Sotto le strade del centro antico di Napoli c’è un’altra città, scavata nel tufo in duemila anni: cave greche, cisterne romane, i pozzi da cui le famiglie prendevano l’acqua fino all’Ottocento e i rifugi in cui la gente si nascose durante la guerra. La Napoli Sotterranea di piazza San Gaetano, su via dei Tribunali, te la fa attraversare e poi ti fa risalire dentro un basso del quartiere, dove dietro una porta c’è la volta di un teatro romano.
Molti arrivano convinti che «la Napoli sotterranea» sia un posto solo. In realtà i sotterranei visitabili sono almeno tre, gestiti da soggetti diversi, con biglietti diversi e ingressi lontani fra loro: questo articolo racconta quello di piazza San Gaetano 69, da non confondere con il complesso di San Lorenzo Maggiore, a pochi metri, né con la Galleria Borbonica, che è ottocentesca e si apre dall’altra parte della città.
Tieni presente anche che si scende solo con una guida, in gruppo, e la visita dura circa novanta minuti: è l’orario di partenza che scegli a organizzare la tua giornata.
Chi era davvero il munaciello, il piccolo monaco dispettoso che secondo la tradizione napoletana entrava nelle case e spostava gli oggetti?

Perché sotto Napoli c’è un vuoto grande quanto la città
Come si è formato un labirinto di questa scala sotto un centro abitato? Non è stato scavato per farne un labirinto: è il negativo della città che ci sta sopra. Napoli è costruita in tufo giallo, e il tufo se lo sono portato via da sotto. Ogni palazzo del centro antico è fatto con la pietra estratta nel punto in cui poi il palazzo è sorto, e la cava svuotata è rimasta lì, sotto il pavimento.
È il motivo per cui le camere che attraverserai hanno la forma che hanno: pareti che si allargano verso il basso, come campane rovesciate. Si scavava dall’alto, calandosi da un’apertura stretta, e più si scendeva più si allargava il taglio. Quella forma non è architettura, è un metodo di lavoro rimasto impresso nella roccia.
I greci cominciarono nel IV secolo avanti Cristo, i romani continuarono, e quando le cave non servirono più le trasformarono in cisterne, impermeabilizzandone le pareti. Il vuoto aveva cambiato mestiere senza cambiare forma.

I pozzari, e la spiegazione più convincente del munaciello
Le cisterne non erano collegate a fontane pubbliche: erano collegate alle case. Ogni palazzo aveva il suo pozzo, che scendeva dal cortile o addirittura dalla cucina fino alla camera d’acqua, e la donna di casa calava il secchio nel proprio pozzo privato. La fotografia in apertura di questo articolo è esattamente quello: la canna di un pozzo vista dal basso, dalla parte dell’acqua.
Un sistema così va tenuto pulito, e a farlo era una corporazione di uomini chiamati pozzari. Scendevano dai pozzi delle case usando gli incavi ricavati nelle pareti verticali delle cisterne, e lavoravano al buio in un ambiente da cui non si esce in fretta. Era un mestiere pericoloso e mal pagato, e i pozzari venivano compensati anche in natura dalle famiglie che servivano.
Il munaciello, il monachello dispettoso che nella tradizione napoletana entra nelle case, sposta gli oggetti, ruba e a volte lascia soldi, ha una spiegazione che va per la maggiore ed è terrestre: era il pozzaro. Uomini spesso di bassa statura, vestiti con un saio corto e un cappuccio per proteggersi dall’umidità, che salivano dai pozzi e sbucavano dentro casa. Chi li vedeva di sfuggita vedeva un piccolo monaco. È l’ipotesi più diffusa e non una certezza documentata, ma è di gran lunga la più semplice.
Come finì: il colera del 1884, e la fogna che passava sopra l’acquedotto
Perché una rete che aveva funzionato per duemila anni venne chiusa nel giro di pochi mesi? Non perché l’acqua fosse sporca in generale, ma per un problema di quote, agghiacciante nella sua semplicità.
Napoli era servita da due acquedotti. Quello della Bolla, che arrivava da Volla, correva in buona parte allo scoperto ed era esposto alla contaminazione. Quello del Carmignano correva sotto terra e lo mantenevano i pozzari, ma era pieno di infiltrazioni. Il guaio è che la rete fognaria passava sopra l’acquedotto, e il tufo è una pietra permeabile: i liquidi filtravano verso il basso, dalla fogna all’acqua da bere.
Nel 1884 l’epidemia di colera rese il meccanismo evidente e il Regno d’Italia decretò la chiusura definitiva della Bolla. Da quell’epidemia nacque il Risanamento, la grande ricostruzione che demolì interi quartieri antichi della città. Con il nuovo acquedotto il sottosuolo perse la sua funzione, e i pozzi delle case vennero murati uno a uno. Il vuoto rimase, dimenticato, per sessant’anni.
I rifugi antiaerei, ovvero la seconda vita del vuoto
Nella seconda guerra mondiale quelle stesse camere tornarono utili in un modo che nessuno aveva previsto: erano il rifugio antiaereo già pronto, sotto casa, dove i napoletani scesero durante i bombardamenti e dove molte famiglie vissero per settimane.
Quello che vedrai non è una ricostruzione: sono i muri divisori tirati su per dare a ogni nucleo il suo angolo, le brande, gli oggetti lasciati lì, i giocattoli, e soprattutto le scritte e i disegni sulle pareti di tufo. È la parte della visita in cui il gruppo si zittisce da solo, perché si passa dall’antichità al Novecento senza cambiare stanza.
Il teatro romano dentro un basso, e la sera in cui Nerone cantò
L’ultima parte della visita è quella che rende questo percorso diverso da ogni altro sotterraneo italiano, e comincia risalendo in strada. Si entra in un basso di vico Cinquesanti, cioè in un’abitazione a piano terra del centro antico. Si passa accanto a un armadio con gli specchi, si scosta una porta, e dietro c’è la volta del teatro romano di Neapolis.
Il teatro non è stato scavato e liberato: è stato inglobato. Gli edifici del centro antico gli sono cresciuti sopra e dentro nell’arco di venti secoli, e oggi la cavea si legge nella curva di via Anticaglia, dove due arconi attraversano la strada da un palazzo all’altro. Chi ci abita convive con un monumento romano che gli regge il muro di casa.

