In place d’Iéna, cinque minuti sopra la Senna, c’è il museo che si è costruito un industriale di Lione perché voleva capire le religioni d’Asia e non gli bastavano i libri. Il denaro veniva dal blu oltremare artificiale che suo padre aveva inventato, e che ancora si chiama blu Guimet. Il Musée national des arts asiatiques - Guimet è la più grande raccolta di arte asiatica fuori dall’Asia, e divide le sale in undici sezioni geografiche, dall’Afghanistan al Giappone.

Il museo chiude il martedì, come i tre musei del Palais de Chaillot, a cinque minuti da qui. E la Maison Guimet, il palazzetto dall’altra parte della strada con il Panthéon bouddhique e il giardino giapponese, non si visita più liberamente: ci si entra solo con una visita guidata su prenotazione, mentre quasi tutte le pagine che trovi in rete continuano a darla per ingresso libero.
Perché un fabbricante di colori ha messo insieme la più grande raccolta di arte asiatica fuori dall’Asia?
Si parte!
1. La galleria khmer, che è la prima cosa che vedi
Entri e ti trovi davanti una sala grigia piena di figure in arenaria su zoccoli bianchi, con un frontone scolpito montato in alto sulla parete di fondo. Non è un allestimento da magazzino: è la sala che il museo usa come biglietto da visita, e conviene attraversarla piano.
Queste pietre non le ha comprate Émile Guimet (1836-1918), che a ventiquattro anni aveva preso in mano l’azienda di famiglia e la tenne fino alla morte. Vengono dal Musée indochinois del Trocadéro, cioè dai calchi e dai frammenti che Louis Delaporte riportò dalle sue campagne in Cambogia fra il 1878 e il 1925, e furono trasferite qui quando quel museo chiuse. Tienilo a mente mentre cammini: stai guardando l’Angkor che l’Europa dell’Ottocento si portò a casa, e quel verbo pesa quanto le pietre.
2. La testa di Jayavarman VII, un re che si fa ritrarre senza corona
Come si riconosce un re, se non ha né corona né gioielli?
Non lo riconosci, ed è il punto. Questa testa di arenaria alta quarantadue centimetri è il ritratto di Jayavarman VII, che regnò sull’impero khmer dal 1181 al 1218 e fece costruire Angkor Thom e il Bayon.

Avvicinati e guarda che cosa il suo scultore ha tolto. Niente diadema, niente orecchini, niente insegne: i capelli sono resi a righe incise sottili sulla calotta, gli occhi sono chiusi, le labbra piene con un accenno di sorriso, il collo spezzato di netto. È lo stile del Bayon, di fine dodicesimo e inizio tredicesimo secolo, ed è il momento in cui la scultura khmer smette di scolpire volti giovani e perfetti e comincia a scolpire facce di persone. Un sovrano che si fa ritrarre a occhi bassi, con la faccia piena della mezza età, sta dicendo qualcosa di preciso sul potere.
3. Il frontone di Banteay Srei, e i due fratelli che si ammazzano per una donna
Poco più in là, sulla parete, c’è un frontone di arenaria rosa venuto da Banteay Srei, il tempio che ad Angkor ha fama di avere l’intaglio più fine, consacrato intorno al 967 sotto il regno di Jayavarman V.

Leggi la scena da sinistra a destra. Due uomini alzano la clava, uno da ogni lato, e in mezzo a loro una donna è in piedi, tranquilla, con una mano sul fianco; in basso quattro figure sedute guardano, e in cima due piccole figure volanti si rincorrono fra le foglie. Sono Sunda e Upasunda, i due fratelli invincibili del Mahābhārata, che dopo aver ottenuto di non poter essere uccisi da nessuno si scannano fra loro per una ninfa mandata apposta a farli litigare. Guarda la profondità dell’intaglio, che qui arriva a staccare le figure dal fondo. Banteay Srei vuol dire «cittadella delle donne» in khmer, ma è un nome moderno, e la spiegazione che gira, cioè che un lavoro così fine potesse venire solo da mani di donna, è una leggenda cresciuta sopra il nome. Il nome antico era Tribhuvanamaheśvara, e il tempio è l’unico grande santuario di Angkor che non fu costruito per un re: lo volle Yajnyavaraha, un consigliere di Rajendravarman.
4. Il bodhisattva del Gandhara, dove il panneggio è romano
Che cosa succede quando l’arte greca arriva ai piedi dell’Himalaya?
Succede questo. La figura è ritta, con la mano destra alzata nel gesto che rassicura, un’aureola rotonda dietro la testa e una piega di stoffa che le scende dalla spalla in solchi profondi e paralleli.

