Il chiostro maiolicato di Santa Chiara è una delle immagini più fotografate di Napoli: un giardino di pilastri e panchine rivestiti di mattonelle gialle e verdi, dipinte a mano con limoni, tralci di vite e scene di campagna, nel mezzo di un monastero fondato dagli Angiò nel Trecento.

Quasi tutti lo credono medievale, come la chiesa accanto, e sbagliano due volte: le maioliche hanno quattro secoli di meno del monastero, e la basilica gotica che vedrai entrando è stata ricostruita dopo la guerra. Con lo stesso biglietto entri anche in un porticato affrescato, in un museo e in un’area archeologica romana sotto il pavimento; la basilica si visita a parte ed è gratuita.

Due notizie pratiche. La buona è che Santa Chiara non ha giorno di chiusura settimanale, e insieme alla Napoli sotterranea e al Pio Monte della Misericordia è una delle visite che salvano un mercoledì. L’altra è che i biglietti si comprano solo alla biglietteria: non c’è vendita online, quindi arriva con un po’ di margine.

Ma per chi era stato costruito un giardino così allegro, dentro un monastero di clausura?

i pilastri ottagonali rivestiti di maioliche del chiostro di santa chiara con i sedili dipinti

Il chiostro maiolicato è del Settecento, e non era fatto per te

Il monastero è del Trecento, voluto da Roberto d’Angiò e da sua moglie Sancia di Maiorca per le clarisse. Ma le maioliche che tutti fotografano hanno quattro secoli di meno: il chiostro fu trasformato fra il 1739 e il 1742 da Domenico Antonio Vaccaro, che dentro il quadrato gotico costruì un giardino settecentesco.

Vaccaro tagliò lo spazio con due viali che si incrociano, ricavando quattro settori, e lungo i viali alzò sessantaquattro pilastri ottagonali rivestiti di riggiole, cioè di mattonelle di maiolica. Fra un pilastro e l’altro corrono sedili con le spalliere dipinte. È un impianto da villa, non da convento.

Quel giardino, però, non era pubblico e non era nemmeno del monastero nel suo insieme. Era il giardino privato delle clarisse di clausura, donne che avevano rinunciato al mondo e che qui camminavano fra colonne dipinte con tralci di vite, grappoli, limoni e fiori. La cosa più bella di Santa Chiara fu costruita per essere vista da poche decine di persone che non potevano uscire.

Che cosa cercare sui sedili, perché non è quello che ti aspetti

Guarda le spalliere, una per una, e non le colonne. Sulle mattonelle non ci sono santi e non ci sono episodi biblici: ci sono paesaggi, scene di campagna, marine con barche, cacce, banchetti e soggetti mitologici. Vita quotidiana e mitologia dentro un monastero di clausura.

Alle monache che avevano lasciato il mondo venne dipinto attorno, in ceramica smaltata e a colori vivissimi, esattamente il mondo che avevano lasciato: il mare, la vendemmia, le feste. Non sappiamo che effetto facesse, e nessuna fonte ce lo racconta, ma è la contraddizione più intensa del complesso e sta a portata di mano su ogni panchina.

Il colore che domina è il giallo dei limoni e il verde dei tralci su fondo chiaro, e viene dalla tradizione ceramica campana. Le riggiole non erano un materiale nobile: erano il rivestimento comune dei pavimenti napoletani, portato qui a una scala che nessuno aveva mai tentato.

Il porticato affrescato, che quasi tutti attraversano guardando altrove

Intorno al giardino corre il porticato del chiostro trecentesco, con le volte gotiche a costoloni. Le pareti sono coperte di affreschi seicenteschi con storie di santi e dell’ordine francescano, e sotto corre una fascia di finti marmi e cartelle.

Perché ci passi davanti senza vederli? Perché il giardino è di là e la luce è tutta di là. Ma questo è il pezzo più antico rimasto in piedi del complesso, ed è anche quello che ti spiega la scala vera del monastero, che ospitava un numero di religiose che oggi sembra impensabile.

il porticato del chiostro di santa chiara con le volte gotiche e gli affreschi seicenteschi alle pareti

La basilica bruciò il 4 agosto 1943, e quella che vedi oggi è una scelta

Perché una chiesa gotica del Trecento sembra nuova? Perché in gran parte lo è, e la data è precisa.

Il 4 agosto 1943 un bombardamento alleato colpì Santa Chiara. Non fu il crollo a fare il danno maggiore ma l’incendio, che durò quasi due giorni. Bruciarono tutti gli affreschi settecenteschi e andò perduta la maggior parte del ciclo di Giotto che decorava la chiesa dalla sua costruzione. Quello stesso giorno, a poche centinaia di metri, una bomba distruggeva la volta dipinta del Teatro di Corte al Palazzo Reale: è la stessa incursione.

