In un angolo di Villa Torlonia, il parco sulla via Nomentana, c’è una casa che sembra uscita da un libro di fiabe: torrette, logge, porticati, maioliche colorate e finestre piene di vetri dipinti. Si chiama Casina delle Civette, e il nome viene da due uccelli notturni stilizzati fra i tralci d’edera, disegnati nel 1914 per una vetrata.
Oggi la casa è il museo della vetrata liberty: cinquantaquattro vetrate originali rimesse al loro posto dopo il restauro, altre diciotto acquistate ed esposte su supporti, e più di cento disegni preparatori. Il lunedì la Casina è chiusa, e fino al 29 novembre 2026 il biglietto comprende anche una mostra su uno dei quattro artisti che le disegnarono.
Prima di cercare le sei vetrate di questa guida, conviene capire che casa hai davanti.
Che cosa lega una casa di vetrate liberty all’emblema della Repubblica italiana?
Si parte!
Da capanna svizzera a villaggio medievale
Nel 1840 l’architetto Giuseppe Jappelli progettò la casa per il principe Alessandro Torlonia come Capanna Svizzera: un rifugio rustico, con l’esterno in blocchi di tufo e le pareti interne dipinte a tempera per imitare le rocce e le assi di legno. Era un capriccio da giardino romantico, di quelli che le ville dell’Ottocento si concedevano accanto al palazzo vero.
Dal 1908 Giovanni Torlonia junior la fece trasformare dall’architetto Enrico Gennari, che ne ricavò una residenza raffinata, con grandi finestre, piccole logge, porticati, torrette e decorazioni in maiolica e vetro colorato. Dal 1917 Vincenzo Fasolo aggiunse le strutture sul fronte sud. Il principe ci visse fino alla morte, nel 1938.
C’è un equivoco da togliere subito. Mussolini abitò a Villa Torlonia, ma nel Casino Nobile, la grande palazzina neoclassica del parco: la Casina delle Civette era la casa del principe, e il duce non ci visse mai.
Dopo il 1938 la casa cominciò a perdere pezzi. Fra il 1944 e il 1947 la villa fu requisita dai comandi anglo-americani, che la restituirono devastata; nel 1978 il Comune di Roma la comprò, e nel 1991 un incendio, insieme a furti e vandalismi, ridusse la Casina quasi in rovina. Il restauro è durato dal 1992 al 1997. Per rifare le stanze si sono usate fotografie degli anni Trenta e del 1978, e i verbali scritti nel 1944 e nel 1947, quando la casa fu requisita e poi riconsegnata.
Guardala sapendo questo: le stanze che attraversi sono in buona parte una ricostruzione documentata, e le vetrate sono la parte che è tornata al suo posto davvero.

1. Le civette di Cambellotti, che hanno dato il nome alla casa
La vetrata da cui tutto comincia l’ha disegnata Duilio Cambellotti nel 1914, per la Stanza delle Civette: due civette stilizzate fra i tralci d’edera.
Dal 1916 i documenti chiamano l’edificio «Casina delle Civette», e da quel momento il tema diventò quasi un’ossessione: civette nelle decorazioni, civette negli arredi, civette sparse in ogni angolo della casa. Il gioco più divertente della visita è cercarle stanza per stanza, e ne troverai più di quante ti aspetti.
Il tema comincia prima della porta. Sotto la tettoia di legno di uno degli ingressi c’è una lunetta colorata con una civetta su un ramo, tre piccoli nel nido e un secondo uccello in volo, e sotto corre una scritta in caratteri gotici: «Sapienza e solitudine». Alza gli occhi prima di entrare, perché è il biglietto da visita della casa.

Dentro, nella Stanza delle Civette, oltre alla vetrata del 1914 c’è una seconda finestra con le civette, sempre di Cambellotti, del 1918. Mettile a confronto: sono lo stesso soggetto a quattro anni di distanza, disegnato dalla stessa mano per la stessa stanza.
2. La Stanza del Chiodo, dove si capisce come nasceva una vetrata
Resta al pianterreno per la Stanza del Chiodo, che prende il nome da un’altra vetrata di Cambellotti, del 1914-1915: un grande chiodo avvolto da tralci e grappoli d’uva.
Chi faceva davvero una vetrata, il pittore o il vetraio?
Tutti e due, e questa stanza lo racconta meglio di un cartellino. Qui il museo espone i disegni di lavoro, che mostrano come un’idea diventava vetro: il bozzetto dell’artista, poi il cartone a grandezza reale, poi il taglio dei vetri colorati e la loro legatura con il piombo. Cambellotti, Bottazzi, Grassi e Paschetto disegnavano; tutte le vetrate della casa uscirono però dal laboratorio di Cesare Picchiarini, che il vetro lo tagliava, lo dipingeva e lo montava.
Ricordalo per il resto della visita: ogni vetrata che vedi ha due autori, e il secondo è sempre lo stesso.
3. I pavoni di Bottazzi, nella Stanza dei Ciclamini
Umberto Bottazzi disegnò I pavoni nel 1912, per la Stanza dei Ciclamini, e fra le vetrate d’autore di questa guida è la più antica. È una lunetta divisa in tre: al centro due pavoni blu si affrontano ai lati di una coppa, e ai lati altri pavoni, verdi e bruni, riempiono il semicerchio fino al bordo, con le code piene di occhi azzurri e viola.
Alza gli occhi sui pavoni e poi abbassali sul pavimento. La stanza si chiama così per i ciclamini che ne decorano il pavimento, e qui capisci il principio che regge tutta la casa: ogni stanza ha un tema, e il tema passa dal vetro agli stucchi, dalle maioliche ai pavimenti. Le rondini, le rose e i trifogli che incontrerai più avanti non sono decorazioni sparse: sono i nomi delle stanze.
Fai caso anche a che cosa volevano dire i soggetti. L’uva e l’edera dicevano la fertilità e la crescita, le rose la bellezza e il tempo che passa, le rondini e gli uccelli migratori il ritorno delle stagioni.

