A dieci minuti da piazza del Popolo, appena fuori dal muro di Villa Borghese, una villa bassa e larga si apre su un cortile a emiciclo e poi su un giardino che scende sotto il livello del suolo. Dentro, in una vetrina della prima ala, un uomo e una donna di terracotta sono sdraiati su un letto e sorridono.

Quella coppia ha duemilacinquecento anni ed è il pezzo più riprodotto del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, il museo che lo Stato italiano dedica agli Etruschi. Ci vengono le scolaresche e ci vengono gli specialisti, e nel mezzo, stranamente, quasi nessun altro: è a un quarto d’ora a piedi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e le due insieme non fanno la fila di mezz’ora che trovi al Colosseo.

Otto pezzi bastano ad attraversarlo, dal pianterreno al piano nobile, e l’ultimo non è etrusco e non è nemmeno un oggetto. Il museo però è in pieno riallestimento: in questo momento tre degli otto non sono visibili, perché le loro sale sono chiuse, e il Sarcofago si guarda solo da lontano. In ogni sezione trovi da quando e che cosa si vede.

Che cosa possiamo sapere di un popolo di cui non leggiamo quasi niente?

Si parte!

La villa di un papa, e il museo che ci è finito dentro

La villa nasce come casa di campagna. Giulio III la fece costruire fra il 1551 e il 1553, appena eletto, su un terreno che possedeva da cardinale, e ci lavorarono insieme Vignola, Bartolomeo Ammannati e Giorgio Vasari, che mise a punto il progetto consultando Michelangelo. Serviva per le giornate fuori porta: il papa partiva dal Vaticano in barca, risaliva il Tevere fino alla sua vigna sul fiume e faceva a piedi l’ultimo tratto.

Il museo ci è entrato nel 1889, quando il nuovo Stato unitario cercava una sede per i materiali preromani del Lazio, dell’Etruria meridionale e dell’Umbria. La scelta fu felice per una ragione di cui ti accorgi camminando: le sale sono piccole, chiare e in fila, e un corredo funerario ci entra intero senza essere spezzato fra vetrine lontane.

Tienilo presente quando arrivi, perché cambia il modo di visitarlo. Qui non si gira intorno a dieci capolavori isolati: si seguono i luoghi, una città etrusca dopo l’altra, Vulci, Cerveteri, Veio, Pyrgi, Palestrina. Se ti perdi, la bussola è il nome della città scritto all’ingresso di ogni sala.

1. Il Sarcofago degli Sposi

Il sarcofago viene dalla necropoli della Banditaccia, a Cerveteri, dove fu ritrovato nel 1881 in circa quattrocento frammenti, e risale al 530-520 a.C. È lungo poco più di due metri. Sul coperchio sono distese due figure a grandezza quasi naturale, un uomo e una donna sullo stesso letto da banchetto, in terracotta dipinta, modellate a parte e cotte in quattro pezzi.

Perché una coppia sdraiata insieme è una notizia?

Perché nella Grecia dello stesso secolo la moglie non partecipava al banchetto, e in un rilievo greco non la troveresti su quel letto. Qui la donna è davanti, nella posizione di chi conta, con lo stesso sorriso e la stessa scala del marito. È da questo oggetto, più che dai testi, che viene l’idea di una società etrusca in cui le donne avevano un posto pubblico.

Guarda le mani. Sono aperte, con le dita piegate in avanti, e non tengono niente: reggevano oggetti perduti, e il gesto rimanda al rito funerario dell’offerta del profumo, che per gli Etruschi teneva lontana la corruzione del corpo. Da un sarcofago simile è sopravvissuto un frammento di braccio con la mano che stringe un alabastron, cioè una boccetta da unguenti.

Se ci vai adesso, sappi che il sarcofago è in mezzo a due cantieri. Il primo è un restauro a tappe, condotto in un laboratorio che il museo apre al pubblico in alcuni giorni. Il secondo riguarda l’edificio: dal 15 settembre 2026 le sale dalla 11 alla 14 sono chiuse per il rifacimento dei pavimenti, e il Sarcofago si può guardare soltanto dalla sala 11, a distanza. Prima di partire chiedi al museo che cosa si vede quel giorno, perché i due cantieri cambiano di settimana in settimana.

2. L’Apollo di Veio

Sali di poco e il registro cambia. L’Apollo di Veio è una statua di terracotta alta 181 centimetri, della fine del VI secolo a.C. Non è nata per stare in una sala: correva sul colmo del tetto del tempio di Portonaccio, a Veio, insieme ad altre figure a grandezza naturale.

