Restano le opere di Bernini che non stanno né in San Pietro né in una chiesa né in un museo: un elefante in mezzo a una piazza, dieci angeli su un ponte, tre palazzi che oggi ospitano un parlamento e degli uffici, e una scultura che è rimasta perduta per due secoli e mezzo.
Sono le più facili da vedere, perché quasi tutte stanno per strada, e quelle davanti a cui è più facile passare senza accorgersene.

L’elefantino della Minerva (1667)
In piazza della Minerva, a un centinaio di metri dal Pantheon, c’è un elefantino di marmo che regge sul dorso un obelisco egizio. I romani lo chiamano pulcino della Minerva, per corruzione di porcino.
L’obelisco era stato ritrovato nel giardino dei domenicani della chiesa accanto, e il problema era come esporlo. La soluzione, di Bernini, fu di appoggiarlo su un animale invece che su un basamento, con l’idea dichiarata che serve una mente robusta per sostenere una sapienza solida.
Una precisazione che quasi tutte le guide saltano: il monumento è progettato da Bernini ma non scolpito da lui. L’esecuzione, nel 1667, è del suo allievo Ercole Ferrata, e il monumento fu inaugurato l’11 luglio 1667.
Sull’elefantino circola la storia che Bernini lo avrebbe orientato di proposito con il posteriore rivolto verso il convento dei domenicani, per dispetto ai frati che gli avevano imposto modifiche al progetto. È un aneddoto raccontato ovunque e non documentato: prendilo come si prendono le leggende romane, cioè volentieri ma senza spacciarlo per storia.
L’elefantino è anche una delle dieci opere del ritratto di Gian Lorenzo Bernini.
Gli angeli di Ponte Sant’Angelo, e i due che non ci sono
Sul ponte che porta a Castel Sant’Angelo ci sono dieci angeli, cinque per lato, ognuno con uno strumento della Passione: la corona di spine, i chiodi, la colonna, il cartiglio con la scritta della croce.

Bernini progettò tutti e dieci e ne affidò l’esecuzione ai suoi allievi, con due eccezioni: l’angelo con il cartiglio e l’angelo con la corona di spine li scolpì di sua mano.
E qui c’è la cosa da sapere prima di andarci, perché cambia dove devi guardare: quei due sulla passerella non ci sono. Erano considerati troppo belli per essere lasciati alle intemperie, furono sostituiti da copie, e gli originali si trovano oggi nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, vicino a piazza di Spagna.
Quindi il ponte lo attraversi per l’insieme, che resta uno degli ingressi urbani più teatrali d’Europa, ma i due Bernini autografi si vedono al chiuso, gratis, in una chiesa che quasi nessun turista apre.
Quella chiesa, per inciso, è anche una tappa di Borromini: il campanile e il tamburo di Sant’Andrea delle Fratte sono suoi, e li ho raccontati nell’articolo sulle chiese romane di Borromini.
Palazzo Barberini
Il palazzo che i Barberini si fecero costruire vicino alle Quattro Fontane è il cantiere in cui si incrociano i tre nomi del barocco romano: comincia Carlo Maderno, continua Bernini, e ci lavora anche Borromini, allora giovane collaboratore.
Oggi è la Galleria Nazionale d’Arte Antica, quindi è l’unica voce di questo elenco per cui si paga un biglietto, e ha una guida sua: Palazzo Barberini e le sue opere.
Palazzo Montecitorio, il progetto che finì un altro
Il palazzo dove oggi si riunisce la Camera dei Deputati nacque come residenza privata dei Ludovisi: nel 1650 Innocenzo X affidò il progetto a Bernini.
Alla morte di Innocenzo X, nel 1655, e per difficoltà finanziarie il cantiere si fermò con l’edificio incompiuto. Restò così per decenni. Fu ripreso nel 1694 sotto Innocenzo XII e portato a termine da Carlo Fontana, che modificò il progetto di Bernini.
Quello che vedi da piazza Montecitorio, quindi, è un edificio a due mani, e la parte berniniana è il corpo centrale con la facciata leggermente convessa, piegata come se seguisse una curva. È una soluzione che non serve a niente di funzionale: serve a far sembrare l’edificio in movimento.
Dentro non si entra liberamente, ma la Camera organizza aperture al pubblico in date annunciate sul proprio sito.
Palazzo Chigi-Odescalchi, e il palazzo che raddoppiò
In piazza dei Santi Apostoli c’è il palazzo che Bernini trasformò per i Chigi, la famiglia di Alessandro VII, il papa della Cattedra e del colonnato.
L’edificio esisteva già: era stato dei Colonna, poi dei Ludovisi, che fra il 1622 e il 1623 lo avevano fatto sistemare da Carlo Maderno. Passò ai Chigi nel 1661, e loro chiamarono Bernini, che ne rifece la facciata fra il 1664 e il 1666.
L’idea era di scandire tutte le campate di finestre con lesene, tenendo i corpi laterali leggermente arretrati e senza ordine architettonico, così che il blocco centrale emergesse. È il modello del palazzo barocco romano, e lo copiarono ovunque in Europa.
C’è però un dettaglio che spiega perché la facciata oggi non convince come dovrebbe: nel 1745 Nicola Salvi, con l’aiuto di Luigi Vanvitelli, la allungò fino a raddoppiarne la lunghezza. Le proporzioni che Bernini aveva calcolato fra centro e ali non esistono più. Quello che guardi è il suo disegno steso al doppio, e sapendolo si vede.
Il Busto del Salvatore (1679), l’ultima scultura
L’ultima cosa che Bernini scolpì la fece nel 1679, a ottant’anni, l’anno prima di morire: un busto del Cristo Salvatore.

