Sul lungotevere, all’imbocco di ponte Umberto I e a tre minuti da piazza Navona, c’è un palazzo che i muraglioni del Tevere e l’apertura di via Zanardelli costrinsero a rifare da capo, e al pianterreno è conservato il calco in gesso del seno di una donna.
Quella donna è Paolina Bonaparte, sorella preferita di Napoleone e per vent’anni una delle presenze più chiacchierate di Roma. La casa è il Museo Napoleonico: la raccolta che Giuseppe Primoli, un Bonaparte per parte di madre, regalò alla città nel 1927 insieme alle stanze del pianoterra del suo palazzo. Non si paga il biglietto, e sono poche sale.
Merita fermarsi su sei cose, e la sesta non è nemmeno in questo museo: è al piano di sopra, nello stesso portone.
Che cosa ci faceva mezza famiglia Bonaparte a Roma, dopo Waterloo?
Si parte!
Un palazzo tagliato, e un erede che collezionava la propria famiglia
Il conte Luigi Primoli comprò Palazzo Primoli fra il 1820 e il 1828. Poi arrivò il fiume, o meglio i muraglioni: la costruzione degli argini del Tevere e l’apertura di via Zanardelli imposero al palazzo trasformazioni radicali. Nel 1901 Giuseppe Primoli, ormai unico proprietario, ne affidò la ricostruzione all’architetto Raffaele Ojetti: la facciata su piazza dell’Orso fu demolita, l’edificio fu rialzato ed ebbe una facciata nuova su piazza di Ponte Umberto e un ingresso monumentale su via Zanardelli. I lavori finirono nel 1911.
Giuseppe Primoli (1851-1927) era figlio del conte Pietro Primoli e della principessa Carlotta Bonaparte, pronipote di Luciano, fratello di Napoleone. Passò la vita a raccogliere ritratti, lettere, mobili e oggetti della propria parentela, e quando li donò a Roma mise per iscritto l’intenzione: non voleva un museo di cimeli imperiali, voleva il racconto privato di una famiglia.
Tienilo in mente entrando, perché cambia le aspettative. Qui non ci sono il cappello di Austerlitz né la spada di Marengo. Ci sono il taccuino delle spese di una villa, uno specchietto da borsetta e i ritratti di parenti che, fuori dall’Italia, nessuno ricorda.
1. Il calco del seno di Paolina, e la dormeuse
Entra nella sala VI, dedicata a Paolina: sono lì i due oggetti più noti del museo, un calco in gesso del seno della principessa e una replica della sua testa. Tutti e due si riferiscono alla scultura che Antonio Canova eseguì fra il 1805 e il 1808, su commissione arrivata nel 1804.
Accanto c’è una dormeuse in mogano, simile al divano su cui Paolina posò per quella statua. La statua è la Venere Vincitrice e non è qui: la trovi nella prima sala della Galleria Borghese, a un quarto d’ora di autobus, distesa esattamente in quella posa.
Perché conservare il calco di un pezzo di corpo?
Perché intorno a quella statua si era costruito uno scandalo, e i calchi servivano al lavoro dello scultore. Paolina aveva sposato Camillo Borghese nel 1803 ed era stata scolpita quasi nuda, in casa propria, come una dea: la Roma dell’epoca ne parlò per anni, e il principe finì per tenere la statua chiusa e mostrarla a pochi. Guardando questo gesso capisci una cosa che davanti al marmo non si vede, e cioè che sotto la dea c’era una persona che aveva posato.
Alla parete della sala c’è anche il ritratto che François Joseph Kinson le dipinse nel 1808: Paolina seduta, in abito rosso, con una fascia di gioielli fra i capelli.

2. Villa Paolina negli acquerelli, e lo specchietto con il monogramma cambiato
Alle pareti della stessa sala ci sono gli acquerelli che documentano Villa Paolina, la casa che la principessa abitò a Roma fra il 1816 e il 1825, vicino a porta Pia. Uno è di Jodocus Sebastiaen van den Abeele e mostra un salotto della villa con la principessa Zenaide, i figli e la sorella Charlotte; un altro, di Giovanni Riveruzzi e databile intorno al 1828, mostra la villa dal lato di porta Pia.