È la cosa da tenere in testa mentre lo guardi, perché spiega tutto il resto. Una statua pensata per un tetto si vede dal basso e in controluce, quindi ha le gambe possenti, il mantello inciso a solchi profondi e un passo che sporge in avanti. Il sorriso largo, la stessa aria del Sarcofago degli Sposi, serve a farsi leggere a otto metri di distanza.

il busto dell apollo di veio in terracotta, con il sorriso largo, le trecce sulle spalle e il mantello inciso a solchi profondi

Guardalo arretrando di qualche passo, se la sala te lo permette: è il punto di vista per cui è stato fatto. La tradizione lega queste sculture al nome di Vulca, l’unico artista etrusco di cui una fonte antica ci abbia tramandato il nome. Resta un’ipotesi, costruita su una riga di Plinio: se senti una guida darlo per certo, sappi che la certezza non c’è.

Le statue, trovate nel 1916 da Giulio Quirino Giglioli, formavano una scena sola. Ercole ha appena catturato la cerva dalle corna d’oro, sacra ad Artemide, e Apollo avanza per affrontarlo: la statua di Ercole è esposta nella sala di fronte a lui, mentre nella stessa sala dell’Apollo c’è la testa di Mercurio, che nella scena faceva da paciere. Era un racconto, non una fila di statue, ed è per questo che l’Apollo cammina. L’Apollo è nella sala 40, aperta; la 39, con altre terrecotte dello stesso santuario, è chiusa per riallestimento dal 13 gennaio 2026.

3. Le lamine d’oro di Pyrgi

Le lamine sono tre fogli d’oro sottilissimo, incisi, portati alla luce l’8 luglio 1964 negli scavi del santuario di Pyrgi, il porto di Cerveteri. Il museo le espone al pianterreno, nella sala 13a dedicata a quel santuario, insieme ai chiodi di bronzo con la capocchia rivestita d’oro con cui erano fissate allo stipite di una porta del tempio. Oggi però quella sala è chiusa per lavori: se vieni apposta per le lamine, controlla prima che abbia riaperto.

le tre lamine d oro di pyrgi nella vetrina di villa giulia, due scritte in etrusco e una in fenicio, con accanto i chiodi che le fissavano allo stipite

Fermati, perché è il pezzo che risponde alla domanda dell’apertura. Due lamine sono scritte in etrusco e una in fenicio, e dicono all’incirca la stessa cosa: il re di Cerveteri, Thefarie Velianas, dedica un luogo sacro alla dea Uni, che i Fenici chiamavano Astarte. Un testo che esiste in due lingue, una delle quali sappiamo leggere, è la cosa più vicina a un dizionario che gli studi sugli Etruschi possiedano.

Il bilingue non ha risolto la lingua etrusca, e conviene dirlo: le due versioni non coincidono parola per parola, e il vocabolario che se ne ricava è piccolo. Ma ha fissato un ancoraggio storico e una data intorno al 500 a.C., e ha mostrato che a Cerveteri si trattava con Cartagine. Cercale nella vetrina con attenzione: sono tre fogli piccoli, e senza la didascalia passeresti oltre.

4. L’Olpe Chigi

Un vaso di ceramica alto 26 centimetri, prodotto a Corinto intorno al 640 a.C. e trovato nel 1881 in una tomba di Monte Aguzzo, presso Veio, su una tenuta del principe Mario Chigi: da lì gli viene il nome. Non è etrusco, è arrivato qui come merce, ed è questo il motivo per cui conta.

Avvicinati, perché la pittura è minuscola e si perde a un metro di distanza. Le fasce sono tre e raccontano cose diverse. In alto, in cinque centimetri di altezza, due schieramenti di opliti si vengono incontro con gli scudi blasonati, mentre a sinistra un gruppo si sta ancora armando e un suonatore di aulos, il flauto doppio, detta il passo. Nella fascia centrale, la più larga, corrono un corteo di carri e cavalieri, una caccia al leone e, sotto l’ansa, il giudizio di Paride. In basso una caccia alla lepre fra i cespugli.

particolare dell olpe chigi ricomposta da frammenti, con la fila di opliti che avanzano con gli scudi decorati nella fascia alta e i cavalieri nella fascia sottostante

Questo vaso porta due primati. La fascia alta è la più antica raffigurazione conosciuta di una falange oplitica in azione, cioè della formazione compatta che avrebbe deciso le guerre greche per tre secoli; e il giudizio di Paride, con i nomi dei personaggi scritti accanto a grandi lettere, è la prima volta che quella scena compare nella pittura greca. Il vaso è finito in una tomba a nord di Roma perché l’aristocrazia etrusca comprava vasi greci e ci si faceva seppellire.