La storia di dove è finito è la più romanzesca di tutto il cluster, e per una volta è documentata.
Bernini lo lasciò per testamento alla sua amica e protettrice Cristina di Svezia, la regina che aveva abdicato, si era convertita e viveva a Roma. Cristina morì nel 1689 e lo donò a papa Innocenzo XI, che era un Odescalchi. Il busto entrò così nella collezione di famiglia, custodita nel loro palazzo romano di piazza dei Santi Apostoli: cioè esattamente il palazzo del paragrafo precedente.
Poi, alla fine del Settecento, sparisce dagli inventari. Per due secoli gli storici dell’arte lo conoscono solo dai documenti.
Nell’agosto 2001 viene individuato nel convento di San Sebastiano fuori le Mura, sull’Appia Antica, dove era catalogato come opera dello scultore siciliano Pietro Papaleo. Il riesame lo riconosce come l’originale di Bernini.
Oggi è esposto in una teca dentro la basilica di San Sebastiano fuori le Mura, a ingresso libero, e quasi nessuno sa che è lì. È un Cristo che non benedice e non giudica: guarda avanti, con la bocca socchiusa, e ha la faccia di qualcuno che sta per dire qualcosa. L’ultima cosa che Bernini ha scolpito è un uomo che sta per parlare.
Come metterle insieme
Le prime tre stanno nel centro storico e si fanno a piedi in un pomeriggio: elefantino dietro il Pantheon, Montecitorio a cinque minuti, Chigi-Odescalchi ai Santi Apostoli, e Ponte Sant’Angelo verso il Tevere, con la deviazione a Sant’Andrea delle Fratte per i due angeli veri.
Il Busto del Salvatore è l’unica tappa fuori dal centro: San Sebastiano fuori le Mura sta sull’Appia Antica, e ha senso solo se dedichi all’Appia una mezza giornata sua.
Le altre opere romane stanno negli altri due itinerari: le opere di Bernini in San Pietro, le opere di Bernini nelle chiese di Roma e, per le fontane, le fontane di Bernini a Roma.
Informazioni pratiche
Cosa si vede gratis e senza prenotare: l’elefantino della Minerva e Ponte Sant’Angelo sono all’aperto, a qualunque ora. I due angeli autografi in Sant’Andrea delle Fratte e il Busto del Salvatore in San Sebastiano fuori le Mura sono in chiese a ingresso libero, con gli orari delle parrocchie: chiuse nella pausa di mezzogiorno, indicativamente fra le 12 e le 15.30.
Cosa non si visita liberamente: Palazzo Montecitorio apre al pubblico solo in date annunciate dalla Camera dei Deputati, e Palazzo Chigi-Odescalchi è un edificio privato con uffici, quindi si guarda da fuori, dalla piazza.
L’unica voce a pagamento è Palazzo Barberini, che è un museo statale. Se vuoi vedere anche i due Caravaggio e la Fornarina che ci sono dentro, il biglietto per Palazzo Barberini si prende anche online.
Una nota sull’Appia: San Sebastiano fuori le Mura è sulla via Appia Antica e non è raggiungibile comodamente a piedi dal centro. Ci si arriva in autobus o in bicicletta, ed è la stessa gita in cui si vedono le catacombe.
Dati verificati il 29 agosto 2026.
Crediti fotografici. Elefantino della Minerva e Busto del Salvatore: Livioandronico2013, CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons. Gli angeli di Ponte Sant’Angelo sono di Vassil, in CC0.