In via della Lungara, cinquanta metri più avanti del cancello di Villa Farnesina e sullo stesso marciapiede, una facciata lunghissima nasconde un cortile e uno scalone. Al piano nobile, nelle sale della galleria, i quadri sono appesi su più file sovrapposte, le cornici quasi a toccarsi, fino alla volta.

Non è un allestimento provvisorio e non è pigrizia di un museo senza fondi: è come li aveva appesi il cardinale Neri Maria Corsini negli anni Trenta del Settecento, e nessuno li ha più staccati. La Galleria Corsini è l’unica raccolta romana di quel secolo arrivata a noi quasi com’era, quadri, marmi e mobili insieme.

Il percorso è breve, poche sale al piano nobile, e le cose da cercare sono queste sei. L’ultima non è un quadro, è una stanza.

Come ha fatto una collezione privata di questa qualità a non finire venduta pezzo per pezzo?

Si parte!

Una regina, un papa e una vendita andata bene

Il palazzo lo fece costruire nel 1511 il cardinale Raffaele Riario, e contava già un secolo e mezzo quando la collezione cominciò. Fra il 1659 e il 1689 ci abitò Cristina di Svezia, la regina che aveva abdicato al trono, si era convertita al cattolicesimo e si era trasferita a Roma nel 1655. Fece modificare gli interni per ospitare le sue raccolte, le statue al pianterreno e i dipinti al piano nobile, e ne fece la sede del circolo di eruditi che teneva intorno a sé. Morì in questo palazzo.

I Corsini lo comprarono nel 1736, quando il fiorentino Lorenzo Corsini era papa con il nome di Clemente XII. Il cardinale nipote Neri Maria affidò la trasformazione a Ferdinando Fuga, che raddoppiò la facciata e vi aggiunse lo scalone monumentale; fu poi Neri Maria a riempire il piano nobile con la quadreria che vedi.

Adesso la risposta alla domanda dell’apertura. Nel 1883 il principe Tommaso Corsini cedette il palazzo al Regno d’Italia e, insieme all’edificio, regalò allo Stato l’intera collezione, a condizione che restasse lì. Fu il primo nucleo della Galleria Nazionale d’Arte Antica, quella che oggi comprende anche Palazzo Barberini. Le altre grandi quadrerie romane del Settecento sono state smembrate, disperse o rivendute all’estero: questa no, perché qualcuno la regalò invece di metterla all’asta.

Nel resto del palazzo hanno sede l’Accademia dei Lincei, che possiede la Farnesina di fronte, e sul retro l’Orto Botanico di Roma, che era il giardino di casa.

1. L’allestimento, che è la prima opera

Prima di cercare i singoli quadri, guarda una parete intera e basta.

In un museo moderno i dipinti sono distanziati, all’altezza dei tuoi occhi, con un cartellino accanto e un muro neutro dietro. Qui no: sono incastrati come le tessere di un puzzle, i grandi in alto e i piccoli in basso, con le cornici dorate che formano una griglia continua, e un quadro importante può trovarsi in alto, vicino alla volta, inclinato in avanti per essere visto dal pavimento.

Perché appendere un Caravaggio dove fai fatica a guardarlo?

Perché il criterio non era la leggibilità della singola opera, era la simmetria della parete. Un collezionista del Settecento voleva un muro che funzionasse come composizione, e cercava le coppie: due tele delle stesse misure a destra e a sinistra di un camino, un ovale che rispondeva a un altro ovale. La qualità contava, ma dentro quella griglia.

Cammina lentamente lungo una parete e ti accorgerai delle corrispondenze da solo. È una cosa che nessuna fotografia restituisce e che non puoi vedere in nessun altro museo di Roma.

2. Il San Giovanni Battista di Caravaggio

Eccolo, ed è il motivo per cui molti arrivano fin qui. Caravaggio dipinse questo San Giovanni Battista nei primi anni del Seicento, e nel 2025 la tela è stata prestata alla mostra Caravaggio 2025 di Palazzo Barberini, per poi tornare qui.

