Sulla collina del Vomero, proprio sotto Castel Sant’Elmo, c’è un monastero da cui si vede tutta Napoli, dal Vesuvio a Posillipo. La Certosa di San Martino è uno dei posti più belli della città e anche uno dei meno affollati: con sei euro ti apre due chiese, tre chiostri, i giardini a terrazza sul golfo, uno dei presepi più celebri di Napoli e quello che passa per il più antico ritratto di Napoli.

Eppure chi ha poco tempo la salta, convinto che sia soltanto un bel belvedere con un museo attaccato. Dentro, invece, c’è un monastero intero rimasto in piedi, con alcune delle cose più belle che la città possieda.

Prima di salire, però, guarda il calendario: la Certosa è chiusa il mercoledì, come il Palazzo Reale. Se hai due giorni a Napoli e uno dei due è mercoledì, tieni la collina per l’altro.

Perché mai un ordine di monaci che parlavano una volta alla settimana scelse proprio il balcone più panoramico della città?

il campanile e i tetti della certosa di san martino con il golfo di napoli sullo sfondo

Perché un ordine che aveva fatto voto di silenzio si prese il balcone più bello della città

I certosini vivevano in celle separate, mangiavano da soli, parlavano una volta alla settimana. Poi scelsero il punto da cui si vede tutto il golfo, dal Vesuvio a Posillipo. La contraddizione è solo apparente, e la spiegazione ti cambia il modo di guardare i giardini: per un certosino il paesaggio non era distrazione ma materia di contemplazione, e la regola dell’ordine chiedeva la solitudine, non la cecità.

La certosa nacque per volontà di Carlo duca di Calabria, figlio di Roberto d’Angiò, nel 1325, e i monaci ci entrarono nel 1368. Quello che vedi oggi però è quasi tutto seicentesco: fra Cinquecento e Seicento l’impianto gotico venne rivestito di barocco da Giovanni Antonio Dosio prima e da Cosimo Fanzago poi, e il gotico è rimasto sotto, nei sotterranei, dove si vedono le arcate originali che reggono l’intera piattaforma.

Dal cortile d’ingresso si capisce una cosa che da fuori non si vede: sopra la certosa, addosso, incombe il bastione di Castel Sant’Elmo. Il monastero del silenzio nacque sotto una fortezza militare e ci convisse per cinque secoli. Guarda in alto appena entri, prima di comprare il biglietto: quella parete di tufo tagliata a picco è il fianco del castello.

Che cosa ci fa il presepe più famoso del mondo dentro una cucina

Che cosa rende questo presepe diverso dalle centinaia di presepi napoletani che vedrai in giro per la città? Che chi lo allestì non era un devoto, era un uomo di teatro, e si vede in ogni scelta di regia.

Il presepe Cuciniello occupa quella che era una delle cucine della certosa, trasformata in una grotta artificiale. E la scelta ha un motivo preciso: una cucina di monastero è un ambiente profondo e buio, e chi allestì il presepe cercava esattamente quello.

Michele Cuciniello (1823-1889) era architetto e commediografo, e collezionava pastori. Nel 1879 donò al museo circa ottocento pezzi, e volle curarne di persona l’allestimento. Si fece aiutare dall’architetto Fausto Niccolini, dallo scenografo Luigi Masi per i fondali dipinti e da Luigi Farina per lo scoglio, la grande massa rocciosa in legno, sughero, cartapesta, stucco e terracotta su cui tutto è montato. Il presepe venne inaugurato il 28 dicembre 1879.

Guarda come è costruita la scena, perché segue uno schema fisso e riconoscerlo ti fa capire tutto il resto: la Natività al centro, l’annuncio ai pastori da un lato, la taverna dall’altro. Sacro al centro, profano ai lati, e in mezzo un paesaggio che è Napoli e non Betlemme. I pastori sono in gran parte ottocenteschi, ma la produzione napoletana aveva toccato il suo punto più alto nel Settecento, e il museo di San Martino conserva la principale raccolta pubblica italiana dedicata a questa arte.

Più delle dimensioni sorprende quanta vita quotidiana ci sia dentro: un mercato, un’osteria, una folla, e il divino che entra di sbieco, in un angolo. I pastori come questi si fanno ancora a mano a poche centinaia di metri da qui, nelle botteghe di San Gregorio Armeno.

Come faceva un fiorentino ad avere il ritratto di Napoli sopra il letto

Nella sezione dedicata alla città si arriva alla Tavola Strozzi, ed è una ragione sufficiente per entrare anche se il presepe non ti interessa. È una tempera su tavola di 82 per 245 centimetri, dipinta fra il 1472 e il 1473, e passa per il primo dipinto della storia che ritragga Napoli.

La risposta alla domanda è letterale: quella tavola era la testata di un letto, montata su un mobile di Benedetto da Maiano, e nel 1473 il banchiere fiorentino Filippo Strozzi la mandò in dono a re Ferdinando d’Aragona. Fu ritrovata secoli dopo in casa Strozzi, e da lì prende il nome. L’attribuzione oscilla: le schede la danno di autore ignoto e la riferiscono per lo più a Francesco Rosselli, quindi non fidarti di chi te la vende come certa.

