Sul lungosenna del quinto arrondissement, di fronte all’isola Saint-Louis, c’è un edificio la cui facciata sud è fatta di 240 moucharabieh in metallo, e ogni moucharabieh è un diaframma che si apre e si chiude come quello di una macchina fotografica. Dentro, su tre piani e 2.400 metri quadrati, il museo dell’Institut du monde arabe mette insieme cose che quasi nessun museo tiene nella stessa sala: archeologia antica, arte islamica, oggetti di uso quotidiano e creazione contemporanea.

grande bacile in lega di rame dal bordo svasato e dentellato, con una fascia di cartigli e iscrizioni incise sul corpo cilindrico, su un piedistallo illuminato di lilla

Il motivo per cui questo articolo esce adesso è che il tempo è contato. Dall’estate del 2027 il museo chiude per circa un anno e riapre nel 2028 completamente riallestito, intorno a una donazione di quasi duemila opere. Le mostre temporanee dell’istituto resteranno accessibili durante i lavori, la collezione permanente no.

Che cosa ci fa un astrolabio scritto in latino in un museo del mondo arabo?

Si parte!

1. Perché qui non vedrai una fotografia dell’edificio

Come mai cercando questo museo in rete si trovano soprattutto disegni?

Conviene dirlo subito, perché è la prima cosa che si nota scorrendo questa pagina. L’edificio è di Jean Nouvel, che è vivo, e in Francia la libertà di panorama esclude gli usi commerciali: un sito con link di affiliazione come questo è un uso commerciale, quindi la facciata non la trovi fotografata qui. Ti tocca immaginarla, oppure andarci.

Vale la pena raccontartela comunque, perché è metà del motivo per venire. L’istituto è stato inaugurato il 30 novembre 1987 da François Mitterrand, su progetto di Jean Nouvel con Gilbert Lézénès, Pierre Soria e Architecture-Studio. I 240 moucharabieh della parete sud dovevano aprirsi e chiudersi da soli seguendo il sole, comandati da cellule fotoelettriche; le cellule hanno dato problemi e oggi il movimento scatta a ogni cambio d’ora. Questo dettaglio non lo pubblica l’istituto, lo documenta Wikipédia, ed è la ragione per cui a volte quella parete ti sembra ferma.

2. Un museo che si visita scendendo

Questa è la seconda cosa pratica, e nessun cartello all’ingresso te la dice abbastanza forte: il percorso parte dall’alto. Prendi l’ascensore fino al settimo piano e scendi a piedi. Le sezioni si dispongono così: Nascita di un’identità ai livelli 7 e 6, Dagli dèi a Dio al 6, e poi tutto il resto al 4, con Passeggiare in una città araba, Le espressioni della bellezza e Il corpo, sé e l’altro. Le mostre temporanee occupano quasi sempre un soppalco al livello 5, che incontri strada facendo.

Il museo non è affollato, e il dato lo pubblica l’istituto stesso: nel 2025 ci sono entrate 142.456 persone. Sotto i 26 anni si entra gratis, e la terrazza all’ultimo piano, da cui si vede l’abside di Notre-Dame, è gratuita per tutti.

3. Il foglio del Corano blu

Una pergamena tinta di blu scuro, con il testo tracciato in oro in caratteri cufici larghi e squadrati, senza segni vocalici. Il passo è la sura IV, quella delle Donne, e se guardi il margine sinistro vedi un medaglione circolare, ormai spento: serviva a segnare la fine di un versetto. La produzione viene dalla Tunisia, probabilmente da Kairouan, e si data fra la fine del IX e l’inizio del X secolo.

foglio di pergamena tinta di blu scuro con il testo coranico scritto in oro in caratteri cufici larghi e squadrati, e un medaglione circolare sbiadito sul margine sinistro

Il Corano blu era un manoscritto enorme, smembrato da tempo. La maggior parte dei fogli è rimasta in Tunisia, al museo del Bardo di Tunisi e a quello di Raqqada vicino a Kairouan; gli altri sono finiti a Dublino, a New York, ad Abu Dhabi e in vetrine come questa. Fermati a pensare a che cosa voleva dire produrlo: pergamena tinta a immersione e oro applicato su ogni lettera, per un libro intero. Non è decorazione, è una dichiarazione di quanto quel testo valesse, e la capisci senza bisogno di leggere una riga di arabo.

