A dieci minuti a piedi da piazza del Popolo, appena dentro Villa Borghese, c’è un palazzo bianco con la scalinata e le colonne che sembra un tribunale. Dentro ci sono un Van Gogh, un Monet, un Klimt, due ready-made di Duchamp e un Pollock, e nel salone centrale un gruppo di marmo alto più di tre metri in cui Ercole scaglia via un uomo.

La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea ha una stranezza: quasi nessuno ci va. I romani la chiamano ancora GNAM, e la conoscono come il museo di viale delle Belle Arti. Ha quasi ventimila opere e copre due secoli interi di arte italiana e straniera, eppure è la grande collezione di Roma che non trovi mai nelle liste dei dieci posti da vedere.

Qui sotto trovi otto opere in ordine di tempo, dal marmo neoclassico ai sacchi di juta bruciati, a partire dal salone che vedi appena entri.

Perché il museo con i Van Gogh di Roma è anche il più vuoto?

Si parte!

L’edificio, e perché il nome cambia a seconda di chi lo dice

La galleria nacque nel 1883, aprì al pubblico il 5 marzo 1885 e aveva sede nel Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale. La casa attuale è più giovane: il Palazzo delle Belle Arti, progettato dall’architetto e ingegnere romano Cesare Bazzani per l’Esposizione internazionale del 1911, quella dei cinquant’anni dell’unità d’Italia.

Bazzani stesso lo raddoppiò nel 1933, e un’ala ulteriore, progettata da Luigi Cosenza e finanziata nel 1973, fu inaugurata soltanto nel 1988. Sono tre edifici cuciti insieme, e te ne accorgi camminando: le sale cambiano proporzione e altezza senza preavviso.

Il nome ufficiale resta Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, l’acronimo storico è GNAM, e da qualche anno il museo si presenta semplicemente come La Galleria Nazionale. Se cerchi le informazioni online, tienilo a mente: i tre nomi portano a tre siti diversi, e non sempre dicono lo stesso prezzo.

1. Ercole e Lica di Canova

Il museo lo usa come immagine di se stesso, e occupa il salone centrale. Antonio Canova ci lavorò fra il 1795 e il 1815, venti anni, ed è la prima statua colossale della sua carriera. La commissione era di Onorato Gaetani dei principi d’Aragona, che però rinunciò: il gruppo lo comprò nel 1800 il banchiere Giovanni Raimondo Torlonia, per diciottomila scudi.

Il gruppo supera i tre metri di altezza. Ercole, avvelenato dalla tunica che il servo Lica gli ha consegnato senza saperlo, afferra il ragazzo per una gamba e per i capelli e lo scaglia in mare. Guarda dove finisce il corpo di Lica: la testa è rovesciata all’indietro, le braccia ricadono verso l’altare coperto dalla pelle del leone, e tutto il peso è già fuori equilibrio.

il gruppo marmoreo di ercole e lica di canova su fondo nero, con ercole che solleva il ragazzo per una gamba e per i capelli

Da dove viene tutta questa violenza, nello scultore che passa per il più composto di tutti?

Perché il neoclassicismo di Canova non è mai stato soltanto calma. Qui il corpo di Ercole è torto su se stesso, i muscoli sono tirati, e il gruppo ti obbliga a girarci intorno per capire dove finirà il lancio: è una scultura costruita sul movimento, non sulla posa. Il salone che la ospita è stato ripensato dall’artista Alfredo Pirri, e anche questa è una scelta che il museo ha fatto di proposito, affidando le sue sale a chi fa arte oggi.

2. Le tre età di Klimt

Una sala intera è dedicata a Gustav Klimt e al suo dipinto del 1905, Le tre età, un quadrato di centottanta centimetri per lato che accosta una bambina addormentata, la madre che la tiene e una vecchia che si copre il volto.

le tre eta di klimt, con la vecchia a sinistra che si copre il volto e la madre che tiene in braccio la bambina addormentata, su fondo a decori dorati

Accanto al quadro il museo espone tre disegni a matita sullo stesso tema. Sono la parte che quasi tutti saltano e sono il motivo per fermarsi: nei disegni si vede la stessa figura cercata e rifatta, senza oro e senza decorazione, e il corpo che nel dipinto sparisce sotto i motivi colorati qui resta nudo, costruito a linee.

