A duecento metri da Termini, Palazzo Massimo alle Terme ha l’aria di un ministero ottocentesco. Dentro custodisce invece un pugile greco ferito, un giardino dipinto per una stanza sotterranea e una bambina romana sepolta con la sua bambola d’avorio.

È il museo in cui Roma antica smette di essere un insieme di muri e nomi letti sui cartelli del Foro. Qui puoi guardare negli occhi gli imperatori, entrare nelle stanze che decoravano le loro case e ritrovare gli oggetti lasciati accanto a una bambina nel II secolo.

Le otto opere di questa guida seguono quel passaggio, dalla Grecia antica alla vita privata di Roma imperiale. Il primo incontro è con un atleta che non celebra la vittoria, ma l’istante in cui il combattimento è appena finito.

Quale dei due bronzi greci di questa sede è quello che quasi nessuno cerca?

Si parte!

1. Il Pugile in riposo

Si comincia dal piano terra, dal pezzo per cui varrebbe il viaggio anche se il resto del museo fosse chiuso.

Il Pugile in riposo è un bronzo greco originale della seconda metà del IV secolo a.C., alto 128 centimetri: non una copia romana in marmo, ma la statua fusa dal suo autore, a cera persa, in otto sezioni poi assemblate. Di bronzi greci originali, in Italia, ne sono sopravvissuti pochissimi, e fra questi ci sono i Bronzi di Riace, fusi con la stessa tecnica un secolo e mezzo prima.

Guardalo prima di leggere il cartellino. Un uomo nudo siede su un masso, gli avambracci appoggiati sulle cosce, le mani ancora chiuse nei cesti di cuoio da pugilato, la testa voltata all’indietro e in alto, verso destra, come se qualcuno lo avesse appena chiamato. Il naso è schiacciato, le orecchie sono deformate, le orbite sono vuote, la barba riccia gli copre una guancia gonfia.

Perché questo atleta non somiglia a nessun altro atleta antico?

L’autore non ha rappresentato un vincitore. Non c’è corona, non c’è gesto di trionfo, non c’è pubblico: c’è un uomo che ha appena finito di combattere e alza gli occhi senza rispondere.

C’è poi un dettaglio tecnico che spiega perché gli archeologi discutono di questa statua da un secolo e mezzo. Le gocce di sangue sulle ferite non sono dipinte né incise: sono intarsi di rame, un metallo di colore diverso inserito nel bronzo, e si riconoscono sulla spalla destra, sull’avambraccio, sui cesti e sulla coscia. Anche le labbra e le cicatrici del viso furono fuse a parte e applicate. Si vedono meglio spostandosi sul lato destro, quello verso cui la testa punta.

La statua riemerse nel marzo 1885 sul Quirinale, presso il convento di San Silvestro, a sei metri di profondità, appoggiata su un capitello dorico. Non era stata gettata via: era stata nascosta con cura, probabilmente per salvarla dalle fonderie.

il pugile in riposo, bronzo greco seduto su un masso con le mani fasciate dai cesti e la testa voltata in alto verso destra

2. Il Principe ellenistico, il bronzo che nessuno cerca

Nello stesso scavo del 1885, fatto sul Quirinale durante i lavori per il Teatro Nazionale e probabilmente dentro i resti delle Terme di Costantino, venne fuori un secondo bronzo greco originale. Si trova a pochi passi dal primo, e davanti non si ferma quasi nessuno.

Il cosiddetto Principe ellenistico rappresenta un giovane nudo, secondo la convenzione eroica della scultura greca, appoggiato con la mano sinistra a una lunga asta di cui si è persa la punta. Non sappiamo chi sia: il nome che porta è una definizione di comodo, e le proposte vanno da un sovrano ellenistico, forse Attalo II, a un greco che combatté contro i romani.

La cosa da portarsi via, in questa sala, non è la statua da sola: è il fatto che due originali greci in bronzo siano usciti dalla stessa buca, a Roma, nello stesso mese. Ne sopravvivono così pochi perché il metallo si rifondeva; qui ce ne sono due, e sono arrivati insieme perché qualcuno, in un momento di crisi, decise di seppellirli invece di venderli al peso.