Fermati sulla faccia e poi sul panneggio. Il bodhisattva ha i baffi, il naso dritto e i capelli raccolti in un nodo trattenuto da un fermaglio, e il suo mantello cade esattamente come cade una toga su una statua romana. Non è una somiglianza casuale: il Gandhara, la regione a cavallo fra l’Afghanistan e il Pakistan di oggi, era sulla via che collegava il Mediterraneo all’India, e i suoi scultori hanno dato al Buddha il corpo e le pieghe dell’arte ellenistica. Sul basamento corre una fila di figurine minuscole, ed è lì che ti accorgi di quanto sia grande il resto.
5. Il paravento nanban, cioè l’Europa vista dal Giappone
Sali e cercalo, perché è l’oggetto che in tutto il museo mi diverte di più. È un paravento a sei ante dell’ultimo quarto del Cinquecento, scuola Kano, inchiostro e colori su carta con foglia d’oro, alto 153 centimetri e lungo 361. Lo donò Émile Guimet in persona prima del 1880.

Guardalo da sinistra: c’è una nave portoghese all’ancora, con gli uomini appesi alle sartie e le casse sul ponte. Al centro sbarca un corteo, con un cavallo bardato e portatori in calzoni larghi e colorati. A destra, davanti a un edificio con la veranda, alcune figure interamente vestite di nero: sono i gesuiti. Nanban vuol dire «barbari del sud», ed è il nome che i giapponesi diedero ai portoghesi arrivati da quel mare, e il rovesciamento è tutto qui: per una volta non siamo noi a dipingere l’Asia, ma è l’Asia che dipinge noi, e ci mette i pantaloni a sbuffo.
6. La Maison Guimet, che non si visita più come pensi
Questa è la sezione che ti evita un errore. Dall’altra parte di avenue d’Iéna c’è l’hôtel d’Heidelbach, oggi chiamato Maison Guimet, con il Panthéon bouddhique e un giardino giapponese: per anni è stato l’ingresso libero che tutti consigliavano.
Adesso ci si entra solo con visita guidata, su prenotazione, il giovedì, il sabato e la domenica alle 11:00, più la domenica alle 14:30 dall’11 ottobre al 20 dicembre 2026, e la visita dà accesso anche alle collezioni del museo principale. La terza sede, il Musée d’Ennery, è chiusa per restauro fino al 2028. Prenota prima di partire, o ti troverai davanti a una porta chiusa con la sicurezza di avere sbagliato indirizzo.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 25 settembre 2026 sul sito ufficiale guimet.fr. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 15 euro e comprende le collezioni permanenti e le mostre temporanee. Il ridotto costa 12 euro e spetta ai soci delle associazioni di amici dei musei, ai titolari della carta famiglie numerose e ai soci AFAO. Gratuità. Entrano gratis i minori di 18 anni, i residenti nell’Unione europea fra i 18 e i 25 anni, chi cerca lavoro, chi percepisce i minimi sociali, le persone con disabilità e il loro accompagnatore, i titolari del Pass Education e i soci ICOM. Il museo è gratuito per tutti la prima domenica del mese. Orari. Il museo apre tutti i giorni tranne il martedì, dalle 10:00 alle 18:00. La biglietteria chiude alle 17:15 e l’ultimo ingresso è alle 17:30. Chiusure. Chiude il martedì, più il 1° gennaio, il 1° maggio, il 14 luglio e il 25 dicembre. Paris Museum Pass. Il museo lo accetta, quindi con il pass non paghi i 15 euro. Come arrivare. L’ingresso è in place d’Iéna 6. La fermata è Iéna sulla linea 9, davanti al museo, e Boissière sempre sulla 9 resta a cinque minuti. Quanto tempo chiede. Le sei tappe chiedono un’ora e mezza, e chi si ferma anche sulle sale cinesi e giapponesi arriva facilmente a tre ore.
Le mostre in corso al museo, con le date, sono nella tabella di mostre a Parigi.
Da qui in poi
Le arti popolari e minoritarie dell’Asia, che qui restano fuori per scelta, sono al Musée du quai Branly, a dieci minuti a piedi lungo la Senna. Sulla collina del Trocadéro, cinque minuti più su, ci sono tre musei dentro lo stesso palazzo: la Cité de l’architecture, il Musée de l’Homme e il Musée national de la Marine. E se il giardino giapponese della Maison Guimet ti ha incuriosito, quello grande di Parigi è al museo Albert-Kahn, e lo racconto nel giardino giapponese di Parigi.
Crediti fotografici: galleria del Sud-est asiatico di Jean-Pierre Dalbéra (CC BY 2.0); testa di Jayavarman VII di Miguel Hermoso Cuesta (CC BY-SA 4.0); frontone di Banteay Srei di Sailko (CC BY-SA 3.0); bodhisattva del Gandhara di Ninara (CC BY 2.0); paravento nanban di Faqscl (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.