Il quadro arrivò in Italia dopo l’Esposizione internazionale di Roma del 1911, alla quale Klimt partecipò nel padiglione austriaco e nella quale vinse il primo premio: lo Stato lo acquistò in quella occasione. È l’unico Klimt di questa importanza in un museo italiano, ed è esposto in una sala dove il più delle volte non c’è nessuno.

3. I due Van Gogh

Non è uno solo, sono due, e questa è la cosa che sorprende chi arriva convinto di trovare un quadro isolato: il museo possiede Il giardiniere, del 1889, e L’Arlesiana, del 1890.

Che differenza fa vederli uno accanto all’altro?

Fa che li puoi confrontare, e il confronto è quasi una lezione. Il giardiniere è un uomo colto all’aperto, con il fondo di pennellate verdi e gialle che gira intorno alla figura. L’Arlesiana è un ritratto di posa: seduta al tavolo con due libri davanti, su un fondo di tratteggi rosa, con il volto costruito per contorni. Due modi diversi di risolvere lo stesso problema, appesi a un metro di distanza.

il giardiniere di van gogh, un uomo con il cappello di paglia e la camicia a righe davanti a un frutteto verde in fiore

4. Le ninfee rosa di Monet

Claude Monet dipinse le Ninfee rosa fra il 1897 e il 1899, all’inizio della serie che avrebbe continuato per il resto della vita.

È utile guardarlo dopo i Van Gogh e prima delle sale del Novecento, perché è il momento in cui il soggetto comincia a scomparire: non c’è orizzonte, non c’è riva, c’è solo la superficie dell’acqua con i fiori e i riflessi. Trent’anni dopo, nelle sale più avanti, l’assenza di soggetto sarà il punto di partenza invece che il punto d’arrivo.

5. I bracconieri nella neve di Courbet

Gustave Courbet lo dipinse nel 1867, e il museo conserva anche La vague, del 1871.

Cerca il bianco della neve. Non è bianco: è azzurro, grigio, bianco sporco, e il realismo di Courbet consiste esattamente in questo, nel rifiuto di dipingere le cose del colore che si suppone abbiano. È un quadro che si capisce da vicino, guardando come è fatta la materia.

i bracconieri nella neve di courbet, due uomini con i fucili che camminano su un pendio innevato con due cani

6. I ready-made di Duchamp

Il museo espone due degli oggetti che hanno rotto in due la storia dell’arte del Novecento: la Ruota di bicicletta e lo Scolabottiglie di Marcel Duchamp, cioè una ruota montata su uno sgabello e un attrezzo da cantina comprato in un grande magazzino.

Una precisazione che cambia quello che stai guardando: non sono gli oggetti del 1913 e del 1914. Di quelli non resta niente, perché Duchamp li perse o li buttò. Questi sono le repliche autorizzate che lui stesso fece rifare nel 1964 insieme al gallerista Arturo Schwarz, e che Schwarz donò al museo nel 1998. Per un’opera che nasce da un oggetto comprato in negozio la differenza fra originale e replica è meno grave che altrove, ed è una domanda che Duchamp aveva messo in conto.

Qui serve un avvertimento, e riguarda la disposizione. Il riallestimento firmato dalla direttrice Renata Cristina Mazzantini è stato contestato pubblicamente. Nel dicembre 2025, su Artribune, lo storico dell’arte Alberto Dambruoso ha criticato la collocazione dei Duchamp sotto una scala, l’illuminazione di diverse opere lasciate in ombra, e sculture accostate per genere invece che per ragioni storiche. Non è una polemica di corridoio: se ti sembra di dover cercare i pezzi importanti, non è colpa tua.