Il santo è un ragazzo seduto, a torso nudo, avvolto in un mantello rosso, con la mano appoggiata alla canna a forma di croce. Manca la pelle di cammello, che nelle altre versioni serve a dire subito chi sia; manca qualunque scena; il deserto è un fondo scuro di tronchi e rami, con una ciotola a terra. Non sta predicando e non sta battezzando nessuno: si riposa, e guarda in basso e di lato.

il san giovanni battista di caravaggio, un ragazzo seduto a torso nudo in un mantello rosso, con la mano sulla canna a forma di croce e una ciotola a terra, su un fondo scuro di tronchi

Avvicinati alla spalla e al braccio. Caravaggio costruisce il corpo con un solo passaggio dal chiaro allo scuro, senza contorno disegnato, ed è il modo di dipingere che nei dieci anni successivi mezza Europa ha provato a copiare.

Tieni presente che l’attribuzione e la data di questa tela sono state discusse a lungo, perché Caravaggio dipinse più volte lo stesso soggetto e le versioni si somigliano. Quella che hai davanti è riconosciuta dalla critica ed è a Roma da secoli.

3. Il trittico del Beato Angelico

Poco più avanti c’è un pannello piccolo e dorato che sembra fuori posto fra le grandi tele barocche, e ha centocinquant’anni più di tutte loro. È un trittico del Beato Angelico, con il Giudizio Universale al centro, l’Ascensione e la Pentecoste ai lati.

È un’opera tarda, databile intorno al 1448-1449, e il pannello centrale misura appena cinquantacinque centimetri per trentotto. Il Giudizio si legge su tre registri sovrapposti: in alto Cristo giudice fra gli angeli, gli apostoli e i fondatori degli ordini monastici, Agostino, Benedetto, Domenico e Francesco; al centro tre figure angeliche; in basso i beati a sinistra e i dannati a destra.

il trittico del beato angelico alla galleria corsini, con l ascensione a sinistra, il giudizio universale al centro con la fila dei sepolcri aperti e la pentecoste a destra, su fondo oro

Guarda che cosa divide i due gruppi. È una fila di sepolcri aperti nel terreno, disposti in prospettiva verso il fondo, che taglia in due il pannello insieme alla figura di Cristo. Angelico usa la prospettiva, cioè lo strumento più moderno della pittura del suo tempo, per organizzare la scena più antica che esista: un uomo del Quattrocento che misura la valle di Giosafat con il righello.

4. Il San Sebastiano curato dagli angeli di Rubens

Pieter Paul Rubens passò in Italia otto anni, fra il 1600 e il 1608, e ci imparò il mestiere guardando i veneziani e Caravaggio. Questa tela è del 1601-1602, e il cardinale Neri Maria Corsini la comprò a Bruxelles nel 1750.

Sebastiano è ancora legato all’albero, con la testa abbandonata sulla spalla: un amorino gli sfila una freccia dal petto, un angelo inginocchiato gli scioglie la corda alla caviglia, e a terra, sulla sinistra, è rimasta la sua armatura di soldato. Scegliere il soccorso invece del martirio permetteva di dipingere un corpo abbandonato invece che teso.

il san sebastiano curato dagli angeli di rubens, con il santo ancora legato all albero, un amorino che gli toglie una freccia dal petto, un angelo inginocchiato che gli scioglie la corda e l armatura a terra

Confronta il colore della carne con quello del Caravaggio di due sale prima. Rubens costruisce la pelle con rosa, bianchi e azzurri stesi uno accanto all’altro e lasciati visibili, Caravaggio la costruisce con la luce. Sono due modi opposti di ottenere la stessa cosa, e averli nello stesso palazzo, a pochi metri, è il vantaggio delle raccolte piccole.

5. La Salomè di Guido Reni

Guido Reni dipinse più volte Salomè con la testa del Battista, e questa è una delle versioni che hanno costruito la sua fama europea.

Come si fa a rendere elegante una decapitazione?

Non c’è sangue, non c’è orrore e non c’è nemmeno un giudizio morale dichiarato: c’è una ragazza dalla pelle di porcellana, dipinta con la stessa levigatezza che Reni riservava alle Madonne, e accanto a lei una testa mozzata su un vassoio. Reni fu il pittore più imitato d’Europa per un secolo proprio per questo, per la capacità di rendere elegante una scena atroce, e nell’Ottocento fu detestato per lo stesso motivo.