4. Gli astrolabi, e quello che non è arabo

Se non ne hai mai maneggiato uno, sappi che un astrolabio è un calcolatore analogico: serve a misurare l’altezza degli astri, a sapere l’ora, a orientarsi e a stabilire la direzione della preghiera. Quello nella fotografia è un astrolabio planisferico in ottone, inventario AI 86-45: pende da un anello con un cordoncino rosso, ha la scala graduata incisa sul bordo e, sopra il disco delle coordinate, la rete traforata con le punte ricurve che indicano le stelle.

astrolabio planisferico in ottone appeso a un anello con un cordoncino rosso, con la rete traforata a punte ricurve sopra il disco inciso e la scala graduata sul bordo

Gli strumenti d’astronomia sono arrivati al museo con il legato di Marcel Destombes del 1986, e fra loro ce n’è uno che non è arabo affatto. È inciso in latino, viene dalla Catalogna, o dall’Italia, o dalla Sicilia, o forse dalla Francia. Lo si data leggendo la posizione delle stelle sulla rete, e undici di quelle posizioni corrispondono al 980. Se il conto regge, è il più antico astrolabio d’Europa che si sia conservato, cioè la prova materiale che la scienza araba stava passando in Occidente prima di quanto i manuali raccontino. Fu proprio Destombes a descriverlo per primo, nel 1962. Il cartello del museo lascia tutti i punti interrogativi dove stanno, ed è un modo onesto di presentare un oggetto.

5. Rostam e Puladvand, un foglio dello Shâh Nâme

Un foglio di manoscritto persiano con il testo disposto in colonne e, in basso, una miniatura su fondo oro. La scena è una lotta: due uomini barbuti si tengono avvinghiati al centro, uno con i calzoni gialli e l’altro con quelli grigi, mentre a sinistra una figura in veste rosa e a destra una figura in veste verde trattengono due cavalli e guardano. È l’eroe Rostam che affronta corpo a corpo il demone Puladvand, un episodio dello Shâh Nâme, il Libro dei Re del poeta persiano Firdusi.

foglio di manoscritto persiano con il testo in colonne e, in basso, una miniatura su fondo oro in cui due lottatori si tengono avvinghiati fra un uomo in rosa e uno in verde che reggono due cavalli

Guarda come è costruita la pagina, perché è il contrario di quello che ti aspetti da una miniatura: il testo non fa da didascalia all’immagine e l’immagine non illustra il testo. Occupano lo stesso spazio con lo stesso peso, e la scrittura entra nel foglio come un elemento del disegno. Il museo possiede almeno un secondo foglio dello stesso poema, uscito dalla scuola di Baghdad nel Cinquecento, con Alessandro Magno che cerca la fontana della vita.

6. Il bacile del califfo al-Mustanjid

Che cosa ci fa il nome di un califfo su un catino per lavarsi le mani?

L’oggetto che apre questa pagina è un bacile in lega di rame, cesellato e intarsiato di pasta nera, fatto al Cairo fra il 1455 e il 1479. Il bordo è svasatissimo e dentellato, e il corpo cilindrico porta una fascia di cartigli con un’iscrizione incisa: il nome del califfo al-Mustanjid.

Nel Cairo del Quattrocento il califfo abbaside non governava niente: il potere era tutto dei sultani mamelucchi, che tenevano il califfo in città come una garanzia di legittimità religiosa. Un oggetto di uso quotidiano inciso con il suo nome non è quindi una firma di proprietà, è un pezzo di propaganda che circolava fra le mani, in un palazzo in cui tutti sapevano come stavano davvero le cose.

7. La fiala da profumo, e il vetro islamico

Questo è un oggetto piccolo, e per questo facile da saltare: una fiala da profumo in vetro scuro, con il collo stretto e la base a sezione quadrata, decorata da un motivo chiaro a piume che corre su tutta la pancia.

piccola fiala da profumo in vetro scuro con il decoro chiaro a piume, il collo stretto e la base quadrata, su un piedistallo bianco

Avvicinati al vetro, perché quel disegno, per come si presenta, nasce da fili di vetro chiaro applicati sul corpo scuro e poi pettinati con un attrezzo appuntito mentre sono ancora caldi. È un lavoro che non si corregge: o viene al primo tentativo o si ricomincia. Il Mediterraneo conosceva la tecnica dall’antichità, e i vetrai islamici l’hanno portata avanti per secoli. La fiala è esposta nella sezione dedicata al corpo, e la ragione è quella giusta: il profumo, in queste società, non era un lusso da vetrina, era igiene, medicina e ospitalità insieme.