7. Watery Paths di Pollock

Jackson Pollock dipinse Watery Paths nel 1947, l’anno in cui cominciò a lavorare con la tela stesa a terra e il colore fatto colare.

Avvicinati fino a mezzo metro e poi allontanati di cinque passi. Da vicino vedi i fili di colore sovrapposti, gli spessori, i punti in cui il pigmento si è accumulato; da lontano vedi una superficie continua che sembra vibrare. Questo quadro esiste in due versioni a seconda di dove metti i piedi, e non è un modo di dire.

8. Il grande sacco di Burri e il Concetto spaziale di Fontana

Le sale del secondo Novecento chiudono il percorso con due opere italiane che si reggono a vicenda: Il grande sacco di Alberto Burri, del 1952, e un Concetto spaziale di Lucio Fontana del 1949.

Burri cuce, brucia e rattoppa la juta dei sacchi militari: la tela smette di essere il supporto e diventa la materia del quadro. Fontana buca la tela, e con quel gesto dichiara che dietro la superficie c’è uno spazio vero. Sono due modi opposti di rispondere alla stessa domanda su che cosa sia un quadro, e a distanza di settant’anni funzionano ancora tutti e due.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 16 settembre 2026 sul sito ufficiale della Galleria Nazionale. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 15 euro e comprende sia la collezione sia le mostre temporanee in corso. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni. Attenzione al prezzo. Il sito del museo indica 15 euro, il portale del Ministero della Cultura ne indica 17: sono due pagine ufficiali che non concordano, quindi controlla alla cassa e non fidarti della cifra che hai letto qui o altrove tre mesi fa. Un biglietto che quasi nessuno conosce. Se nello stesso giorno visiti anche la Galleria Borghese, che è a un quarto d’ora a piedi dentro lo stesso parco, l’ingresso alla Galleria Nazionale costa 10 euro. Il biglietto vale tre ore e permette di uscire e rientrare, per esempio per il caffè. Gratuità. Entrano gratis i minori di 18 anni, le persone con disabilità con un accompagnatore, le guide turistiche e i soci ICOM, e i docenti e studenti di architettura, conservazione dei beni culturali, lettere e archeologia. L’ingresso è gratuito per tutti la prima domenica del mese, il 25 aprile, il 2 giugno e il 4 novembre, con prenotazione obbligatoria. Orari. Da martedì a domenica 9:00-19:00. Chiuso il lunedì. L’ultimo ingresso è quarantacinque minuti prima della chiusura. Una sala chiusa. Dal 1° aprile il settore 0.1 del museo è chiuso per riallestimento: chiedi alla cassa che cosa comprende, prima di cercare un’opera che potrebbe non essere visibile. Come arrivare. Il museo è in viale delle Belle Arti 131. La metro A ferma a Flaminio, a circa seicento metri; passano i tram 3 e 19 e gli autobus 61, 89, 160, 490 e 495. L’ingresso accessibile è in via Gramsci 71. Quanto tempo prevedere. Le otto opere di questa guida richiedono un’ora e mezza. Metti in conto due ore e mezza se percorri anche le sale dell’Ottocento italiano, che sono la parte più estesa della collezione.

Da qui in poi

Dentro Villa Borghese, a un quarto d’ora a piedi, c’è il museo che tutti prenotano: le opere da vedere sono in Galleria Borghese: 10 opere da non perdere, e con il biglietto combinato risparmi cinque euro.

Chi ha diretto questo museo dal 1942 al 1975, Palma Bucarelli, ha lasciato il proprio guardaroba a un altro museo romano: è alla Casa Museo Boncompagni Ludovisi, ed è il ritratto della stessa persona visto dall’altra parte. Se cerchi l’altra grande collezione di pittura della città, quella antica, è a Palazzo Barberini. Per il quadro completo, con i giorni di chiusura, resta Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: facciata della Galleria Nazionale di Chabe01 (CC BY-SA 4.0); Ercole e Lica di manuel pagani (CC BY-SA 4.0); Il giardiniere e I bracconieri nella neve di Sailko (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons. Le tre età di Klimt è di pubblico dominio.