In via Toledo, dentro il palazzo che era la sede del Banco di Napoli, c’è l’ultimo quadro documentato di Caravaggio: il Martirio di sant’Orsola, consegnato nel maggio del 1610, poco più di un mese prima che il pittore morisse sulla spiaggia di Porto Ercole. Lo vedi con otto euro, alle Gallerie d’Italia, e dal 1° agosto 2025 in una sala tutta nuova, con l’illuminazione rifatta.
Ci sono due cose da sapere prima di partire. Le Gallerie d’Italia chiudono il lunedì, l’unico giorno della settimana in cui non si entra. E questa tela viaggia: è stata al Metropolitan Museum di New York, alla National Gallery di Londra e nel 2025 a Roma, alle Gallerie Nazionali Barberini Corsini. Adesso è rientrata ed è esposta, ma se il quadro è il motivo del tuo viaggio telefona al numero verde prima di comprare il biglietto del treno: i prestiti non vengono annunciati a chi organizza una gita.
E sai come una vernice che non voleva asciugare ha restituito a Caravaggio il suo ultimo quadro?

Che cosa si vede: cinque figure e un istante dopo
Guarda la tela prima di leggere il soggetto, perché la scena è costruita per essere capita in ritardo. Sono cinque figure su un fondo scuro, illuminate da sinistra, in uno spazio che non si riesce a misurare. Nessuno corre, nessuno grida. Sembra che stia succedendo poco.
Poi vedi la freccia. È già entrata nel petto di Orsola, e il quadro non è il momento del martirio: è l’istante dopo. Caravaggio ha scartato la scena d’azione e ha dipinto la frazione di secondo in cui tutti, compreso chi ha tirato, si accorgono di quello che è appena stato fatto.
Orsola è di profilo, e il pallore del viso si stacca sul rosso del manto. A sinistra c’è il re degli Unni che l’ha uccisa: la leggenda dice che le aveva chiesto di sposarlo e che lei rifiutò. Caravaggio gli mette in faccia una smorfia feroce, con i tratti quasi deformati, e ne fa la cosa più brutta del quadro.
E poi c’è un uomo dietro, con la faccia voltata verso l’alto e la bocca aperta, che assiste senza poter fare niente. È Caravaggio, ed è il suo ultimo autoritratto. Un pittore che si dipinge fra i testimoni impotenti di un omicidio, un mese prima di morire in fuga: la tela è anche un documento su chi l’ha fatta.
La misura è 143 per 180 centimetri, olio su tela: più piccola di quello che si aspetta chi ha in mente le grandi pale napoletane.
Il quadro era di Mattia Preti, fino al 1980
Come si perde l’attribuzione dell’ultima opera di Caravaggio? Non si perde: non c’era. Per gran parte della sua storia questa tela è stata considerata opera di Mattia Preti, pittore calabrese di due generazioni più tardi, e l’attribuzione a Caravaggio è arrivata soltanto nel 1980, quando negli archivi della famiglia Doria è venuto fuori il carteggio che la riguarda.
Il quadro fu commissionato nel 1610 dal principe genovese Marcantonio Doria, e la scelta del soggetto ha una ragione familiare: Doria era legato a Livia Grimaldi, che aveva preso i voti a Napoli col nome di suor Orsola. Il committente ordinava il martirio della santa di cui la sua congiunta portava il nome.
Il documento che ha risolto tutto è una lettera del maggio 1610 scritta da Lanfranco Massa, agente dei Doria a Napoli, al principe a Genova. Massa racconta un guaio pratico: aveva messo il quadro al sole per far asciugare la vernice, e la vernice si era ispessita invece di tirare. Voleva risentire il pittore per sapere come rimediare senza rovinarlo.
Il capolavoro finale di Caravaggio è tornato a lui grazie a un appunto amministrativo su una vernice venuta male, scritto da un impiegato che si preoccupava della spedizione. Le date esatte del carteggio sono riportate in modo diverso dalle diverse fonti, quindi qui non ne trovi una: quello che è certo è il mese, il maggio 1610, e l’archivio in cui il fascicolo è stato ritrovato.
La pulitura che ha restituito tre figure
Prima del riallestimento del 2025 la tela è passata per una pulitura accurata, condotta dalle restauratrici Laura Cibrario e Fabiola Jatta nel laboratorio interno del museo, cioè senza uscire dall’edificio.
Ed è per questo che oggi lo si vede meglio di dieci anni fa: la pulitura ha riportato alla vista tre figure che gli strati sopra il colore avevano cancellato nel tempo. Un quadro con cinque figure di cui tre erano diventate invisibili era, di fatto, un altro quadro.
Oggi la tela è dentro una cornice climatizzata, che tiene sotto controllo temperatura e umidità. È un dettaglio da museo e non da storia dell’arte, ma dice quanto poco margine ci sia: questa è l’unica opera che documenta l’ultimo mese di lavoro di Caravaggio.
Come si arriva al quadro, dal 1° agosto 2025
Il riallestimento non ha toccato solo la sala. La salita al primo piano è ora accompagnata da un’opera fatta per quello spazio, La Nuvola e l’ombra di Jacopo Foggini: nuvole rosse in policarbonato che generano una luce violacea, e che si attraversano prima di arrivare alla tela.
