono un’eccezione, e non un capolavoro fra tanti

Che cosa rende questi due diversi da qualunque altra statua antica che hai visto in un museo? Il materiale, e quindi il numero di sopravvissuti.

Le sale di sculture classiche che si attraversano a Roma, a Napoli o al Louvre sono quasi tutte copie romane in marmo di originali greci in bronzo. Il marmo si è salvato perché non vale niente da fondere; il bronzo no. I grandi bronzi greci originali arrivati integri fino a noi si contano in poche decine in tutto il mondo, e quasi tutti vengono dall’acqua: dal mare di Riace, da quello di Anticitera, dal capo Artemisio.

i due bronzi di riace nella sala del museo di reggio calabria sulle basi di marmo bianco

Quando li guardi, quindi, non stai guardando una versione di un originale perduto. Stai guardando l’originale, con la superficie che l’artista ha lavorato e le parti in metallo prezioso che aveva scelto lui.

Il 16 agosto 1972, e chi li tirò fuori

Il ritrovamento non è merito di una campagna di scavo: è merito di un bagnante.

Il 16 agosto 1972, davanti a Riace Marina, Stefano Mariottini, un chimico romano in vacanza che stava immergendosi in apnea, notò a circa duecento metri dalla riva e a otto metri di profondità quello che sembrava un braccio umano che sporgeva dalla sabbia. Non era un cadavere: era il braccio sinistro del Bronzo A. Poco più in là c’era il secondo.

Che cosa ci facevano lì? La risposta più semplice è anche la più probabile: erano un carico. Una nave che portava statue, forse verso Roma, forse verso un cantiere di riuso, ha perso o alleggerito il carico in quel punto del mar Ionio. Non è stato trovato uno scafo, quindi la storia si ferma qui, e va detto invece di essere completata a piacere.

Il Bronzo A, quello con i denti d’argento

Il primo dei due, alto 198 centimetri, è il più famoso, e la ragione dipende da due dettagli che si vedono solo da vicino.

dettaglio della testa del bronzo a di riace con la barba riccia e gli occhi in calcite e pasta vitrea

Le labbra sono in rame, un metallo più rosso del bronzo, e così i capezzoli: servivano a dare il colore della pelle viva dove il colore conta. Fra le labbra socchiuse si intravedono i denti in argento. Gli occhi sono fatti a strati, con la sclera in calcare bianco e l’iride in pasta vitrea, e sono la ragione per cui questa faccia ti guarda invece di stare ferma.

il bronzo a di riace intero visto di fronte con la fascia sui capelli e la barba

La posa è quella che i manuali chiamano chiasmo: la gamba destra porta il peso, la sinistra è libera, il bacino si inclina da una parte e le spalle dall’altra. È l’invenzione che nel V secolo a.C. ha tolto alle statue greche la rigidità frontale, e qui la vedi funzionare su un corpo intero.

Il Bronzo B, e l’occhio che manca

Il secondo, alto 197 centimetri, è quello che i visitatori guardano per secondo e ricordano di più, per un motivo che non è estetico.

dettaglio della testa del bronzo b di riace con la calotta sui capelli e l occhio destro mancante

Gli manca l’occhio destro. L’orbita è vuota, e il vuoto cambia tutta la faccia: dove A ti fissa, B sembra guardare oltre. Non è una scelta dell’autore, è una perdita, ma è anche il dettaglio che dice meglio di ogni pannello che questi oggetti hanno passato ventiquattro secoli senza di noi.

L’altra differenza è sulla testa: B porta una calotta, cioè un berretto aderente, che quasi certamente serviva da appoggio a un elmo alzato sulla fronte, oggi perduto come le armi che entrambi tenevano in mano.

il bronzo b di riace intero visto di fronte con la calotta sul capo

Le analisi hanno mostrato che le due statue sono state costruite con procedimenti interni diversi. Sono quindi uscite da due mani, o da due botteghe, e la datazione corrente le distanzia di qualche decennio: A intorno al 460 a.C., B intorno al 430.

Come sono stati fatti

La tecnica è la fusione a cera persa indiretta, ed è il punto in cui l’archeologia diventa storia del lavoro.

Il modello si costruisce in argilla, se ne ricava un calco, sul calco si stende uno strato sottile di cera, e la cera viene chiusa fra la forma esterna e un’anima interna di terra. Poi si scalda: la cera esce e il bronzo fuso prende esattamente il suo posto. Lo spessore della statua è lo spessore che aveva quella cera, cioè pochi millimetri, ed è la ragione per cui una figura di due metri pesa oggi centosessanta chili invece di una tonnellata. Al ritrovamento ne pesava circa quattrocento, perché l’anima di terra era ancora dentro.