Quando si ricostruì, dal dopoguerra fino al 1953, si prese una decisione che ancora oggi si discute: riportare la basilica alle forme gotiche trecentesche e non rifare il barocco settecentesco che il fuoco aveva cancellato. Il risultato è la navata unica, altissima e spoglia, con il tetto a capriate di legno a vista e le pareti di pietra nuda che vedi appena entri.

la navata della basilica di santa chiara con il tetto a capriate di legno e le pareti spoglie

Chi difende quella scelta dice che è stato restituito l’edificio originale. Chi la critica la chiama un falso storico, perché il barocco di Santa Chiara era anch’esso storia, era durato due secoli ed era stato distrutto da una bomba, non da un giudizio estetico. Entra sapendolo: quello che senti come «purezza gotica» è un’interpretazione del 1953, non una sopravvivenza.

In fondo, dietro l’altare maggiore, c’è il monumento funebre di Roberto d’Angiò. Sopravvisse all’incendio quasi com’era, e nel restauro fu lasciato in quello stato: resta lì anche come memoria di quello che successe.

Che cosa resta di Giotto, e dove si guarda

Su Giotto circolano due versioni opposte, ed entrambe sbagliate. Non è vero che a Santa Chiara si vede Giotto, e non è vero nemmeno che di Giotto non sia rimasto niente.

Il ciclo che Giotto dipinse a Napoli negli anni Trenta del Trecento è andato quasi tutto perduto, e ne sopravvivono frammenti. Non li cercare nella navata: si guardano nel Coro delle Clarisse, l’ambiente riservato alle monache, che fa parte del percorso. Sono lacerti, non scene leggibili. Se arrivi qui aspettandoti la Cappella degli Scrovegni resterai deluso; se arrivi sapendo che stai guardando quel poco che il fuoco ha risparmiato, è un’altra esperienza.

Le terme romane sotto il monastero

L’area archeologica è la sorpresa del biglietto. Sotto e accanto al complesso affiorano i resti di un impianto termale di età romana, con gli ambienti riscaldati e i condotti.

È la stessa città sepolta che percorri venti metri più in basso alla Napoli sotterranea, e la prova che questo isolato era già costruito e servito da acqua corrente più di mille anni prima che ci arrivassero le clarisse. Nel percorso del museo trovi anche un presepe settecentesco e la sezione dedicata alla storia del complesso.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 9 settembre 2026. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 7 euro e comprende chiostro maiolicato, Museo dell’Opera, area archeologica e presepe. Il ridotto costa 5 euro e spetta a docenti, studenti universitari e over 65 con documento. Esiste una tariffa a 4 euro per i ragazzi fra 6 e 17 anni e per gli iscritti al FAI. La basilica si visita gratuitamente e ha un ingresso proprio dalla piazza.

Attenzione: i biglietti si comprano solo alla biglietteria. Non c’è vendita online e non c’è prenotazione, quindi non cercare un salta-coda: non esiste, e chi te lo vende ti sta vendendo altro.

Orari. Il complesso apre dal lunedì al sabato 9:30-17:00 e la domenica 10:00-14:00. La biglietteria chiude trenta minuti prima. Non c’è giorno di chiusura settimanale.

Come arrivare. L’ingresso del complesso museale è in via Santa Chiara 49c, di fianco a piazza del Gesù Nuovo. Dalla metropolitana linea 1 scendi a Dante e cammini cinque minuti lungo via Benedetto Croce, che è il decumano inferiore, quello che i napoletani chiamano Spaccanapoli.

Quanto tempo chiede. Un’ora per chiostro e museo. Un’ora e mezza aggiungendo la basilica e una sosta vera sulle spalliere dipinte.

Il resto di Napoli

Santa Chiara sta sul decumano inferiore, e nel raggio di trecento metri hai la Cappella Sansevero con il Cristo Velato, l’ingresso della Napoli sotterranea e, risalendo, il Duomo con il tesoro di San Gennaro e il Caravaggio del Pio Monte della Misericordia. L’ordine in cui prenderli, con i giorni di chiusura, è in cosa vedere a Napoli in 2 giorni.

L’altro luogo in cui il Settecento napoletano dà il meglio di sé è la Certosa di San Martino, che conserva anche uno dei presepi più celebri della città. Gli angioini che fondarono Santa Chiara costruirono anche il Castel Nuovo, a un quarto d’ora di cammino verso il mare.

Crediti fotografici: chiostro maiolicato di Sailko (CC BY 3.0); porticato affrescato di MentNFG (CC BY-SA 4.0); navata della basilica di Miguel Hermoso Cuesta (CC BY-SA 3.0). Tutte da Wikimedia Commons.