Intorno alla Salomè sono appese opere di Guercino, Van Dyck e Murillo: la raccolta Corsini non è solo italiana, ed è uno dei pochi posti a Roma dove il Seicento spagnolo e quello fiammingo si vedono accanto a quello romano.

6. L’alcova di Cristina di Svezia

Qui non c’è una cornice da cercare. In fondo al percorso si conserva la stanza in cui Cristina di Svezia morì, il 19 aprile 1689, con la decorazione ancora al suo posto.

Pensa a chi ci ha dormito. Una donna che a ventotto anni aveva abdicato al trono di Svezia, si era convertita al cattolicesimo rinunciando alla corona di un paese luterano, si era trasferita a Roma, aveva radunato musicisti, scienziati e poeti in questo palazzo e aveva litigato con quattro papi di fila. Il circolo che teneva qui dentro, dopo la sua morte, diventò l’Accademia dell’Arcadia.

Cerca le due colonne che dividono ancora la stanza nel punto dell’alcova, dove c’era il letto: sono di legno dipinto a finto marmo giallo, e furono aggiunte negli anni della regina al posto di un tramezzo. Poi alza gli occhi alle due volte, affrescate a grottesche alla fine del Cinquecento dalla scuola di Federico Zuccari: questa stanza è l’unica parte sopravvissuta del palazzo cinquecentesco. Oggi la stanza è appesa di quadri come le altre sale, e quelle due colonne sono il segno che qui dentro non si esponeva: si dormiva.

la stanza di palazzo corsini in cui mori cristina di svezia, con due colonne a finto marmo giallo, il soffitto affrescato e le pareti coperte di quadri

Informazioni pratiche

Dati verificati il 17 settembre 2026 sul sito ufficiale barberinicorsini.org e sulla biglietteria CoopCulture. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 15 euro e il ridotto 2 euro, riservato ai cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni. La cosa che conviene sapere è che il biglietto è cumulativo: comprende un ingresso alla Galleria Corsini nell’orario prenotato e un ingresso libero a Palazzo Barberini, e vale venti giorni dalla timbratura. Non devi fare le due sedi lo stesso giorno. Orari. Da martedì a domenica 10:00-19:00, con la biglietteria che chiude alle 18:00. Il museo resta chiuso il lunedì. Gratuità. Si entra gratis la prima domenica del mese. Sono gratuiti anche l’ingresso dei minori di 18 anni dell’Unione Europea, quello delle persone con disabilità con un accompagnatore e quello dei soci ICOM e delle guide turistiche abilitate. Come arrivare. La galleria è in via della Lungara 10. Gli autobus 23 e 280 fermano sul lungotevere a duecento metri, e da piazza Trilussa si arriva a piedi in dieci minuti. L’ingresso di Villa Farnesina è cinquanta metri più indietro, sullo stesso lato. Quanto tempo prevedere. Le sei opere di questa guida chiedono un’ora. Mettine una e mezza se leggi parete per parete, e aggiungi un’ora se prosegui nell’Orto Botanico, che ha un biglietto suo e si entra da largo Cristina di Svezia. Le mostre in corso sono elencate nella riga di questa sede in Mostre a Roma, aggiornata ogni mese.

Da qui in poi

Il modo giusto di usare questa parte della città è fare le due visite di seguito nella stessa mattina: dall’altra parte della strada c’è Villa Farnesina: 6 opere da vedere, con il Trionfo di Galatea di Raffaello, e chiude alle 14:00.

Con lo stesso biglietto, entro venti giorni, entri a Palazzo Barberini, dove ci sono altri due Caravaggio e la Fornarina di Raffaello. Per orientarti fra tutte le collezioni della città c’è Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: parete della quadreria di Miguel Hermoso Cuesta (CC BY-SA 4.0); stanza di Cristina di Svezia di Lalupa (CC BY-SA 3.0), da Wikimedia Commons. Il San Giovanni Battista di Caravaggio, il trittico del Beato Angelico e il San Sebastiano di Rubens sono di pubblico dominio.