In cima alla scalinata di Trinità dei Monti, il viale che porta al Pincio passa davanti a una facciata chiusa e severa. È Villa Medici, e dalla strada non lascia indovinare niente: dall’altra parte c’è una facciata coperta di rilievi antichi fra due torri, un giardino del Cinquecento e le stanze di un cardinale che sarebbe diventato granduca di Toscana.

Dal 1803 è la sede dell’Accademia di Francia a Roma, e si visita come si visita una casa abitata: il giardino e le stanze storiche si vedono solo con una visita guidata, che dura un’ora e mezza. La villa è chiusa il martedì, e le visite in italiano sono tre al giorno, alle 11:00, alle 15:30 e alle 17:30: prenota prima, se non vuoi fare il giro in inglese o in francese.

La prima delle sei cose di questa guida si vede gratis, dal viale.

Perché due pezzi dell’Ara Pacis non sono mai tornati all’Ara Pacis?

Si parte!

Da un cardinale di Montepulciano a Napoleone

Il terreno lo comprò nel 1564 il cardinale Giovanni Ricci da Montepulciano, che avviò la costruzione. Nel 1576 la villa passò al cardinale Ferdinando de’ Medici, che fece completare la costruzione a Bartolomeo Ammannati e la riempì di antichità.

Tieni a mente quello che successe dopo, perché spiega mezza visita. Ferdinando diventò granduca di Toscana nel 1587, la villa restò ai Medici, e nei due secoli successivi i pezzi migliori presero la strada di Firenze: la Venere de’ Medici, il gruppo dei Niobidi, il Mercurio di Giambologna. In molti punti della visita vedrai il posto in cui un capolavoro era esposto, e la villa te lo fa capire con le copie.

Nel 1633 ci soggiornò Galileo Galilei, ospite dei Medici durante il processo dell’Inquisizione. Nel 1803 Napoleone ne fece la sede dell’Accademia di Francia, che per un secolo e mezzo ospitò i vincitori del Prix de Rome: ci passarono Hector Berlioz e Claude Debussy, e Ingres la diresse. Dal 1961 al 1977 il direttore fu il pittore Balthus, che restaurò la villa e ripiantò i pini del giardino.

1. La fontana davanti alla villa, e la leggenda della palla di cannone

Prima di entrare, fermati sulla terrazza davanti all’ingresso. C’è una fontana con una vasca rotonda e una sfera di pietra scura al centro, da cui l’acqua esce da un beccuccio in cima, e da lì la vista si apre su Roma. Non serve il biglietto: è la parte della villa che ogni romano conosce senza esserci mai entrato.

La sfera ha una leggenda. Si racconta che sia una palla di cannone sparata da Castel Sant’Angelo dalla regina Cristina di Svezia, e che sia rimasta qui dove cadde. È una storia che passa di guida in guida senza un documento che la sostenga: prendila per quello che è, una leggenda romana, e goditi la vista.

la fontana davanti all ingresso di villa medici, con la sfera di pietra scura al centro della vasca rotonda e il portale ad arco con la scritta dell accademia di francia riflesso nell acqua

2. La facciata sul giardino, e i festoni dell’Ara Pacis

Dal giardino la villa cambia faccia. La facciata interna è coperta di bassorilievi antichi, distribuiti in simmetria su quattro piani: scene mitologiche e sacrifici, episodi delle guerre di Traiano contro i Daci, Ercole che lotta con il leone di Nemea. È una collezione murata: nel Cinquecento le antichità si esponevano così, incastonate nell’architettura.

Sulle ali laterali ci sono festoni con bucrani dell’Ara Pacis, l’altare della pace di Augusto. I rilievi dell’altare erano finiti qui come pezzi da collezione, molto prima che qualcuno sapesse a che monumento appartenevano; nel Settecento la maggior parte partì per Firenze. Quando nel 1937-1938 l’Ara Pacis fu ricostruita a Roma, le lastre degli Uffizi tornarono, e quelle murate qui no: nella ricostruzione vennero rifatte in gesso.