La scelta è dichiaratamente preparatoria: i colori dell’installazione riprendono quelli del quadro, e il percorso ti mette in una condizione luminosa prima di metterti davanti al Caravaggio. Si può trovarla una bella idea o un’enfasi di troppo, ma il modo di guardare quella tela cambia a seconda di che cosa hai negli occhi trenta secondi prima, e questo il museo l’ha capito.

Il resto del museo, che non è un contorno
Molti entrano qui per il Caravaggio ed escono dopo venti minuti, e si perdono la ragione per cui il biglietto costa otto euro invece di quattro.
La sede è Palazzo Piacentini, il monumentale edificio dell’ex Banco di Napoli progettato dall’architetto Marcello Piacentini: diecimila metri quadrati, riadattati a museo su progetto di Michele De Lucchi con AMDL Circle e aperti al pubblico nel 2022. Lo spazio espositivo è distribuito su cinque piani e organizzato in tre percorsi tematici.
Al primo piano, insieme al Caravaggio, ci sono opere di Artemisia Gentileschi e di Luca Giordano, il vedutismo fra Seicento e Ottocento con Gaspar van Wittel, Anton Smink Pitloo e Giacinto Gigante della cosiddetta Scuola di Posillipo, il naturalismo all’aria aperta della Scuola di Resina, Domenico Morelli, e una raccolta di disegni e sculture di Vincenzo Gemito.
Al secondo piano c’è la sorpresa vera, e non è napoletana: la collezione Caputi di ceramiche greche e magnogreche, oltre cinquecento vasi datati fra il V e il III secolo avanti Cristo, fabbricati ad Atene, in Puglia e in Lucania. Vengono tutti da Ruvo di Puglia, che nell’antichità era un centro di produzione ceramica famoso in tutto il Mediterraneo. Se ti è capitato di passare per la cattedrale di Ruvo di Puglia, questi vasi sono l’altra metà di quella città.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 10 settembre 2026 sulla pagina ufficiale del museo. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 8 euro e comprende tutto il percorso permanente sui cinque piani. Il ridotto costa 4 euro. L’ingresso è gratuito per gli over 65, per gli under 26, per le scolaresche e per i clienti del gruppo Intesa Sanpaolo, che è il proprietario del museo. La prima domenica di ogni mese si entra gratis, senza condizioni.
Attenzione a un prezzo superato che si trova ancora scritto. Diverse schede danno l’intero a sette euro e mettono gli over 65 fra i ridotti a quattro. Sono numeri superati: l’intero è otto e gli over 65 non pagano.
Orari. Il museo apre da martedì a venerdì 10:00-19:00 e il sabato e la domenica 10:00-20:00. Chiuso il lunedì.
Come arrivare. L’indirizzo è via Toledo 177. Con la metropolitana linea 1 scendi a Toledo o a Municipio; con la funicolare Centrale ad Augusteo. La fermata Toledo è una delle stazioni dell’arte, quindi ci arrivi attraversando un’opera prima di arrivare al museo.
Contatti. Il numero verde è 800 167619 e l’indirizzo è napoli@gallerieditalia.com. Per le informazioni sull’accessibilità c’è napoliaccessibile@gallerieditalia.com. Chiama prima se vieni per il Caravaggio, per il motivo detto in apertura.
Attenzione a un nome sbagliato nei biglietti di terzi. Alcuni rivenditori vendono ancora l’ingresso citando Palazzo Zevallos Stigliano: era la sede precedente, e il museo si è spostato. L’indirizzo giusto è via Toledo 177.
Quanto tempo chiede. Mezz’ora se vieni solo per il Caravaggio. Un’ora e mezza per il primo e il secondo piano, che è la visita che consiglio.
Il resto di Napoli
A Napoli i Caravaggio sono tre, non due. Il primo sono le Sette opere di Misericordia al Pio Monte della Misericordia, che sono ancora sull’altare per cui furono dipinte. Il terzo è la Flagellazione di Cristo al Museo di Capodimonte, dipinta nel 1607 per una cappella di famiglia in San Domenico Maggiore e trasferita al museo nel 1972. Se sei venuto in città per lui, il programma è di tre tappe, e la vita del pittore, con le opere sparse per l’Italia, è raccontata in dipinti di Caravaggio.
Il museo si affaccia su via Toledo, quindi hai il centro monumentale a due passi: il Palazzo Reale con l’appartamento storico, il Castel Nuovo e l’ingresso della Galleria Borbonica a vico del Grottone. Sotto i piedi ci sono le stazioni dell’arte della metropolitana.
Per la pittrice che qui vedi con un’opera sola, e che a Napoli ha vissuto e lavorato per anni, c’è Artemisia Gentileschi. I due giorni con le chiusure di ogni tappa li ho messi in fila in cosa vedere a Napoli in 2 giorni.
Crediti fotografici: il Martirio di sant’Orsola di Caravaggio è di pubblico dominio; la facciata del palazzo del Banco di Napoli è di Elliott Brown (CC BY 2.0). Entrambe da Wikimedia Commons.