Sotto la collina di Pizzofalcone, fra piazza del Plebiscito e Chiaia, corre una galleria scavata a mano a metà Ottocento per un re che aveva paura della rivoluzione. Ferdinando II di Borbone voleva una via di fuga dal palazzo reale al mare; ne uscì un tunnel mai finito, largo abbastanza per le carrozze, che ottant’anni dopo salvò migliaia di napoletani dalle bombe.
Oggi la Galleria Borbonica si visita con una guida, fra le cisterne cinquecentesche di un acquedotto, i messaggi lasciati sui muri da chi ci visse durante la guerra e decine di auto e moto d’epoca. Non va confusa con la Napoli sotterranea di piazza San Gaetano, che è l’acquedotto greco-romano sotto il centro antico, né con il complesso di San Lorenzo Maggiore: a Napoli i sotterranei visitabili sono almeno tre.
Qui il calendario funziona al contrario: la Galleria Borbonica non chiude un giorno alla settimana, apre tre giorni su sette. Le visite si tengono venerdì, sabato, domenica e nei festivi, a orari fissi e con prenotazione obbligatoria, quindi se il tuo fine settimana a Napoli comincia il lunedì questa visita non esiste.
E le auto d’epoca che tutti fotografano, come ci sono finite là sotto?

Perché un re fa scavare un tunnel sotto la propria reggia
Che cosa spinge un sovrano a farsi costruire una via di fuga sotto casa? Una paura con una data. Nel 1848 il Regno delle Due Sicilie è attraversato dai moti rivoluzionari, e Ferdinando II di Borbone ne esce con l’idea che al palazzo reale serva un’uscita che non passi per la strada.
Il 19 febbraio 1853 il re firma il decreto e affida il progetto a Errico Alvino, che in quegli anni è commissario straordinario per via Chiaia e San Ferdinando. Sulla carta l’opera ha due scopi, e sono entrambi militari: un passaggio per le truppe acquartierate nelle caserme di Chiaia, che così possono raggiungere il palazzo in pochi minuti, e una via di fuga verso il mare per la famiglia reale.
Alvino non disegna un cunicolo. Progetta un viadotto sotterraneo a sezione trapezoidale, dodici metri di larghezza e dodici di altezza, con due corsie e i marciapiedi ai lati: dentro dovevano passare le carrozze. Camminando ti accorgi delle dimensioni prima che di qualsiasi altra cosa, e sono quelle dimensioni la ragione per cui l’opera non è mai stata finita.
I quattrocentotrentuno metri che non sono mai arrivati alla reggia
I lavori per aprire il tracciato cominciano nell’aprile 1853 e si chiudono nel maggio 1855, dopo circa tre anni di scavo fatto a mano. Poi si fermano: i soldi non bastano, e l’unità d’Italia porta via il committente insieme al regno.
Il risultato è che i quattrocentotrentuno metri previsti per arrivare fino al palazzo reale non sono stati completati, e la galleria è rimasta un’infrastruttura interrotta a metà. Non è una rovina antica: è un cantiere ottocentesco chiuso in fretta, e si vede dai segni dei picconi sulle pareti, che in qualche punto si interrompono dove l’uomo che li batteva ha smesso.
Tieni a mente questa data: tutto quello che la galleria ha fatto dopo lo ha fatto per caso. Un’opera pensata per portare in salvo un re è servita, ottant’anni più tardi, a portare in salvo la città che quel re governava.
L’acquedotto della Bolla, e i ponti costruiti per non spegnerlo
Il dettaglio tecnico che rende questa visita diversa da un giro in un tunnel è il modo in cui la galleria incontra l’acqua. Scavando, gli operai di Alvino hanno intercettato le cisterne cinquecentesche dell’acquedotto della Bolla, che a metà Ottocento era ancora in servizio e portava acqua alla città.
Come si attraversa un serbatoio d’acqua funzionante senza svuotarlo? La risposta borbonica è la cosa migliore che vedrai qui sotto: hanno costruito tre ponti e muri di sostegno per scavalcare le cisterne lasciandole al loro mestiere. La galleria passa sopra l’acqua, l’acqua continua a scorrere sotto, e nessuna delle due opere ha dovuto cedere all’altra.
È un pezzo di ingegneria civile che nessuno doveva vedere, perché era chiuso dentro un’opera militare segreta. Guarda l’attacco dei ponti sulla roccia: la muratura ottocentesca e il taglio cinquecentesco del tufo si toccano, e la differenza fra i due si riconosce a occhio nudo.

Cinquemila persone sotto terra, e i muri che le hanno registrate
Fra il 1939 e il 1945 la galleria e le cisterne vicine diventano il più grande ricovero antiaereo della città. Ci si sistemano fra cinquemila e diecimila napoletani, molti dei quali non hanno più una casa: Napoli ha subito circa duecento bombardamenti, e chi resta senza tetto scende qui e ci rimane.
Per accogliere quella folla vengono aperti ingressi nuovi, portata la corrente elettrica e costruiti servizi. Il segno che colpisce di più non è però una struttura: sono i messaggi scritti a mano sui muri, lasciati da chi ha passato mesi sotto terra. Nomi, date, frasi, disegni di bambini.
Non è un allestimento e non è stato ricostruito. È la ragione per cui questa visita, che sulla carta è archeologia industriale, in pratica è un pezzo di storia del Novecento che si legge sulle pareti.