L’Olpe è esposta nella sala 38, che il museo ha chiuso per riallestimento insieme alla 39: prima di venire per lei, controlla che abbia riaperto.

5. La Cista Ficoroni

Sali al piano superiore ed entra nelle sale delle vecchie collezioni. C’è un contenitore cilindrico di bronzo alto settantaquattro centimetri, con il coperchio sormontato da tre figurine e i piedini a zampa di leone. Era un astuccio da toeletta, e viene da Palestrina, l’antica Preneste, dal IV secolo a.C.

Sul corpo, inciso a punta sottile, si svolge un episodio della saga degli Argonauti: il pugilato fra Polluce e il re dei Bebrici, con la nave e l’equipaggio intorno. Sul coperchio una piccola iscrizione in latino arcaico dice che Novios Plautios la fece a Roma e che Dindia Macolnia la donò alla figlia.

Leggila, perché è una frase rara. Un oggetto trovato a Palestrina, decorato con una storia greca, firmato da un artigiano con nome osco, fabbricato a Roma e regalato da una madre: quattro mondi in una riga di bronzo, e il segno che in questa parte d’Italia nessuna cultura viveva chiusa in casa propria.

6. Gli Ori Castellani

La collezione Castellani è arrivata allo Stato nel 1919, donata dall’ultimo erede della famiglia romana di orafi, ed è la sala che confonde di più chi la guarda, perché mette insieme due cose. Da una parte ci sono gioielli antichi e oggetti preziosi che i Castellani collezionavano; dall’altra gli «ori moderni», cioè i gioielli che la loro bottega produsse nell’Ottocento ispirandosi agli scavi, quasi sempre firmati sul retro con due C intrecciate.

La sfida su cui la famiglia lavorò per decenni era la granulazione, la tecnica con cui gli orafi antichi saldavano sulla superficie migliaia di sferette d’oro senza che la saldatura si vedesse. Fortunato Pio Castellani, il fondatore della bottega, sosteneva di averne ritrovato il segreto fra gli artigiani di Sant’Angelo in Vado, nelle Marche, che la usavano ancora per i gioielli popolari; nel 1859 la famiglia passò cinque mesi a restaurare e catalogare la collezione Campana, e da lì arrivò a una riproduzione accettabile.

Il motivo per entrare in questa sala è proprio il confronto fra un pezzo antico e uno della bottega. I Castellani non copiavano e basta: rinnovavano i modelli e aggiungevano motivi che gli Etruschi non conoscevano, come monete antiche e micromosaici, e guardando le due serie una accanto all’altra capisci che cosa vuol dire rileggere un gioiello invece di rifarlo.

Attenzione: la sala degli Ori Castellani è chiusa per riallestimento dall’11 agosto 2026, e anche quando riapre non si visita nei giorni a ingresso gratuito.

7. La Tomba François, arrivata nel 2026

È la novità che rende diverso il museo di oggi da quello di due anni fa. La Tomba François fu scoperta il 1° maggio 1857 a Vulci, su un terreno del principe Torlonia, e le sue pitture, staccate dalle pareti poco dopo, sono rimaste per più di un secolo in una collezione privata, visibili quasi a nessuno.

Perché un ciclo di pitture etrusche di questa importanza è rimasto invisibile per più di un secolo?

Perché apparteneva a un privato, e nessuna legge lo obbligava a mostrarlo. Nel maggio 2026 gli affreschi sono entrati nel patrimonio dello Stato e sono passati alle collezioni di Villa Giulia, che li presenta ricomposti come dovevano apparire dentro la tomba. È un ciclo della seconda metà del IV secolo a.C., e la cosa che lo rende unico non è la qualità, per quanto sia altissima: è il soggetto. Da una parte corrono episodi greci, come il sacrificio dei prigionieri troiani ai funerali di Patroclo e il duello fra Eteocle e Polinice, e accanto compare il ritratto di Vel Saties, il nobile che fece costruire la tomba. Dall’altra c’è una battaglia fra eroi etruschi, ognuno con il nome scritto accanto: Macstarna scioglie i legacci di Caile Vipinas, il Celio Vibenna delle fonti latine, mentre i compagni si gettano sui nemici, e uno di questi si chiama Cneve Tarchunies Rumach, Gneo Tarquinio di Roma.

affresco della tomba francois con il sacrificio dei prigionieri troiani, achille in armatura che colpisce un prigioniero inginocchiato fra la dea alata vanth e il demone charun dalla pelle azzurra con il martello

Il museo identifica Macstarna con il futuro re di Roma Servio Tullio. Le cronache romane conoscono questa storia e la raccontano a modo loro: qui c’è la versione etrusca, usata da una famiglia di Vulci per raccontare se stessa.

