All’EUR, intorno a piazza Guglielmo Marconi, i palazzi di travertino bianco si guardano da lontano con le loro file di finestre tutte uguali. In uno di questi è conservata una maschera coperta di tessere di turchese, arrivata dal Messico in Europa pochi decenni dopo la conquista spagnola, e finita nel guardaroba di un duca di Firenze.

Il Museo delle Civiltà è il museo romano più difficile da spiegare in una riga, perché non è un museo solo. Dal 2016 ne tiene insieme quattro: la preistoria e l’etnografia di Luigi Pigorini, l’arte orientale di Giuseppe Tucci, l’alto medioevo e le arti popolari italiane. Ci si arriva con la metro B, e in mezz’ora si passa dai Neanderthal ai carri siciliani.

Sei cose valgono il viaggio fin qui, e prima di elencarle serve dire com’è messo il museo adesso, perché è in mezzo a un rifacimento che dura da anni.

Che cosa succede, davvero, quando quattro musei diventano uno solo?

Si parte!

Quattro musei, due palazzi e un cantiere aperto

Le collezioni nascono separate e in epoche diverse. Il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini apre nel 1876 al Collegio Romano e all’EUR ci arriva molto più tardi; il Museo Nazionale d’Arte Orientale, intitolato a Giuseppe Tucci, raccoglie le missioni italiane in Asia; il Museo dell’Alto Medioevo e il Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Lamberto Loria completano il gruppo. Nel settembre 2016 il Ministero li unisce in un istituto solo.

Oggi le collezioni occupano due edifici affacciati sulla stessa piazza, e il biglietto ti vale per tutti e due. Il Palazzo delle Scienze, in piazza Guglielmo Marconi 14, raccoglie la preistoria, la paleontologia, le collezioni africane, americane, asiatiche e oceaniane, più l’alto medioevo. Il Palazzo delle Arti e Tradizioni Popolari, al numero 8, ospita le collezioni italiane.

Adesso la parte che devi sapere prima di comprare il biglietto. Dal 2022 la direzione ha avviato un riallestimento progressivo, sezione per sezione, che riapre spazi chiusi da decenni e ne chiude temporaneamente altri. Vuol dire che il museo di oggi non è quello di due anni fa e non sarà quello dell’anno prossimo, e che una sala può risultare chiusa il giorno in cui arrivi. In questo momento, per esempio, le sale delle collezioni africane, americane e oceaniane, al primo piano del Palazzo delle Scienze, sono chiuse fino alla fine dei lavori, che il museo prevede per l’inverno 2026; una selezione a rotazione dei loro pezzi è esposta all’ingresso, nell’allestimento In corso d’opera. Prima di partire, apri la pagina degli avvisi sul sito: è l’unico posto dove il museo dichiara che cosa è aperto.

1. La maschera di turchese dei Medici

È fra i pezzi più preziosi della raccolta americana. La scheda del museo la attribuisce ad artigiani mixtechi di Puebla o di Oaxaca, fra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, e la considera probabilmente un’immagine della divinità 9 Canna; il museo la presenta anche come «maschera azteca», perché appartiene alla tradizione stilistica detta mixteco-puebla, diffusa nel mondo azteco. È un supporto di legno rivestito a mosaico di tessere di turchese, di conchiglia e di madreperla, fissate con la resina.

Guardala di fronte. È un volto con gli occhi, il naso e la bocca scavati, inserito fra le due mandibole triangolari di un serpente, le cui gengive sono segnate da strisce di conchiglia rossa. Sul naso porta un ornamento, e sulla fronte si intrecciano serpenti le cui teste sporgono ai due lati.

la maschera di turchese dei medici vista di fronte, un volto con occhi naso e bocca scavati inserito fra le mandibole di un serpente, con le gengive segnate da tessere rosse di conchiglia

Come ci è arrivata, una maschera messicana, in un museo di Roma?

Attraverso Firenze. Compare già nell’inventario della Guardaroba medicea del 1553-1559, descritta come una maschera «delle Indie» di turchesi su legno, e con ogni probabilità apparteneva alle raccolte di Cosimo I de’ Medici. Negli inventari fiorentini resta fino al Settecento, passa al museo di fisica e storia naturale e poi, nel 1823, all’Opificio delle Pietre Dure. Lì se ne perdono le tracce, finché Luigi Pigorini la ritrova dimenticata in una cassa di un magazzino e nel 1880 la ottiene per il suo museo.

Il museo la presenta come la meglio conservata di un gruppo di circa venticinque mosaici di questo tipo sopravvissuti nel mondo. È un superlativo che vale la pena riportare con il suo criterio: non è la più bella in assoluto, è quella a cui manca meno.