3. Il giardino dipinto della Villa di Livia

Al secondo piano, quello degli affreschi staccati, c’è una stanza che non è una stanza: è un giardino.

Le pareti vengono da un ambiente sotterraneo della villa di Livia a Prima Porta, la casa di campagna della moglie di Augusto, e sono del I secolo d.C. Lungo il bordo inferiore corre una sottile striscia d’erba, e subito sopra un muretto rosa, con il motivo a traforo inciso sulla faccia e piccoli arbusti al piede. Dietro il muretto la vegetazione si infittisce e si mescola: alberi da frutto con i frutti gialli e rossi ancora riconoscibili sui rami, fiori, uccelli di specie diverse, alcuni posati, altri in volo sul fondo chiaro. In alto il bordo dell’affresco è strappato e irregolare.

A che cosa serviva dipingere un giardino sottoterra?

A restituire a quella stanza esattamente quello che le mancava. L’ambiente era interrato, quindi buio e fresco, un rifugio dall’estate romana: affrescarlo a giardino significava dare luce e verde a chi ci si rifugiava proprio per non averli. È un trompe l’oeil, ma risponde al clima prima che al gusto.

Guarda la profondità. Il pittore ha reso i piani più lontani più sfumati e più freddi di colore, un procedimento che di solito si attribuisce alla pittura di paesaggio molto più tarda. Gli affreschi furono staccati nel 1951 e portati qui; nella villa, oggi, ci sono riproduzioni fedeli.

il giardino dipinto della villa di Livia a Prima Porta, con il muretto rosa a traforo in primo piano e dietro la vegetazione fitta con gli uccelli

4. Gli affreschi della villa della Farnesina

Sullo stesso piano, poche sale più avanti, ci sono le pitture di un’altra casa: la villa romana della Farnesina, trovata alla Lungara sotto la villa cinquecentesca quando si costruivano i muraglioni del Tevere.

Qui il registro cambia del tutto. Il giardino di Livia è un muro che si apre; questi sono muri che si chiudono, con partiture architettoniche finte, riquadri, fregi minuti e figurine dipinte con la punta del pennello. Sono due modi opposti di risolvere lo stesso problema, la parete di una casa ricca, e la sala li mette a distanza di pochi metri.

Attenzione al nome: questa è una villa romana antica, e non ha niente a che vedere con la Collezione Farnesina del Ministero degli Esteri, che raccoglie arte contemporanea. Due cose diverse con lo stesso nome, nella stessa città.

5. Il Discobolo Lancellotti, venduto e riportato indietro

Al primo piano c’è la statua con la storia recente più drammatica del museo.

Il Discobolo Lancellotti è una copia romana in marmo del Discobolo di Mirone, il bronzo greco perduto di circa il 455 a.C. È la copia migliore che esista, e l’unica che conservi la testa nella posizione originale, girata verso il disco.

Nel giugno 1938 fu venduto alla Germania nazista per cinque milioni di lire. Formalmente fu una vendita privata fra Hermann Göring e il principe Lancellotti; l’esportazione venne autorizzata su pressione del ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, contro il parere del Consiglio superiore delle scienze e delle arti. La statua partì per la Gliptoteca di Monaco di Baviera.

E poi?

La guerra finì, e Rodolfo Siviero, lo storico dell’arte che l’Italia incaricò di recuperare le opere disperse dal conflitto, convinse le autorità militari alleate che l’opera era stata acquisita illegalmente sfruttando l’alleanza fra due regimi. Il Discobolo tornò in Italia il 16 novembre 1948, insieme ad altri trentotto capolavori esportati illegalmente.

Tieni a mente le due date mentre lo guardi, 1938 e 1948, perché sono anche la migliore introduzione al Museo dell’Arte Salvata, che è a cinque minuti da qui e che il tuo stesso biglietto apre. Restituire i beni sottratti non è un tema recente: è un lavoro che l’Italia fa da ottant’anni.

6. L’Augusto Pontefice Massimo

Sempre al piano terra, in mezzo ai ritratti imperiali, c’è la statua che mostra il primo imperatore nella carica religiosa più alta di Roma.