4. L’idolo di Vittorio Grassi, nella camera da letto del principe
Sali al primo piano, nella camera da letto del principe: sulla sua finestra c’è L’idolo di Vittorio Grassi, del 1918, con figure di gusto egizio.
In una casa di edera, rose e uccelli è la vetrata che ti sorprende di più, e dice una cosa del liberty che le altre tacciono: quel gusto prendeva i suoi motivi ovunque, dalla botanica all’antico, e un principe romano poteva dormire sotto un idolo egizio senza che nessuno lo trovasse strano.
Sullo stesso piano non perderti il Salottino dei Satiri, una stanza ottagonale con i satiri sul lucernario e una vetrata di Cambellotti con edera e nastri, anche questa del 1918.
5. Il Balcone delle Rose di Paschetto, e l’emblema della Repubblica
Le vetrate del Balcone delle Rose sono di Paolo Paschetto, del 1920: rose, nastri e farfalle.
Paschetto è l’artista che disegnò l’emblema della Repubblica italiana, la stella a cinque punte sulla ruota dentata fra un ramo d’ulivo e uno di quercia, quello che trovi su ogni documento dello Stato. Lo disegnò quasi trent’anni dopo queste rose, e fino al 29 novembre 2026 la Casina gli dedica la mostra Sotto una buona stella, compresa nel biglietto.
Guarda come Paschetto stilizza un fiore per un balcone privato, e poi pensa all’emblema: la mano è la stessa. Di Paschetto, al pianterreno, c’è anche Ali e fiamme, nella Stanza dei Trifogli.
6. Le vetrate che in questa casa non sono mai state
L’ultima cosa da cercare è la collezione, e cambia il senso del museo. Oltre alle 54 vetrate originali tornate ai loro posti con il restauro, il museo conserva 18 vetrate acquistate, esposte su supporti autoportanti, e 105 bozzetti e cartoni preparatori.
Perché un museo di vetrate conserva vetrate che in questa casa non sono mai state?
Perché la Casina non racconta solo sé stessa. Con i pezzi acquistati e i cartoni, il museo documenta l’arte della vetrata italiana del primo Novecento nel suo insieme, e alcuni cartoni sono progetti che non diventarono mai vetro. Nella sala al pianterreno c’è il grande cartone di Cambellotti I guerrieri o Visione eroica, e fra i disegni ci sono quelli di una serie che Cambellotti non realizzò, L’alba, il giorno e la notte.
Fermati sui cartoni prima di uscire. Sono il punto in cui vedi la vetrata come la vedeva il suo autore, prima che la bottega di Picchiarini la traducesse in vetro e piombo. Poi cerca la vetrata del laboratorio con le rondini, del 1914 circa: uccelli neri in volo fra nuvole bianche e foglie dorate, lo stesso soggetto che al primo piano, nella Stanza delle Rondini, è modellato nello stucco.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 21 settembre 2026 sul sito ufficiale museivillatorlonia.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. Il biglietto della sola Casina costa 10,50 euro di intero e 7 di ridotto, e fino al 29 novembre 2026 comprende la mostra su Paschetto: dopo quella data il prezzo può cambiare. Il ridotto spetta, fra gli altri, a chi ha fra 6 e 18 anni e ai possessori della Roma Pass. Il cumulativo con Casino Nobile, Casino dei Principi e Serra Moresca costa 17 euro e 13 di ridotto, e non si vende a luglio e ad agosto. La biglietteria è una sola, al Casino Nobile, quindi il biglietto si compra lì prima di andare alla Casina. Chi compra online o al call center 060608 paga 1 euro di prevendita, e quei biglietti non si possono rimborsare né cambiare. Gratuità. Dal febbraio 2026 entrano gratis i residenti a Roma e nella Città Metropolitana che mostrano un documento in cassa, e la prima domenica del mese l’ingresso gratuito vale solo per loro. Entrano gratis anche i possessori della MIC card. Orari. Il museo apre da martedì a domenica 9:00-19:00, e l’ultimo ingresso è alle 18:00. Resta chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre. Come arrivare. Villa Torlonia ha l’ingresso principale in via Nomentana 70, e il parco si attraversa liberamente. La fermata di metro B più comoda è Bologna. Il call center del Comune risponde allo 060608. Quanto tempo prevedere. Le sei vetrate di questa guida chiedono un’ora. Aggiungi mezz’ora per la mostra su Paschetto, e un pomeriggio intero se prendi il cumulativo e vedi anche il Casino Nobile.
Da qui in poi
Il resto del parco, con il Casino Nobile dove visse Mussolini e la storia della famiglia, è in Villa Torlonia e le sue casine incantate. A poche strade di distanza c’è l’altro grande capitolo del liberty romano, le palazzine fantastiche del Quartiere Coppedè, che è gratuito e all’aperto.
Se ti interessano le arti decorative del Novecento raccolte in una casa, la più vicina per spirito è la Casa Museo Boncompagni Ludovisi, fra alta moda e arredi. Per orientarti fra tutti i musei della città c’è Musei di Roma: gli 8 imperdibili.
Crediti fotografici: la facciata è di Gaux (CC BY-SA 4.0); il lato con i timpani è di Greymouser (CC BY-SA 4.0); la lunetta dell’ingresso, i pavoni e le rondini sono di Sailko (CC BY 3.0), tutte da Wikimedia Commons.
