Dalla Senna, a due passi dalla Tour Eiffel, non vedi quasi niente: un muro coperto di piante, e dietro un giardino di erbe alte e alberi da cui spunta un edificio lungo, sollevato su pilastri, con dei cubi colorati che sporgono dalla facciata. È il Musée du quai Branly - Jacques Chirac, aperto nel 2006 e dedicato alle arti dell’Africa, dell’Asia, dell’Oceania e delle Americhe.

il giardino del musee du quai branly con le erbe alte e gli alberi davanti all edificio, di cui si vedono i volumi colorati sporgenti e le vetrate

Dentro, sul Plateau des Collections, sono esposti circa 3.500 oggetti. Sembrano tantissimi, e sono l’1% della collezione: gli altri 350.000 sono nei depositi, e ogni anno il museo sposta circa ventimila opere e ne presta un migliaio. Ho scelto le sette opere di questo articolo dalla guida alle collezioni che il museo pubblica nel 2026, perché per ognuna il museo racconta non solo che cosa è ma come è arrivata a Parigi. Proprio perché il Plateau ruota, qualcuna potresti non trovarla in vetrina il giorno in cui vai: in fondo ti dico come controllare.

Il museo è chiuso il lunedì, tranne nei periodi di vacanza scolastica, e il giovedì il museo resta aperto fino alle 22:00.

Come arrivò a Versailles, nel Settecento, una maschera del Senegal?

Si parte!

Come funziona il museo

Si entra dal giardino e si sale al Plateau lungo una rampa, che ti porta dentro le collezioni lentamente. Il percorso è diviso in quattro grandi aree, Oceania, Asia, Africa e Americhe, e le sette opere seguono quest’ordine.

il musee du quai branly visto dall alto della tour eiffel, con l edificio lungo e curvo sollevato fra gli alberi del giardino, i volumi sporgenti sulla facciata e la senna in alto a sinistra

Accanto ad alcune opere trovi un piccolo logo: segna le circa cinquanta di cui il museo ha ricostruito il percorso: da dove vengono e in che modo sono entrate nella collezione, che per molte vuol dire la storia coloniale. Tienilo d’occhio, perché sono le schede più interessanti del museo.

1. Le pitture su corteccia dell’Australia

Comincia dall’Oceania. Una selezione di pitture su corteccia di eucalipto e di quadri acrilici racconta l’arte delle Prime nazioni australiane.

Le più antiche arrivarono in Francia nel 1935, con uno scambio con il museo dello Stato di Victoria a Melbourne. La maggior parte le portò l’artista e antropologo Karel Kupka negli anni Cinquanta e Sessanta, con un lavoro di documentazione che il museo definisce inestimabile: per ogni pittura registrò il nome dell’artista, il clan, il significato dei motivi e il racconto legato al territorio.

2. Rituel et Cérémonie di Maree Clarke

Nella stessa area, dal dicembre 2025, c’è un’installazione contemporanea: Rituel et Cérémonie dell’artista aborigena Maree Clarke, dedicata al lutto nelle comunità aborigene.

Perché nella vetrina ci sono dei copricapi appoggiati sul fondo?

Sono copricapi di lutto, i kopi. Un tempo le donne li portavano finché non si disfacevano da soli. Clarke li ha modellati direttamente sulla testa delle persone che ha fotografato, donne e uomini del suo ambiente, con i segni del lutto: la traccia di ocra bianca intorno agli occhi, il lungo abito nero delle donne. Al centro della vetrina c’è una fotografia con l’impronta del suo pollice, che ricorda il fuoco dell’accampamento di famiglia. È il punto del museo in cui la collezione smette di parlare al passato.

3. Le maschere Phi Ta Khon della Thailandia

Passa all’Asia. Le collezioni asiatiche del museo sono dedicate alle culture popolari e minoritarie, e completano quelle del museo Guimet, dedicato alle arti classiche dell’Asia.

Nel 2013 il responsabile delle collezioni asiatiche andò a Dan Sai, in Thailandia, per studiare le maschere della festa di Phi Ta Khon, i geni protettori. Partecipò alla festa, intervistò gli artigiani e comprò sei maschere e costumi direttamente da chi li aveva fatti. Con alcuni di loro è ancora in contatto, e li avvisa ogni volta che le loro opere tornano in vetrina. È il modo più diretto, e più pulito, in cui un oggetto può entrare in un museo.

4. La maschera kebul della Casamance

In Africa ti aspetta la maschera della domanda iniziale. Il museo la considera l’oggetto più emblematico fra i primi arrivati in Francia dall’Africa subsahariana: una maschera di iniziazione della Casamance, nell’attuale Senegal, della popolazione diola, con due grandi corna.

la maschera kebul della casamance al musee du quai branly, una maschera di fibre intrecciate a forma di muso allungato con due grandi corna ricurve, su un fondo scuro

A metà del Settecento questa maschera percorse la rotta del commercio triangolare degli schiavi, passò per la Louisiana e finì a Versailles, nel gabinetto delle curiosità del marchese di Sérent. Guardala pensando a quel viaggio: un oggetto nato per un rito di iniziazione, finito fra le curiosità di un marchese sulla scia delle navi negriere.