L’Augusto di via Labicana, trovato nel 1910 sulle pendici dell’Oppio, lungo la strada che gli dà il nome, ritrae Augusto in toga con un lembo del tessuto tirato sopra il capo: è il gesto rituale del sacrificio, che il pontefice massimo compiva a capo coperto. Il braccio destro, oggi spezzato, reggeva con ogni probabilità la patera con cui si versava il vino. Non è un imperatore in armi né un dio: è un sacerdote in funzione. La statua è una copia di età tiberiana di un ritratto elaborato a cavallo fra il I secolo a.C. e il I d.C.

Perché Augusto si fece ritrarre proprio così?

Il suo potere si costruì anche per immagini, e ogni immagine diceva una cosa precisa. Percorri lentamente le sale dei ritratti imperiali che seguono e guarda le facce: nasi storti, menti sfuggenti, calvizie, scolpiti senza pietà. Dopo quelle facce, i nomi che leggi sui cartelli del Foro Romano e del Palatino smettono di essere soltanto nomi.

7. Il sarcofago di Portonaccio

Al primo piano, il pezzo più affollato del museo: una cassa marmorea databile intorno al 180 d.C., trovata nel 1931 nella zona di Portonaccio, a Roma.

Sulla fronte si accavallano decine di figure, romani e barbari, cavalli, scudi, corpi caduti sotto gli zoccoli, in un rilievo tanto profondo che in più punti il marmo è scavato fino a staccarsi dal fondo. Avvicinati e guarda dove finisce la pietra: sotto le teste e sotto le zampe dei cavalli c’è il vuoto, e l’ombra che ne viene è parte della scultura.

Il dettaglio che vale il tempo di fermarsi è il volto del generale a cavallo al centro della mischia, che è senza lineamenti: i visi dei personaggi principali sono rimasti incompiuti, in attesa dei tratti del defunto, che non furono mai scolpiti. La faccia resta liscia in mezzo a centinaia di dettagli finiti al millimetro. L’uomo sepolto era forse un ufficiale delle campagne germaniche e sarmatiche di Marco Aurelio.

8. La mummia di Grottarossa

L’ultima opera è nei sotterranei, ed è quella che ricorderai per anni.

Il 5 febbraio 1964, al chilometro 13,6 della via Cassia fu trovato, in una discarica, il corpo mummificato di una bambina di otto anni, finito lì insieme al suo sarcofago. È la mummia romana meglio conservata che abbiamo, e risale alla metà del II secolo d.C.

I genitori la fecero mummificare: una pratica egiziana, costosissima e fuori tradizione, che a Roma non si usava. Poi le misero accanto il corredo, ed è quello la parte che spezza: una tunica di seta cinese, una collana d’oro con zaffiri, orecchini e un anello d’oro con una Vittoria alata incisa, vasetti d’ambra, amuleti, e una bambola d’avorio snodata alta 16,5 centimetri, con braccia e gambe articolate.

Il sarcofago, di marmo bianco con mascheroni agli angoli, porta una scena di caccia al cervo ispirata all’episodio di Enea e Didone del quarto libro dell’Eneide.

Da quel corpo gli studiosi hanno ricavato dati sulla salute, sull’alimentazione e sulle malattie di una bambina romana del II secolo: una persona reale di cui non conosciamo il nome. La mummia è esposta in una teca a temperatura e umidità controllate, con luce filtrata: è per questo che la sala è buia e silenziosa.

Le altre tre sedi che il tuo biglietto apre

Il biglietto che hai in mano non si esaurisce qui: le altre sedi sono a quindici minuti l’una dall’altra. Ognuna risponde a una domanda diversa, quindi conviene sapere prima che cosa contengono.

  • Palazzo Altemps, dietro piazza Navona, ospita le collezioni di antichità dei nobili romani, prima di tutto la Ludovisi, dentro un palazzo rinascimentale con le stanze affrescate: è l’unica sede in cui le statue non sono allineate in sale da museo.
  • Terme di Diocleziano, proprio di fronte a questo palazzo, è il più grande complesso termale di Roma antica, con il chiostro attribuito a Michelangelo e le sale delle iscrizioni latine.
  • Museo dell’Arte Salvata, nell’Aula Ottagona delle Terme, espone a rotazione le opere recuperate dai traffici illeciti e restituite all’Italia, e si vede in mezz’ora.