Un corpo così non si cola in un pezzo solo. Testa, braccia, gambe e busto vengono fusi separatamente e poi uniti con la saldatura per colata, versando altro bronzo liquido nei giunti. Nel Bronzo A, le radiografie fatte durante il restauro hanno permesso di leggere quei giunti e i difetti di fusione uno per uno, cioè di guardare dentro l’oggetto senza aprirlo.

Chi sono? La risposta onesta è che non lo sappiamo

Qui conviene diffidare di chi te lo dice con sicurezza, perché è la domanda su cui la ricerca non ha chiuso.

Le proposte circolate in cinquant’anni sono molte: due degli eroi eponimi di Atene, due dei Sette contro Tebe, un gruppo di guerrieri offerto a un santuario da una città della Magna Grecia. Nessuna ha vinto, perché mancano l’iscrizione, il contesto di scavo e la nave.

Quello che invece si può dire è che erano due figure di un gruppo più grande, pensate per essere viste da un punto preciso, probabilmente in un santuario: lo dicono la torsione delle teste e il fatto che le braccia reggessero scudo e arma. Non erano soprammobili, erano un’affermazione politica in metallo pregiato.

Quarant’anni di restauri, e un allarme del 2026

La storia moderna dei Bronzi è quasi lunga quanto la loro fama, e spiega perché la sala si visita come si visita.

Il primo intervento serio si fece a Firenze fra il 1975 e il 1980, nel laboratorio della Soprintendenza toscana. Alla fine di quel lavoro, il 15 dicembre 1980, le due statue furono esposte al pubblico per la prima volta: la mostra fiorentina durò fino al giugno del 1981 e fu un fenomeno di costume, con code che nessuna mostra archeologica italiana aveva mai visto. Nell’estate del 1981 passarono anche dal Quirinale, ospiti del presidente Sandro Pertini, e solo dopo tornarono a Reggio.

Il secondo restauro, dal 2009 al 2013, si è svolto a Palazzo Campanella, la sede del Consiglio regionale, e ha lavorato soprattutto sull’interno: la terra di fusione rimasta dentro i corpi è stata rimossa e analizzata. Le statue sono rientrate al museo nella notte del 21 dicembre 2013, e da allora poggiano su basi antisismiche in marmo, due blocchi separati da sfere che, in caso di scossa, scorrono e assorbono il movimento del suolo.

Nel maggio 2026 alcuni studiosi hanno segnalato pubblicamente che quel sistema di basi sarebbe compromesso, e con esso il controllo di temperatura e umidità della sala. Il piano strategico del museo prevede il rifacimento della sala e l’adeguamento delle basi, ma alla data di questo articolo l’intervento attende ancora il finanziamento. È una notizia da tenere presente, non un motivo per rinviare la visita.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 6 settembre 2026 sulle schede di CoopCulture, che gestisce la biglietteria, incrociate con le pagine del Ministero della cultura, perché il sito ufficiale del museo rifiuta le richieste automatiche. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Dove sono. I Bronzi si vedono al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, in piazza De Nava 26, all’ultimo livello del percorso, il livello D. Non esiste un biglietto per i soli Bronzi: si entra al museo e si arriva a loro alla fine.

Biglietti. L’intero costa 10 euro. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni. L’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni e la prima domenica del mese per tutti.

Orari. Il museo apre da martedì a domenica 9:00-20:00 e l’ultimo ingresso è alle 19:30. Chiuso il lunedì.

Come funziona l’accesso alla sala. Si entra in piccoli gruppi e a turni contingentati, per non alterare il microclima e per limitare le vibrazioni. Nelle giornate piene può voler dire aspettare, quindi non tenerti i Bronzi per gli ultimi venti minuti prima della chiusura.

Attenzione: la sala chiude in alcune date programmate, comunicate dal museo e riportate anche sui biglietti venduti online. Chi ha un biglietto per una di quelle giornate può rientrare a vedere la sala entro trenta giorni.

Quanto tempo chiede. La sola sala dei Bronzi chiede venti minuti, ed è il tempo giusto: sono due oggetti e vanno girati intorno. Il museo intero chiede tre ore.

Che cosa vedere subito dopo

Uscire dalla sala e andarsene è lo sbaglio più comune che si fa in questo museo, perché il livello D contiene anche le due teste in bronzo ripescate al largo di Porticello, che sono l’altro ritrovamento subacqueo di questo mare.

Il percorso completo del museo, livello per livello, lo trovi nell’articolo sul Museo archeologico nazionale della Magna Grecia, che spiega anche quali capolavori sono in prestito in questo momento. Per il resto della città, la mia guida su cosa vedere a Reggio Calabria mette in fila le tappe, e la pittura si trova a pochi passi da qui, alla Pinacoteca civica.

Fotografie: la sala dei Bronzi e i dettagli delle due statue di Benjamin Smith (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.