Qui va raccontata una storia antica, con la cautela che merita. Tacito, negli Annales, e Svetonio, nel De vita Caesarum, riferiscono che Nerone debuttò come cantore a Napoli, davanti a un pubblico greco, perché la città gli sembrava il posto giusto per esordire prima di affrontare Roma. Durante quelle esibizioni ci fu una scossa di terremoto, e l’imperatore la interpretò come un segno di approvazione degli dèi invece che come un avvertimento, continuando a cantare e trattenendo il pubblico. Svetonio racconta anche giornate intere sul palco, con i pasti serviti lì.
Attenzione: le fonti antiche dicono «a Napoli», non «in questo edificio». L’identificazione con il teatro di cui vedi la volta è l’ipotesi corrente degli studi, ed è ragionevole perché il teatro della città era questo, ma nessun autore romano ce lo scrive. Diffida di chi te lo racconta come un fatto accertato: la storia è già abbastanza bella senza bisogno di forzarla.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 9 settembre 2026. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 15 euro e comprende la visita guidata completa, che è l’unico modo di accedere. Non esiste un biglietto di solo ingresso.
Orari. Le visite in italiano partono a ogni ora dalle 10:00 alle 18:00. Quelle in inglese partono alle 12:00 e alle 14:00. Il giovedì c’è una visita serale alle 21:00, ma solo su prenotazione e con un minimo di dieci partecipanti. Non c’è giorno di chiusura settimanale, e questo rende la Napoli sotterranea una delle tre visite di questo itinerario che salvano un mercoledì, insieme a Santa Chiara e al Pio Monte della Misericordia.
Come arrivare. L’ingresso è in piazza San Gaetano 69, su via dei Tribunali, nel cuore del centro antico. Dalla metropolitana linea 1 scendi a Dante o a Museo e cammini una decina di minuti. Non arrivare in auto: la zona è pedonale e a traffico limitato.
Quanto tempo chiede. Circa novanta minuti, guida compresa. Calcola di presentarti almeno un quarto d’ora prima della partenza del turno.
Che cosa mettere. Sotto la temperatura resta intorno ai quindici gradi tutto l’anno, quindi d’estate porta qualcosa da infilarti. Servono scarpe chiuse con una suola che tenga, perché in qualche punto il pavimento è irregolare. Attenzione: una parte del percorso passa in cunicoli molto stretti, larghi quanto una persona e percorribili con una candela in mano. Quel tratto si può saltare senza uscire dal gruppo, ma se soffri di claustrofobia è bene saperlo prima di scendere, non a metà.
Il resto di Napoli
Il centro antico che cammini in superficie è lo stesso reticolo greco che stai attraversando venti metri più in basso: i tre decumani sono ancora le tre strade principali. L’itinerario completo dei due giorni è in cosa vedere a Napoli in 2 giorni.
A cento metri da qui, sullo stesso decumano, ci sono il Duomo con il tesoro di San Gennaro e il Pio Monte della Misericordia con il Caravaggio, e poco più giù la Cappella Sansevero e il chiostro maiolicato di Santa Chiara. Se il sottosuolo ti ha preso, l’altra Napoli scavata è quella delle catacombe, che racconto nel Miglio Sacro del rione Sanità.
Quello che i romani hanno lasciato in superficie sta invece quasi tutto al Museo Archeologico, mentre sulla collina il monastero con la vista è la Certosa di San Martino. La Galleria Borbonica, che è il terzo dei sotterranei napoletani, si apre invece sotto la collina di Pizzofalcone, dall’altra parte del centro.
Crediti fotografici: pozzo visto dalla cisterna e teatro romano di Dominik Matus (CC BY-SA 4.0); cava di tufo di Armando Mancini (CC BY-SA 2.0). Tutte da Wikimedia Commons.