Guardali come guarderesti le fotografie di una casa che non esiste più. Servono a capire che cosa significasse arredare «alla francese» a Roma nell’Ottocento: mobili bassi, colori chiari, pareti a tinta unita, in una città che di barocco era ancora piena.
Poi cerca lo specchietto portatile. Portava il monogramma di Paolina, e qualcuno lo ha sostituito con quello di Carlotta, la nipote a cui la villa andò in eredità. Una lettera raschiata e rifatta su un oggetto da borsetta racconta un passaggio di proprietà meglio di un testamento.
3. La toeletta di Biennais
Sempre nella sala di Paolina, cerca il servizio da toeletta firmato Martin-Guillaume Biennais, l’orafo che lavorava per Napoleone e per la corte imperiale.
Fermati sul livello di esecuzione, perché è il punto in cui questo museo smette di essere solo domestico. Biennais forniva l’imperatore, e i suoi servizi da viaggio erano oggetti tecnici prima che preziosi: scatole che si aprivano in decine di scomparti, ciascuno sagomato sul proprio strumento, pensate per una corte che si spostava con gli eserciti.
Accanto è esposto il taccuino delle spese amministrative della villa. Guarda il servizio e il taccuino uno di fianco all’altro, perché è la scelta più intelligente dell’allestimento: l’oro della corte e la contabilità della casa, nella stessa vetrina.
4. Il leone e l’aquila, sui fregi delle sale
Alza gli occhi ai fregi che corrono in alto nelle sale III e V. Da una parte c’è un leone, che è l’emblema dei Primoli; dall’altra c’è un’aquila, che è quello dei Bonaparte.
Che cosa ci fa l’aquila imperiale sul soffitto di una casa romana?
I fregi furono dipinti dopo il 1848, anno in cui Pietro Primoli sposò Carlotta Bonaparte, nipote di Luciano. È un’altra Carlotta rispetto a quella dello specchietto: la nipote che ereditò Villa Paolina nel 1825, quando questa non era ancora nata. Un fregio non è un documento ufficiale, e proprio per questo dice la cosa con chiarezza: una famiglia dell’aristocrazia romana e la dinastia che aveva rovesciato mezza Europa si univano, e la notizia veniva scritta sul soffitto di casa.
È anche la ragione per cui questo museo esiste, e conviene tenerlo a mente girando le sale. Senza quel matrimonio non ci sarebbe stato Giuseppe Primoli, e senza Giuseppe Primoli la collezione sarebbe finita dispersa fra eredi in tre paesi.
5. La sezione romana: i Bonaparte dopo Waterloo
Ed ecco la risposta alla domanda dell’apertura. Il percorso è diviso in tre parti: il periodo napoleonico vero e proprio, il periodo romano, che va dalla caduta di Napoleone I all’ascesa di Napoleone III, e il Secondo Impero.
La parte centrale è quella che quasi nessuno conosce. Dopo il 1815 Roma diventò il rifugio dei Bonaparte sconfitti, perché Pio VII li accolse. Ci vissero la madre di Napoleone, Letizia Ramolino, che morì qui nel 1836; il fratello Luciano, principe di Canino; lo zio cardinale Joseph Fesch, che mise insieme una delle più grandi collezioni di quadri del secolo; e Paolina. Per trent’anni, la famiglia imperiale più temuta d’Europa abitò fra piazza Venezia e il Corso come una qualunque parentela di forestieri ricchi.

Cerca i ritratti di questa sezione e leggi le didascalie una per una. Sono facce che nei libri di storia non compaiono, e sono la ragione per cui a Roma esiste un museo napoleonico e a Milano no.
6. Il Museo Mario Praz, al piano di sopra
La sesta cosa da vedere non fa parte del Museo Napoleonico, ma si entra dallo stesso portone. Ai piani alti ci sono la Fondazione Primoli, con una biblioteca di circa trentamila volumi, e la casa in cui visse Mario Praz, il grande anglista e collezionista morto nel 1982, oggi museo statale dipendente dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
L’appartamento ti accoglie come lui lo lasciò: mobili Impero, cere, miniature, quadri appesi fitti, in un ordine che era un sistema di pensiero prima che un arredamento. Praz scrisse un libro, La casa della vita, che percorre stanza per stanza la casa in cui viveva allora, in via Giulia, ed è il modo migliore per capire come guardava gli oggetti prima di portarli qui.

Attenzione al calendario, perché è il punto in cui le visite vanno a monte. Il Museo Napoleonico chiude il lunedì e la casa di Praz chiude il martedì. Quella di Praz, per giunta, si visita solo con accompagnamento, a gruppi di dodici persone e su prenotazione. Se vuoi fare tutte e due le cose nello stesso viaggio, l’unica finestra sicura va da mercoledì a domenica.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 17 settembre 2026 sul sito ufficiale museonapoleonico.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’ingresso al Museo Napoleonico è gratuito: fa parte del gruppo di piccoli musei civici che Roma Capitale ha reso liberi. Le mostre temporanee possono avere un biglietto proprio, quindi chiedi alla cassa che cosa comprende la visita del giorno. Orari. Da martedì a domenica 10:00-18:00, con ultimo ingresso alle 17:15. Il museo resta chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre apre 10:00-14:00. Il Museo Mario Praz. Si trova nello stesso palazzo, con ingresso da via Zanardelli 1, e si visita solo con accompagnamento e su prenotazione, in gruppi di massimo dodici persone, per circa quarantacinque minuti. Chiude il martedì. La prenotazione si fa sull’app Musei Italiani o sul sito museiitaliani.it, dove trovi anche la tariffa aggiornata. Come arrivare. Il museo è in piazza di Ponte Umberto I, 1. Gli autobus 30, 70, 81, 87, 492 e 628 fermano tutti a Zanardelli, davanti al museo; da piazza Navona sono tre minuti a piedi. Quanto tempo prevedere. Le sale del Museo Napoleonico chiedono quaranta minuti. Mettine un’ora e mezza in tutto se aggiungi la casa di Mario Praz, e ricorda che quella parte va prenotata prima.
Da qui in poi
A duecento metri, dall’altra parte di corso del Rinascimento, c’è il museo che racconta la stessa città da un altro punto di vista: le opere sono in Museo di Roma a Palazzo Braschi: 7 opere da vedere, e insieme a questo si fa una mattina sola.
La Venere Vincitrice di Canova, di cui qui vedi il calco, è esposta alla Galleria Borghese: 10 opere che devi vedere. Per orientarti fra tutte le collezioni della città c’è Musei di Roma: gli 8 imperdibili.
Crediti fotografici: Palazzo Primoli e acquerello di Villa Paolina di Lalupa (CC BY-SA 3.0); studio di Mario Praz di FrancescaEA (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons. I ritratti di Paolina di Kinson e di Luciano di Fabre sono di pubblico dominio.