Cerca i festoni con gli occhi, e poi vai all’Ara Pacis: davanti a quei pezzi saprai che l’originale è qui, sul Pincio, dentro un giardino francese.

un rilievo antico murato nella facciata di villa medici verso il giardino, con due festoni di foglie e frutti appesi a un bucranio centrale e due rosette, dentro una cornice rettangolare

3. Lo Studiolo di Ferdinando, e la stanza degli uccelli

Ferdinando si fece costruire, all’estremità del giardino e sopra le Mura Aureliane, un piccolo padiglione che oggi tutti chiamano Studiolo. La stanza principale misura sei metri per sei e occupa la sommità di una delle torri delle mura. La volta la affrescò Jacopo Zucchi, probabilmente con dei collaboratori, fra l’agosto 1576 e l’aprile 1577.

Il soggetto è un pergolato pieno di uccelli e di piante, e la sua novità è il fondo: bianco, invece del cielo azzurro che i pittori romani del tempo mettevano dietro i pergolati. Gli uccelli e le piante sono copiati da incisioni e disegni scientifici, con il rigore di un erbario. Fra gli uccelli, sui rami di un melograno, c’è un tacchino, un animale arrivato in Europa dalle Americhe da pochi decenni: cercalo, perché per un cardinale del 1576 era una curiosità esotica quanto un pappagallo.

Come può una volta dipinta nel 1576 restare sconosciuta fino al 1985?

Perché qualcuno la coprì. Con ogni probabilità successe all’inizio dell’Ottocento, quando l’Accademia trasformò il padiglione in atelier: la volta, rovinata dalle infiltrazioni, fu imbiancata, e altri strati di pittura la cancellarono dalla memoria. Alla fine del Settecento l’aveva ancora vista il marchese de Sade, che la descrisse e la lodò. La riscoprì nel luglio 1985 Géraldine Albers, restauratrice e allora borsista dell’Accademia, e l’ultimo restauro si è chiuso nel 2010-2011.

Accanto c’è uno stanzino a forma di corridoio, che invece non è mai stato coperto ed è decorato con l’Aurora, le stagioni, le favole di Fedro e piccole vedute della villa e dei suoi giardini. Guardale con attenzione, perché mostrano il giardino come fu progettato.

il tacchino dipinto da jacopo zucchi sulla volta dello studiolo, con la coda a ventaglio e il collo rosso, fra i rami di un melograno appoggiato al graticcio del pergolato, con un pettirosso poco sopra

4. I Niobidi, le copie di un gruppo partito per Firenze

In fondo al giardino ci sono i Niobidi: tredici statue con il mito di Niobe, la madre che si vantò dei propri figli davanti a Latona e che li vide uccidere da Apollo e Artemide. Fra le figure c’è anche un cavallo.

Sono copie. Gli originali furono ritrovati a Roma nel 1583, Ferdinando li comprò e li sistemò qui, e nel 1770 partirono per Firenze: oggi sono agli Uffizi, in una sala costruita apposta per loro.

Perché una villa espone le copie delle statue che ha perso?

Perché dal 2000 il giardino viene restaurato per ritrovare il disegno del Cinquecento, e in quel disegno i Niobidi avevano il loro posto. Senza le copie, il giardino di Ferdinando perderebbe uno dei suoi pezzi più celebri.

le copie in marmo bianco dei niobidi sparse su un prato con rocce, fra cui un cavallo impennato e figure in movimento, con una siepe alta e i lecci del giardino sullo sfondo

5. La gipsoteca, dove si imparava a disegnare

Vicino ai Niobidi c’è la gipsoteca, la collezione di calchi in gesso che i borsisti dell’Accademia hanno realizzato dal Seicento in poi sugli originali antichi. Ci sono il Torso del Belvedere, un Apollo, le teste gigantesche di Giunone e Minerva, e molti ritratti di imperatori, filosofi, poeti e condottieri.