L’itinerario che tiene insieme le quattro sedi l’ho raccontato nell’articolo sul Museo Nazionale Romano.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 13 settembre 2026 sul sito ufficiale del Museo Nazionale Romano. Prima di partire ricontrolla su museonazionaleromano.it: prezzi e orari cambiano, e in questo articolo hanno la data di sopra.

La sede chiusa. La Crypta Balbi, quinta sede del museo, è temporaneamente chiusa al pubblico senza data di riapertura dichiarata. Il biglietto unico la comprende ancora sulla carta: chi lo compra aspettandosi quattro sedi ne trova tre più l’Aula Ottagona. Meglio saperlo prima di pagare che dopo.

Biglietti. Non esiste un ingresso per la sola sede di Palazzo Massimo: si compra il biglietto unico del Museo Nazionale Romano, che costa 15 euro l’intero e 2 euro il ridotto, riservato ai cittadini dell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni. Il titolo consente un accesso in ciascuna sede entro una settimana dal primo ingresso. Chi possiede un titolo convenzionato del circuito Musei in rete paga 10 euro. Esiste anche la MNR Card, che costa 30 euro l’intera e 20 euro la ridotta e dà accessi illimitati per un anno dal primo utilizzo. I biglietti non sono rimborsabili su nessun canale ufficiale.

Orari. La sede apre da martedì a domenica, 9:00-19:00, e l’ultimo ingresso è alle 18:00. Il museo resta chiuso il lunedì.

Gratuità. L’ingresso è gratuito la prima domenica del mese; le altre condizioni di gratuità sono pubblicate sul sito ufficiale e conviene leggerle prima di mettersi in coda, perché cambiano.

Come arrivare. Le metropolitane A e B fermano a Termini, e da lì si cammina per tre minuti. L’ingresso è in largo di Villa Peretti 2, sul lato della piazza dei Cinquecento.

Quanto tempo prevedere. Le otto opere di questo articolo occupano un’ora e mezza con un passo spedito fra i quattro livelli. Metti in conto due ore e mezza se vuoi anche il medagliere e le sale dei ritratti imperiali, dove questo museo dà il meglio di sé.

Le mostre temporanee. Il programma in corso in questa sede, con le date, lo aggiorno ogni mese nella tabella delle mostre a Roma. Questo articolo racconta la collezione permanente, quella tabella dice che cosa si aggiunge oggi.

Se preferisci avere il biglietto già in tasca, puoi prenotare online l’ingresso al Museo Nazionale Romano e controllare le fasce disponibili. Qui la coda non è il problema principale: il vantaggio è avere il cumulativo pronto e non ricomprarlo a ogni sede.

Cosa vedere intorno

Questo museo contiene quello che è stato tolto ai siti archeologici, e per questo funziona meglio se lo abbini a un sito svuotato.

Il collegamento più forte è con il Foro Romano e il Palatino: là vedi i contesti senza gli oggetti, qui gli oggetti senza i contesti. Lo stesso vale per Ostia Antica. I Musei Capitolini raccontano invece l’altra metà della storia, perché sono la collezione pubblica più antica del mondo, nata dalle donazioni dei papi, mentre questa è la collezione dello Stato unitario, nata dagli scavi.

Se esci e attraversi la piazza sei davanti alle Terme di Diocleziano, che il tuo biglietto apre già. Se hai voglia di pittura invece che di marmo, a venti minuti di metro c’è Palazzo Barberini, con due Caravaggio e la Fornarina.

Crediti fotografici: facciata di Palazzo Massimo di Wolters M. (CC BY-SA 4.0); Pugile in riposo di Livioandronico2013 (CC BY-SA 4.0); affreschi della Villa di Livia di Carole Raddato (CC BY-SA 2.0), tutte da Wikimedia Commons.