Dove vederla oggi: le sale americane sono chiuse per lavori, e la maschera si vede solo se fa parte della selezione a rotazione esposta all’ingresso del Palazzo delle Scienze. Se vieni per lei, chiedi prima al museo se in quel periodo è in mostra.

2. Il cranio di Neanderthal del Circeo, e la storia sbagliata che gli hanno messo addosso

Nella sala dedicata alla Grotta Guattari, a San Felice Circeo, è esposto un cranio quasi completo di Homo neanderthalensis, che gli studiosi chiamano Guattari 1, insieme a una mandibola trovata poco distante.

Fu scoperto nel 1939 e sembrava trovarsi dentro un cerchio di pietre, con il foro occipitale allargato. Alberto Carlo Blanc, che guidava le ricerche, ne dedusse un rito: i Neanderthal avrebbero rotto la base del cranio per estrarre il cervello e mangiarlo, e avrebbero deposto il resto dentro un cerchio di sassi. Quella lettura è finita nei manuali scolastici di due generazioni, e se hai fatto il liceo in Italia è probabile che tu l’abbia studiata così.

E se il cerchio di pietre non fosse mai stato un rito?

Nel 1989, cinquant’anni esatti dopo la scoperta, un convegno riunito al Circeo smontò l’interpretazione. Sul cranio non c’è un solo segno di strumento: gli unici segni sono denti di iena. La grotta era una tana: i resti ci sono arrivati trascinati dagli animali, e l’allargamento del foro è un danno post mortem. Il cerchio di pietre, esaminato di nuovo, non risultò un’opera intenzionale.

Fermati su questa vetrina più che sulle altre, perché è il caso in cui un museo espone insieme un reperto e l’errore che ci è stato costruito sopra. La sala è stata riallestita nel dicembre 2025 e racconta anche questo.

3. L’opus sectile di Porta Marina

Nella sezione dell’alto medioevo c’è una stanza intera ricostruita, e sono le pareti a essere l’opera. Vengono da un edificio della fine del IV secolo scavato appena fuori Porta Marina, a Ostia Antica, e sono rivestite in opus sectile, cioè con lastre di marmo tagliate a formare le figure invece che dipinte.

Il montaggio che vedi è il risultato di una ricomposizione condotta fra il 2006 e il 2009 su migliaia di frammenti. Ci sono leoni e tigri che azzannano cervi e antilopi, e uno dei leoni porta un collare borchiato; ci sono busti dentro cornici, fra cui un uomo barbato benedicente con il nimbo, e motivi geometrici. I colori vengono tutti dai marmi: giallo antico, serpentino, porfido rosso e pavonazzetto. E la data è sicura, perché nella malta di uno dei pannelli con il leone è stata trovata una moneta di bronzo di Magno Massimo, imperatore fra il 383 e il 388.

un pannello dell opus sectile di porta marina con un leone di marmo giallo che porta un collare borchiato e azzanna un cervo, fatto di lastre di marmo tagliate

Avvicinati a un leone e cerca la giuntura fra una lastra e l’altra. Un mosaico usa tessere piccole e uguali; qui ogni pezzo è tagliato su misura per la forma che deve fare, e il disegno passa attraverso la venatura del marmo. È una tecnica costosissima, riservata alle case più ricche, e questa è una delle poche superfici di quel tipo rimontate per intero.

4. Le collezioni asiatiche di Giuseppe Tucci

Giuseppe Tucci (1894-1984) fu l’orientalista italiano che guidò otto spedizioni in Tibet fra il 1929 e il 1948 e altre sei in Nepal, prima di avviare gli scavi italiani in Pakistan, Afghanistan e Iran. I materiali che ne tornarono formano il nucleo della raccolta asiatica, e nel 1957 furono la ragione per cui Tucci fondò il Museo Nazionale d’Arte Orientale, che oggi è confluito qui.

Ci trovi sculture del Gandhara, cioè l’arte buddhista nata nell’attuale Pakistan dall’incontro con la scultura greca, thangka tibetani, bronzi, ceramiche e i reperti degli scavi italiani nella valle dello Swat. La sezione è fra quelle interessate dal riallestimento e apre a tappe, quindi controlla gli avvisi se vieni apposta per questa.

La cosa da guardare, nelle sale del Gandhara, sono le facce dei Buddha. Hanno il panneggio, i capelli ondulati e i lineamenti della scultura ellenistica, perché quegli scultori lavoravano a duemila chilometri dalla Grecia usando un repertorio arrivato con Alessandro Magno. Poche sale al mondo mostrano così bene che uno stile può viaggiare più lontano di chi lo ha inventato.