5. Gli oggetti del kono e la missione Dakar-Gibuti

Che cosa vuol dire, per un oggetto, essere stato «requisito»?

Il museo lo spiega con un esempio, senza giri di parole. Fra il 1931 e il 1933 la missione etnografica Dakar-Gibuti attraversò l’Africa da ovest a est, raccogliendo oggetti. Nel 1931, in Mali, i suoi membri requisirono diversi oggetti rituali della società d’iniziazione del kono, nonostante il rifiuto del capo del culto.

Novant’anni dopo, fra il 2021 e il 2025, il museo ha ripercorso quella strada: ricercatori francesi e otto colleghi di altre nazionalità hanno lavorato sui quattordici paesi attraversati dalla spedizione. Sono tornati nei luoghi, anche nell’antico santuario del kono, e hanno parlato con i discendenti dei capi del culto. Oggi il museo usa per le sue opere un vocabolario preciso: acquisto, acquisto fraudolento, commissione, scambio, dono, requisizione, furto.

6. La pelle dipinta dei tre villaggi

Nelle Americhe sono esposti circa 450 oggetti, e fra questi c’è un fondo che il museo definisce unico al mondo: gli oggetti dei popoli nativi dell’attuale Canada e degli Stati Uniti, arrivati in Francia fra il Cinquecento e il Settecento, con la colonizzazione della Nuova Francia. Sono più antichi della maggior parte degli oggetti nativi conservati negli Stati Uniti stessi.

La tappa è la pelle dipinta dei tre villaggi, dei Quapaw della valle del Mississippi, del Settecento. Per la cura con cui è decorata, il museo pensa che fosse un dono diplomatico: in quelle regioni gli incontri fra nazioni si aprivano con il calumet e con lo scambio di oggetti simbolici, e i francesi vi partecipavano con i loro alleati.

7. Il costume-maschera cubeo del Brasile

L’ultima opera ha una storia di restauro. È un costume da danza dei Cubeo del Brasile, con la gonna di fibre vegetali e di corteccia battuta.

Era così fragile che il museo ha dovuto rimetterlo in forma nebulizzandolo con acqua, consolidare gli strappi con fili e pezzetti di carta giapponese e richiudere le cuciture aperte. E ha scoperto, lavorandoci, che una delle maniche era montata al contrario: l’ha smontata e rimontata dritta. Quello che vedi è anche il lavoro di chi lo ha tenuto in piedi.

Il muro vegetale e il giardino

Uscendo, fermati sul lato del quai Branly. La facciata dell’edificio che dà sulla strada è un muro vegetale, una parete verticale coperta di piante.

il muro vegetale del musee du quai branly, una parete coperta di piante verdi, rosse e viola che circonda le finestre degli uffici

Il giardino intorno al museo apre prima e chiude dopo l’edificio, e dopo due ore al buio del Plateau è il posto giusto per sedersi all’ombra, a pochi minuti dalla Tour Eiffel.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 22 settembre 2026 sul sito ufficiale quaibranly.fr e sulla guida alle collezioni 2026 del museo. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 14 euro, il ridotto 11 euro, e comprende le collezioni permanenti e le mostre. Il biglietto congiunto con il Musée Rodin costa 23 euro. Gratuità. La prima domenica del mese le collezioni e le mostre sono gratuite per tutti. Orari. Il museo apre da martedì a domenica dalle 10:30 alle 19:00, e il giovedì fino alle 22:00. Le casse chiudono alle 18:00, il giovedì alle 21:00. Il lunedì è chiuso, ma apre i lunedì delle vacanze scolastiche francesi, tranne luglio e agosto. Il giardino apre alle 9:15 e chiude alle 19:30, il giovedì alle 22:15. Opere in vetrina. Il museo presta circa mille opere l’anno e ne sposta circa ventimila. Se vieni per un’opera in particolare, chiedi all’accoglienza se è esposta: è la risposta più rapida. Paris Museum Pass. Il museo è incluso nel Paris Museum Pass. Come arrivare. L’indirizzo è 37 quai Branly. La RER C ferma a Pont de l’Alma, e dalla Tour Eiffel si arriva a piedi in dieci minuti lungo la Senna. Quanto tempo chiede. Le sette opere chiedono due ore. Il giovedì sera, quando il museo resta aperto fino alle 22:00, è il momento giusto se hai la giornata già piena.

Le mostre in corso al museo, con le date, sono nella tabella di mostre a Parigi.

Da qui in poi

Le arti classiche dell’Asia, che il Quai Branly lascia fuori per scelta, sono al museo Guimet, in place d’Iéna: ne scriverò presto. Nel frattempo, lungo la Senna in venti minuti arrivi agli Invalides e al Musée de l’Armée, e il biglietto congiunto con il Musée Rodin ti porta dritto al giardino delle sculture.

Crediti fotografici: giardino e muro vegetale di Jean-Pierre Dalbéra (CC BY 2.0); il museo visto dalla Tour Eiffel di Medium69 (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons. La fotografia della maschera kebul è di pubblico dominio.