8. L’hammam, la tavola del festino e la musica

L’ultima sezione si chiama Il corpo, sé e l’altro, e comincia con una vetrina sul velo, che il museo presenta subito per quello che è: non un marcatore religioso, come il dibattito di oggi fa credere, ma un oggetto con una storia lunga e variabile.

Poi trovi un’installazione sull’hammam, con i prodotti e gli oggetti veri, che ne ricostruisce le fasi e ne spiega la funzione sociale. E c’è la tavola del festino, apparecchiata, che dice una cosa semplice: nelle società arabe l’ospitalità si misura sul pasto condiviso e sul divertimento che offri all’ospite dopo. Non a caso il percorso si chiude sulle musiche, colte e popolari, che si ascoltano in cuffia.

9. Perché venire adesso, e non fra due anni

L’istituto lo scrive da sé. Fra il 2018 e il 2022 i collezionisti franco-libanesi Claude e France Lemand hanno donato quasi duemila opere di arte moderna e contemporanea di artisti arabi. Quella donazione ha cambiato la scala del museo: l’IMA possiede oggi la più importante raccolta di arte moderna e contemporanea del mondo arabo che esista in Occidente.

Per esporla serve un museo nuovo, ed è il museo che vedrai se torni fra due anni. L’agenzia PROJECTILES ha vinto il concorso battendo quattro finalisti su ventiquattro candidature, i lavori valgono 18 milioni di euro, cominciano nell’estate del 2027 e dovrebbero durare un anno; l’apertura è annunciata per il 2028. Quello che vedi adesso è l’allestimento nato dalla revisione del 2012, e dall’estate prossima non esiste più.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 26 settembre 2026 sul sito ufficiale imarabe.org. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. Il museo costa 10 euro dai 26 anni in su. I gruppi da sei a nove persone pagano 7 euro a testa. Le mostre temporanee hanno un biglietto proprio. Gratuità. Entrano gratis i minori di 26 anni, con un documento, e le persone con disabilità con il loro accompagnatore. Sono gratuite anche la biblioteca, la libreria e la terrazza all’ultimo piano. Orari. L’istituto apre da martedì a venerdì dalle 10:00 alle 18:00, e il sabato, la domenica e i festivi dalle 10:00 alle 19:00. Le casse chiudono 45 minuti prima. Chiusure. Chiude il lunedì e il 1° maggio. Attenzione: il museo chiude per lavori dall’estate del 2027 e riapre nel 2028. Le mostre temporanee dell’istituto restano accessibili durante il cantiere. Paris Museum Pass. Il museo è incluso nel pass, insieme al Musée des Arts et Métiers. Qui trovi il pass. Come arrivare. L’ingresso è in place Mohammed-V, 1 rue des Fossés-Saint-Bernard. Le fermate sono Jussieu, sulle linee 7 e 10, e Cardinal Lemoine, sulla linea 10. Quanto tempo chiede. Il museo si percorre in un’ora e mezza. La terrazza chiede dieci minuti e non costa niente.

Le mostre in corso all’istituto, con le date, sono nella tabella di mostre a Parigi.

Da qui in poi

A cinque minuti a piedi, risalendo verso la Sorbona, c’è il Musée de Cluny, che racconta lo stesso Medioevo visto dall’altra parte del Mediterraneo. Dall’altro lato della Senna, il Musée du Louvre ha un dipartimento di arti dell’islam che è il termine di paragone naturale di questa collezione. Restando nel quinto arrondissement trovi la Grande Galerie de l’Évolution e il Musée Curie, e se quello che cerchi sono le arti non europee, il Musée du quai Branly e il Musée Guimet completano il giro.

Crediti fotografici: bacile del califfo al-Mustanjid di Ted1968 (CC0); foglio del Corano blu di Francesco Bini, Sailko (CC BY-SA 4.0); astrolabio planisferico di Pom² (CC BY-SA 3.0); foglio dello Shâh Nâme di Popolon (CC BY-SA 4.0); fiala da profumo di Caroline Léna Becker (CC BY 4.0), da Wikimedia Commons.