5. Le arti popolari italiane, nel palazzo di fronte

Attraversa la piazza ed entra nell’altro edificio, perché quasi nessuno lo fa e il biglietto lo comprende. Qui c’è la raccolta che Lamberto Loria mise insieme per l’Esposizione etnografica del 1911: costumi, strumenti di lavoro, ex voto, carri, maschere, oggetti della vita contadina e artigiana italiana prima dell’industria.

Fra i pezzi più riconoscibili ci sono i carretti siciliani, con le sponde dipinte a sfilate di cavalieri, ma il valore della raccolta sta nell’insieme. Guarda quanti oggetti diversi servivano per un mestiere solo, e quanto sono locali: la stessa funzione ha una forma diversa in ogni valle.

la sponda dipinta di un carretto siciliano al museo delle arti e tradizioni popolari, con una sfilata di cavalieri in armatura con lance e stendardi fra cornici di fiori

Una cosa la sezione la dichiara da sé. Una raccolta come questa nasce nel momento in cui quel mondo sta finendo, e chi la mise insieme lo sapeva: non documenta una cultura viva, documenta l’ultimo istante in cui era possibile raccoglierla.

6. Il Museo delle Opacità

L’ultima cosa non è un oggetto antico ed è la ragione per cui questo museo, adesso, è interessante più di quanto suggerisca la sua fama.

Molte collezioni etnografiche europee sono arrivate nei musei attraverso il colonialismo, e per un secolo le didascalie non lo hanno detto. La direzione ha avviato un ciclo di allestimenti chiamato Museo delle Opacità, che prende i materiali legati all’impero italiano, all’agricoltura e all’architettura coloniale, e li rimette in mostra dichiarando da dove vengono e come ci sono arrivati.

Guardati intorno mentre attraversi la piazza, perché il posto rende il lavoro più tagliente: l’EUR fu progettato negli anni Trenta per l’Esposizione Universale del 1942, che non si tenne mai, ed è il quartiere in cui il regime fascista voleva mostrare al mondo la propria idea di impero. Un museo che riesamina il colonialismo italiano lo sta facendo dentro l’architettura che lo celebrava.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 17 settembre 2026 sul sito ufficiale museodellecivilta.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 10 euro e comprende tutte le sezioni aperte nei due palazzi. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni; esiste anche un biglietto «amico» da 5 euro. Orari. Da martedì a domenica 8:00-19:00, con ultimo ingresso alle 18:30. Il museo resta chiuso il lunedì. Gratuità. Si entra gratis la prima domenica del mese. Sono gratuiti anche gli ingressi dei minori di 18 anni dell’Unione Europea, delle persone con disabilità con un accompagnatore, dei docenti e degli studenti delle facoltà indicate dal Ministero, dei giornalisti accreditati e delle guide turistiche dell’Unione Europea. Sale chiuse. Il riallestimento procede per sezioni. Alla data della verifica erano chiuse, fino alla conclusione dei lavori prevista per l’inverno 2026, le sale delle collezioni africane, americane e oceaniane al primo piano del Palazzo delle Scienze; una selezione a rotazione dei loro pezzi è esposta all’ingresso. La pagina degli avvisi del sito è l’unico elenco aggiornato, e conviene leggerla il giorno prima se vieni per un pezzo preciso. Come arrivare. I due palazzi sono in piazza Guglielmo Marconi 14 e 8. La fermata della metro B è EUR Fermi, a cinque minuti a piedi; fermano lì vicino anche gli autobus 30, 170, 671, 714 e 791. Il parcheggio nelle strade intorno è gratuito, cosa rara a Roma. Quanto tempo prevedere. Le sei cose di questa guida chiedono due ore. Mettine tre se vuoi vedere entrambi i palazzi con calma, e considera che dal centro ci vogliono venti minuti di metro all’andata e altrettanti al ritorno.

Da qui in poi

Se ti interessa la preistoria e l’archeologia del Lazio prima di Roma, il percorso naturale è il Museo Etrusco di Villa Giulia, all’altro capo della città, dove il racconto riprende dal punto in cui questo si ferma.

Per l’antichità romana vera e propria le quattro sedi del Museo Nazionale Romano restano il riferimento, e l’opus sectile che hai visto qui viene da Ostia, che si visita in mezza giornata partendo dalla Piramide: la guida è in Visitare Ostia Antica. La mappa completa delle collezioni della città è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: tutte le immagini sono di Francesco Bini (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons. Per il cranio del Circeo su Commons esistono solo fotografie di calchi conservati in altri musei, per le sale asiatiche solo immagini della vecchia sede di Palazzo Brancaccio, e le opere del Museo delle Opacità sono contemporanee e protette: per questo quelle sezioni restano senza fotografia.