La scena celebra il rientro trionfale della flotta aragonese dopo la battaglia combattuta nel 1465 al largo di Ischia contro Giovanni d’Angiò. Ma il motivo per cui ci si ferma davanti è un altro: è Napoli vista dal mare, con edifici che ci sono ancora e altri spariti, come il faro del molo di San Vincenzo. Cercaci il Castel Nuovo: lo riconoscerai subito, e ti accorgerai che nel Quattrocento il mare gli arrivava molto più vicino di oggi.

il chiostro grande della certosa di san martino con il porticato di marmo bianco e il cielo azzurro

Il Chiostro Grande, e i teschi sulla balaustra

Il Chiostro Grande è di Giovanni Antonio Dosio, fiorentino, e si vede: un quadrato di marmo bianco e colonne, misurato, del tutto diverso dal barocco che troverai in chiesa. Fanzago ci intervenne dopo, aggiungendo le statue sopra il porticato.

Perché in un angolo di quel chiostro luminoso c’è una balaustra coperta di teschi? Perché quel recinto piccolo è il cimitero dei monaci, e i teschi scolpiti nel marmo che lo delimitano, opera di Fanzago, non sono un ornamento macabro ma un’indicazione topografica. La certosa seppelliva i suoi monaci senza nome e senza lapide, secondo la regola dell’ordine, e quei teschi sono l’unica iscrizione che il luogo si conceda: segnalano dove sono i morti, dato che nient’altro lo fa.

La chiesa, che è un catalogo della pittura napoletana

La chiesa della certosa è compatta e satura, e conviene guardarla come si guarda un elenco: sulle pareti e nelle cappelle si susseguono i nomi che a Napoli contano nel Seicento, da Jusepe de Ribera a Massimo Stanzione a Battistello Caracciolo, sui marmi commessi di Fanzago.

Se hai già visto le Sette opere di Misericordia di Caravaggio, qui riconoscerai che cosa successe dopo di lui: la stessa luce tagliente, gli stessi corpi presi dalla strada, ma addomesticati, portati dentro una macchina decorativa. La chiesa della certosa è il luogo dove il caravaggismo napoletano diventa una scuola.

un altare della chiesa della certosa con una crocifissione dentro una cornice dorata

La vista, e a che ora conviene salire

I giardini panoramici scendono a terrazze verso la città e chiudono un’ora prima del tramonto, quindi non lasciarli per ultimi. Da lassù riconosci il porto, il Castel Nuovo, la cupola del Gesù Nuovo, il Vesuvio, e nelle giornate limpide la penisola sorrentina e Capri.

Sali la mattina presto o nel tardo pomeriggio. A metà giornata il golfo è controluce e la foschia mangia l’orizzonte, che è esattamente il motivo per cui molte fotografie della Certosa che girano in rete sono bianche e piatte.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 9 settembre 2026 incrociando due fonti indipendenti, perché il sito del ministero rifiuta le richieste automatiche. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire, e in caso di dubbio telefona.

Biglietti. L’intero costa 6 euro e comprende tutto il percorso museale, cioè chiesa, chiostri, sezione presepiale, Quarto del Priore, sezione navale e giardini. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione Europea fra i 18 e i 25 anni.

Orari. La Certosa apre 8:30-19:30, con ultimo ingresso alle 18:30 e prenotazioni disponibili ogni trenta minuti. Chiuso il mercoledì. I giardini panoramici chiudono un’ora prima del tramonto.

Attenzione: su questo orario le fonti divergono. Alcuni siti danno la chiusura il martedì, altri l’orario 8:30-17:00. Due fonti indipendenti su tre convergono sul mercoledì e sulle 19:30, e sono quelle che vendono lo slot orario, ma se stai organizzando il viaggio intorno a questa visita conviene una telefonata di conferma.

Gratuità. L’ingresso è gratuito per chi ha meno di 18 anni. Le domeniche gratuite dei musei statali valgono anche qui, e in quei giorni la sezione presepiale diventa affollata.

Come arrivare. Dalla stazione della metropolitana Vanvitelli (linea 1) si sale a piedi in una decina di minuti. In alternativa prendi una delle funicolari dal centro, Montesanto o Centrale, e scendi al Vomero. L’Artecard include sia i mezzi sia questo museo: se in tre giorni conti di visitare almeno tre fra i musei grandi, il pass si ripaga, altrimenti no.

Quanto tempo chiede. Due ore per il percorso principale. Tre se ti fermi davvero alla sezione presepiale e alla sezione navale.

Il resto di Napoli

La Certosa e Castel Sant’Elmo occupano la collina; il centro antico è un’altra città e si visita a piedi. Il percorso completo dei due giorni, con il calendario delle chiusure che decide l’ordine, è in cosa vedere a Napoli in 2 giorni.

Se questa visita ti ha convinto che a Napoli il Seicento è il secolo da inseguire, i due passi successivi sono le Sette opere di Misericordia al Pio Monte e il Cristo Velato nella Cappella Sansevero. Per l’altra grande collezione della città c’è il Museo di Capodimonte, e per l’antichità il Museo Archeologico.

Sotto il centro antico corre invece la città che non si vede, e la racconto in Napoli sotterranea. Il chiostro che fa concorrenza a quelli della certosa è quello maiolicato di Santa Chiara.

Crediti fotografici: campanile e golfo di Vincenzo Miconi (CC BY-SA 4.0); Chiostro Grande di Tremej (CC BY-SA 4.0); altare della chiesa di Giuseppe Guida (CC BY-SA 4.0). Tutte da Wikimedia Commons.