La visita è compresa nel biglietto, ma va prenotata: si entra in gruppi di massimo trenta persone, con partenze ogni venti minuti, e nei giorni a ingresso gratuito la tomba non si visita. Fino al 31 dicembre 2026 il percorso si chiude con la mostra Il Ritorno degli Eroi, con oggetti e documenti prestati dal Louvre, dal British Museum, dai musei di Bruxelles e di Losanna, dai Musei Vaticani e dall’Istituto Archeologico Germanico di Roma.

8. Il ninfeo, che non è un’opera etrusca

L’ottava cosa da vedere è la villa. Esci sul cortile a emiciclo, attraversa il loggiato e affacciati: il terreno sprofonda su tre livelli, e in fondo, sotto il piano del giardino, c’è una vasca circondata da cariatidi, alimentata dall’Acqua Vergine, lo stesso acquedotto romano che arriva alla Fontana di Trevi.

il livello piu basso del ninfeo di villa giulia, con le cariatidi intorno alla vasca e sopra la loggia con la balaustra

Si chiama ninfeo. Lo disegnò Ammannati ed è una delle invenzioni più imitate del Cinquecento romano. Per alimentarlo Giulio III fece deviare fin qui un ramo dell’acquedotto, e l’acqua non serviva a spettacolarizzare niente: rinfrescava l’aria di uno spazio scavato, dove il papa mangiava d’estate.

Scendi fino in fondo. Dal livello più basso, guardando in su, capisci il trucco dell’insieme: ogni piano nasconde quello sotto, e la villa sembra piccola finché non ci sei dentro.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 17 settembre 2026 sul sito ufficiale del museo, museoetru.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 13 euro e comprende tutto il percorso permanente. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni. La visita alla Tomba François e alla mostra che la accompagna è compresa nel biglietto, ma la prenotazione è obbligatoria: si fa sul sito di CoopCulture oppure in biglietteria, se restano posti. L’audioguida costa 7 euro. Orari. Da martedì a domenica 8:30-19:30, con chiusura delle sale alle 19:00 e ultimo ingresso alle 18:30. Il museo resta chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1° gennaio. Gratuità. Si entra gratis la prima domenica del mese, il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre. In quelle giornate però la Macchina del Tempio, la sala degli Ori Castellani e la sala dello Zodiaco non sono visitabili, e la Tomba François non si visita. Sale chiuse. Il museo è in riallestimento. Alla data della verifica risultavano chiuse le sale dalla 11 alla 14, dal 15 settembre 2026, con il Sarcofago degli Sposi visibile solo dalla sala 11 e le lamine di Pyrgi non visibili; la sala 27 degli Ori Castellani, dall’11 agosto 2026; le sale 24 e 25, dal 22 agosto; le sale 38 e 39 di Veio, con l’Olpe Chigi. Il piano superiore si raggiunge dalla scala esterna nel giardino laterale sinistro. Gli avvisi cambiano spesso: leggili sul sito del museo il giorno prima, oppure telefona allo 06 3226571. Come arrivare. Il museo è in piazzale di Villa Giulia 9. La fermata di metro A più vicina è Flaminio, a circa un chilometro. Il tram 19 ha una fermata intitolata al museo e il tram 3 si ferma a Flaminia/Belle Arti, a poche centinaia di metri. Dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna si arriva a piedi in un quarto d’ora lungo viale delle Belle Arti. Quanto tempo prevedere. Le otto opere di questa guida chiedono due ore, che con le sale chiuse di questo periodo si riducono a un’ora e mezza. Aggiungine una se vuoi seguire anche le sale di Vulci e delle collezioni Kircheriane, e mezz’ora per il giardino.

Da qui in poi

A un quarto d’ora a piedi, nello stesso quartiere, c’è l’altra grande collezione statale di Valle Giulia: le opere da vedere sono in Galleria Nazionale d’Arte Moderna: 8 opere da vedere, da Canova a Pollock.

Se ti interessa la scultura antica e non solo quella etrusca, il percorso naturale prosegue a Palazzo Altemps e a Palazzo Massimo, le due sedi del Museo Nazionale Romano che raccontano Roma quando gli Etruschi non c’erano più. La mappa completa delle collezioni della città è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: Sarcofago degli Sposi, Apollo di Veio e lamine di Pyrgi di Sailko (CC BY-SA 4.0); Olpe Chigi di ArchaiOptix (CC BY-SA 4.0); ninfeo di Andrea Comisi (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons. L’affresco della Tomba François è di pubblico dominio.