Le auto non sono un museo dell’automobile
Nella galleria ci sono decine di automobili e motociclette d’epoca, ed è la sezione che tutti fotografano e quasi tutti raccontano male. Non è una collezione: è quello che resta di un deposito giudiziario.
Dal 1945 al 1970 la polizia di Napoli ha usato il tunnel come luogo di custodia per il materiale recuperato dai crolli, dagli sgomberi e dai sequestri del dopoguerra. I veicoli sono arrivati così, uno alla volta, e sono rimasti dove li avevano messi. Il fatto che sembrino un museo è un effetto del tempo, non un progetto.
Nella galleria ci sono anche statue di età fascista, arrivate per la stessa strada. Guardarle sapendo che sono finite lì perché qualcuno le ha portate via da una piazza, e non perché qualcuno le ha esposte, cambia completamente quello che vedi.
Quale dei quattro percorsi scegliere
Il gestore propone quattro visite diverse, e la scelta non è banale perché le due principali costano lo stesso.
Il Percorso Standard dura circa un’ora, entra da vico del Grottone o dal parcheggio Morelli e attraversa la galleria, le cisterne e la zona dei veicoli. È quello giusto se hai poco tempo o se sei con bambini piccoli.
La Via delle Memorie dura un’ora e un quarto e comprende più cose: Palazzo Serra di Cassano, un piccolo museo della guerra, le cave di tufo, l’acquedotto con la cisterna e l’attraversamento della galleria. Attenzione: non è accessibile a tutti, perché ha delle scale. A parità di prezzo è la visita più ricca, ed è quella che consiglio se puoi camminare senza problemi.
Restano il Percorso Avventura e lo Speleo Light, che sono visite attrezzate e chiedono una condizione fisica diversa. Prezzi e giorni di questi due non sono pubblicati sulle pagine che ho consultato: si chiedono al gestore, e il contatto è qui sotto.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 10 settembre 2026 sul sito del gestore della galleria. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 15 euro e comprende la visita guidata, che è l’unico modo di scendere. Il ridotto costa 10 euro e spetta alla fascia fra 6 e 18 anni, agli over 70 e alle forze dell’ordine. Le persone con disabilità pagano 7 euro e i bambini fino a 5 anni entrano gratis. Il prezzo è lo stesso per il Percorso Standard e per la Via delle Memorie.
Attenzione a un prezzo che circola e non è quello del gestore. Qualche piattaforma di rivendita pubblica il percorso standard a 10 euro: è un pacchetto diverso, composto da un intermediario, non la tariffa d’ingresso. Il numero da tenere è quello che pubblica chi gestisce la galleria.
Orari. Le visite si tengono venerdì, sabato, domenica e nei giorni festivi. Il Percorso Standard parte alle 10:00, 12:00, 15:00 e 17:00; la Via delle Memorie alle 11:00 e alle 16:00. In altri giorni si scende solo su prenotazione. La prenotazione è obbligatoria in ogni caso.
Come arrivare. Ci sono tre ingressi. Vico del Grottone 4 è a pochi metri da piazza del Plebiscito e si scende per una scala costruita nel Settecento. Via Domenico Morelli 61 è l’ingresso monumentale, dentro il parcheggio Morelli. Via Monte di Dio 14 è da Palazzo Serra di Cassano, e serve la Via delle Memorie. Con la metropolitana linea 1 scendi a Municipio o a Toledo, con la funicolare Centrale ad Augusteo.
Contatti. Si prenota ai numeri 366 2484151 e 081 7645808, o scrivendo a mail@galleriaborbonica.com. Guarda il calendario sul sito prima di partire: il gestore pubblica giorno per giorno le aperture, e capita che una data salti.
Quanto tempo chiede. Un’ora per il Percorso Standard, un’ora e un quarto per la Via delle Memorie, guida compresa. Presentati un quarto d’ora prima della partenza del turno.
Che cosa mettere. Sotto la temperatura è costante e più bassa che in superficie, quindi d’estate porta qualcosa con le maniche. Servono scarpe chiuse: il pavimento in alcuni tratti è irregolare e in altri umido.
Il resto di Napoli
Dalla galleria sei a due passi dal Palazzo Reale con l’appartamento storico, che è il palazzo a cui il tunnel doveva arrivare e non è mai arrivato: farli nella stessa mezza giornata chiude il cerchio. Attenzione ai giorni: il palazzo chiude il mercoledì, la galleria apre da venerdì a domenica, quindi il fine settimana va bene per entrambi. Cinque minuti più in là c’è il Castel Nuovo, che chiude invece la domenica.
Per restare sottoterra, l’altra visita da fare è la Napoli sotterranea di piazza San Gaetano: stesse profondità, duemila anni di differenza. Verso la collina, il Rione Sanità con le catacombe è il terzo capitolo della stessa storia.
Risalendo verso il centro antico trovi la Cappella Sansevero, il chiostro maiolicato di Santa Chiara e il decumano inferiore con il Donatello di Sant’Angelo a Nilo. Se ti serve la sequenza completa dei due giorni, con le chiusure, la trovi in cosa vedere a Napoli in 2 giorni.
Crediti fotografici: le quattro fotografie sono dell’Associazione Culturale Borbonica Sotterranea (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.