Pensa a che cosa serviva. Per uno scultore copiare un gesso era l’esercizio quotidiano, e per un pittore era il modo di imparare a disegnare il corpo dalle statue antiche. Questa collezione era la scuola dell’Accademia. Se hai visto i gessi del Museo Pietro Canonica, il confronto è istruttivo: là il gesso serviva a costruire una statua, qui serviva a imparare.

6. Il Mercurio di Giambologna, partito da qui

Torna verso la villa. Sulla fontana al centro della scalinata fra il giardino e la loggia d’ingresso c’è il Mercurio di Giambologna, in equilibrio sulla punta del piede sinistro, con la gamba destra slanciata all’indietro, come se stesse per prendere il volo.

È una copia, e la storia dell’originale spiega perché è qui. Giambologna lo finì nel 1580, e da Firenze fu mandato proprio a questa villa, a coronare questa fontana. Ci restò fino al 1780, quando il granduca Pietro Leopoldo lo portò agli Uffizi, e intorno al 1870 passò al Bargello, dove lo vede chi va a Firenze.

Vedilo qui, allora, con il giardino davanti e il cielo di Roma dietro: è il posto in cui il bronzo originale rimase per due secoli, prima di diventare un pezzo da museo.

la copia in bronzo del mercurio di giambologna sulla fontana davanti alla loggia, in equilibrio su un piede con la gamba sollevata all indietro e il braccio alzato, con i pini del giardino sullo sfondo

Informazioni pratiche

Dati verificati il 21 settembre 2026 sul sito ufficiale villamedici.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. La visita guidata del giardino e delle stanze storiche costa 18 euro di intero. Il ridotto costa 15 euro e spetta a chi ha meno di 25 anni e a chi cerca lavoro. Si prenota sul sito ufficiale, e conviene farlo con qualche giorno d’anticipo per le visite in italiano. Le mostre temporanee della villa hanno un accesso a parte, con condizioni proprie. Gratuità. Entrano gratis, fra gli altri, i minori di 18 anni, le persone con disabilità con il loro accompagnatore e i soci ICOM. Orari. La villa apre tutti i giorni tranne il martedì, 9:30-19:00, e la biglietteria chiude alle 18:30. La visita guidata dura novanta minuti. In italiano parte alle 11:00, alle 15:30 e alle 17:30; in inglese e in francese le partenze sono quasi ogni ora; in spagnolo le visite sono il mercoledì alle 15:00 e la domenica alle 11:00. Come arrivare. La villa è in viale della Trinità dei Monti 1, in cima alla scalinata di piazza di Spagna. La fermata di metro A è Spagna, e dalla piazza si sale a piedi. Quanto tempo prevedere. La visita chiede un’ora e mezza. Aggiungi mezz’ora per la terrazza e la fontana, e un’ora se prosegui a piedi per il Pincio.

Da qui in poi

Il seguito naturale è l’Ara Pacis, dove i festoni della facciata ti aspettano in gesso. Ai piedi della scalinata c’è la Fontana della Barcaccia, e la storia delle Mura Aureliane su cui poggia lo Studiolo la racconta il Museo delle Mura.

Dal Pincio si arriva a piedi a Villa Borghese e alla Galleria Borghese, l’altra grande raccolta di un cardinale a due passi da qui, quella di Scipione Borghese. E se stai costruendo un giro dei musei romani, il punto di partenza è Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: la facciata sul giardino è di Laterbat (CC BY-SA 4.0); la fontana è di Robs12 (CC BY 3.0); il festone dell’Ara Pacis è di Sailko (CC BY 3.0); il tacchino e i Niobidi sono di Sailko (CC BY-SA 3.0); il Mercurio è di Jean-Pol Grandmont (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons.