Sul corso Vittorio Emanuele, fra Campo de’ Fiori e piazza Navona, migliaia di persone passano ogni giorno davanti a una facciata rinascimentale piccola e intatta senza alzare gli occhi. Dentro ci sono un genio alato assiro, un carro cipriota, pezzi egizi che risalgono al III millennio a.C. e la copia di una delle statue più imitate della storia.
Il Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco è la collezione che un barone calabrese senza eredi diretti regalò a Roma, e che la città espone ancora con il criterio di chi l’aveva messa insieme. È piccolo, si visita in un’ora e costa meno di otto euro, ma quello che lo rende diverso dagli altri musei archeologici della città è il modo in cui è ordinato: non per periodo e non per luogo di scavo, ma per confronto fra civiltà.
Ci sono sei cose da trovare. La prima è il palazzo, e comincia da un equivoco durato cinque secoli.
Perché un collezionista dell’Ottocento avrebbe dovuto mettere un egizio accanto a un greco?
Si parte!
Il palazzo, e il giglio letto male
L’edificio si chiama Piccola Farnesina o Farnesina ai Baullari, e non ha niente a che fare con i Farnese. Lo fece costruire nel 1523 un prelato bretone, Thomas Le Roy, e la facciata è attribuita ad Antonio da Sangallo il Giovane.
L’equivoco sta nella decorazione, e lo vedi appena alzi gli occhi sulla facciata. Sulle cornici marcapiano corrono i gigli di Francia e gli ermellini di Bretagna, cioè gli emblemi del paese e della regione da cui Le Roy veniva. A Roma, però, il giglio è anche l’emblema dei Farnese, e chi guardava la facciata diede per scontato che quella fosse una casa di famiglia: da lì il nome, rimasto anche dopo che l’errore fu chiarito. Il secondo pezzo del nome è invece letterale: l’ingresso principale dava su via dei Baullari. Un palazzo intero porta il cognome sbagliato perché qualcuno ha letto uno stemma senza verificarlo.
Attenzione a non confonderla: a Roma ci sono altre tre cose che si chiamano Farnesina, e sono tutte diverse da questa. La più famosa è Villa Farnesina in Trastevere, quella di Agostino Chigi con gli affreschi di Raffaello.
Guarda i fregi che corrono fra un piano e l’altro appena arrivi davanti alla facciata: i gigli ci sono, in fila, e sono la prova visibile dell’equivoco. Il Comune comprò il palazzo nel 1885, durante gli sventramenti che aprirono il corso, e ne completò il restauro nel 1901.

1. Il genio alato inginocchiato
Nella sezione mesopotamica c’è il pezzo che chi entra ricorda più a lungo: un genio alato inginocchiato, scolpito a rilievo.
Questi esseri alati, che trovi nella prima parte del percorso, rivestivano i muri dei palazzi assiri, ai lati delle porte e lungo i corridoi, e non erano decorazione. Avevano una funzione precisa: proteggere il passaggio e purificare chi lo attraversava, e per questo si ripetevano lungo tutta la parete, uguali, in una processione senza fine. Chi entrava in una sala del trono assira camminava dentro un corridoio di guardiani di pietra.
Soffermati sulle ali e sulla muscolatura delle braccia. La scultura assira lavora per incisione netta e per superfici piene, senza chiaroscuro: il rilievo è basso, ma i dettagli anatomici sono marcati fino a sembrare metallici, ed è il contrario del modo greco di rendere un corpo. Nella stessa visita, poche sale più in là, hai il termine di paragone.
2. Il carro da parata cipriota
La sezione cipriota è la più inattesa del museo, perché Cipro è il posto dove le civiltà del Mediterraneo si incontrano fisicamente, e la sua scultura lo mostra meglio di qualunque testo.
Cerca il carro da parata con due personaggi, una scultura in pietra con il veicolo e le figure che lo occupano.
Che cosa rende cipriota un oggetto cipriota?
Il fatto che non riesci ad assegnarlo. Le figure di Cipro hanno l’acconciatura e la posa dell’Oriente, il sorriso e il trattamento del panneggio che vengono dalla Grecia arcaica, e dettagli che arrivano dall’Egitto. Non è una copia mal riuscita di nessuna delle tre: è quello che produce un’isola che commercia con tutte. È esattamente la ragione per cui Barracco la comprava.

3. La testa del Doriforo
Qui si entra nella sezione greca, e questa testa è il pezzo che collega il museo alla storia dell’arte che si studia a scuola.
Il Doriforo, cioè il «portatore di lancia», è la statua che Policleto scolpì nel V secolo a.C. per dimostrare una teoria: che esiste un rapporto numerico esatto fra le parti del corpo umano, e che una statua costruita su quel rapporto è bella per necessità e non per gusto. Policleto scrisse anche un trattato, il Canone, e la statua ne era la dimostrazione pratica.
L’originale in bronzo non esiste più. Quello che abbiamo sono le copie romane in marmo, decine, e questa testa è una di quelle. Fermati sul paradosso: la scultura più teorizzata dell’antichità la conosciamo soltanto attraverso riproduzioni fatte da altri, quattro secoli dopo, per arredare le case dei ricchi romani.
4. L’efebo tipo Westmacott
Poco distante c’è una statua di efebo del tipo detto Westmacott, che prende il nome dall’esemplare conservato al British Museum e appartenuto allo scultore inglese Richard Westmacott.
Conviene che tu capisca come funziona questa nomenclatura, perché è la chiave per leggere i cartellini di mezza archeologia. Quando di una statua antica esistono molte copie e nessun originale, gli studiosi raggruppano le copie in «tipi» e battezzano ogni tipo con il nome del pezzo più noto o del suo primo proprietario. Così un ragazzo di marmo scolpito in Grecia venticinque secoli fa finisce per portare il cognome di un collezionista inglese dell’Ottocento.
Guardalo accanto alla testa del Doriforo. Sono due modi vicini di costruire un corpo giovane maschile, ed è il genere di confronto che un museo grande non ti permette di fare in due minuti, perché le due opere starebbero in ali diverse.

5. La sezione egizia, dalle prime dinastie a Roma
L’Egitto del Barracco copre un arco lunghissimo, dal 3000 a.C. fino all’epoca romana, e conviene percorrerlo in ordine.
Percorrendola in ordine si vede una continuità che altrove non esiste. Una testa egizia del III millennio a.C. e una di epoca romana, cioè tremila anni dopo, si somigliano più di quanto si somiglino due sculture greche a tre secoli di distanza: la scultura egizia lavorava su modelli fissi, trasmessi di bottega in bottega, e cambiare le proporzioni di una figura regale non era una scelta stilistica, era una questione religiosa.
Cerca poi i pezzi tardi, quelli in cui l’Egitto è già una provincia romana. Lì i due sistemi convivono nello stesso oggetto, e si vede il punto esatto in cui una tradizione millenaria comincia a cedere.
6. Il museo che non c’è più
L’ultima cosa da sapere non la vedi, ed è la ragione per cui questa collezione è in un palazzo del Cinquecento invece che in un edificio suo.
Come mai una collezione donata alla città ha cambiato tre indirizzi in quarant’anni?
Nel 1904 Barracco donò la raccolta alla città, e il primo Museo di Scultura Antica fu costruito apposta sul corso Vittorio Emanuele II da Gaetano Koch. Era un edificio moderno e pensato per le sculture: aveva finestre grandi per la luce naturale, basi girevoli per guardare le statue da tutti i lati e un impianto di riscaldamento, che in un museo italiano era il primo.
Nel 1938 quell’edificio fu demolito per un nuovo assetto stradale. La collezione finì prima all’Osteria dell’Orso e poi nei magazzini dei Musei Capitolini, e tornò visibile solo nel 1948, qui dentro: la lapide nel cortile, sotto il busto di Barracco, porta la data esatta della riapertura, il 13 novembre 1948. Un museo costruito su misura è durato trentaquattro anni; il palazzo di ripiego lo ospita da quasi ottanta.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 18 settembre 2026 sul sito ufficiale museobarracco.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 7,50 euro e il ridotto 6. L’audioguida costa 4 euro a parte ed è disponibile in italiano, inglese e francese. Gratuità. Dal febbraio 2026 entrano gratis i residenti a Roma e nella Città Metropolitana che mostrano la carta d’identità in cassa, e con loro i possessori della MIC card. L’ingresso è gratuito anche per le scolaresche delle elementari e delle medie accompagnate dagli insegnanti, con l’elenco degli alunni su carta intestata della scuola. Orari. Da martedì a domenica 10:00-18:00. Il museo resta chiuso il lunedì. Il 24 e il 31 dicembre apre 9:00-14:00, e il 1° gennaio 11:00-16:00. Come arrivare. Il museo è in corso Vittorio Emanuele II 166/A. Qui la metropolitana non arriva: passano tutti gli autobus del corso, e da Campo de’ Fiori, da piazza Navona e da largo Argentina si cammina meno di dieci minuti. Quanto tempo prevedere. Le sei cose di questa guida chiedono un’ora. Mettine una e mezza con l’audioguida, e ricorda che il museo è piccolo e su più piani, quindi si visita bene anche in una pausa.
Da qui in poi
A duecento metri, dall’altra parte di piazza Navona, c’è il museo che racconta la città invece dell’antichità: le opere sono in Museo di Roma a Palazzo Braschi: 7 opere da vedere.
Se la scultura antica ti interessa e vuoi il confronto con le grandi raccolte statali, il percorso continua a Palazzo Altemps e a Palazzo Massimo, le due sedi del Museo Nazionale Romano dove le stesse civiltà si vedono in centinaia di pezzi invece che in decine. La mappa completa delle collezioni della città è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.
Crediti fotografici: le sale del museo sono di Fabrizio Garrisi (CC0); la facciata è di Krzysztof Golik (CC BY-SA 4.0); il cortile è di Lalupa (CC BY-SA 3.0), tutte da Wikimedia Commons.
