Esci da piazza Navona dal lato di Pasquino, la statua parlante a cui i romani attaccano i loro insulti da cinque secoli, e ti accorgi che è appoggiata all’angolo di un palazzo ocra grande quanto un isolato. Dentro c’è un dipinto di piazza Navona grande tre metri, dipinto nel 1634, in cui la fontana di Bernini non c’è: doveva ancora essere costruita.

È il Museo di Roma, e la sua materia è la città in cui ti trovi mentre lo visiti. Non conserva l’arte di Roma antica come gli altri musei della città: conserva quadri, disegni, fotografie, mobili e carrozze che raccontano come Roma è cambiata dal Cinquecento al Novecento, e quanto di quello che vedi fuori sia recente.

Le sette opere di questa guida cominciano dalla scala, che è la prima cosa che incontri, e finiscono con l’archivio fotografico da cui vengono quasi tutte le immagini di «Roma com’era» che hai visto in vita tua.

Che cosa ci faceva un papa a costruire un palazzo del genere per suo nipote?

Si parte!

Il palazzo, e l’ultimo nipote di un papa

Il palazzo lo fece costruire papa Pio VI per il nipote Luigi Braschi Onesti, negli ultimi anni del Settecento, su progetto dell’architetto imolese Cosimo Morelli (1732-1812). I soldi erano quelli della Santa Sede, e la destinazione era la famiglia del papa.

È una delle ultime testimonianze del nepotismo pontificio, e la data non è un caso: pochi anni dopo sarebbero arrivate la Rivoluzione francese e le sue conseguenze, e in Europa una pratica del genere sarebbe diventata indifendibile. Pio VI morì prigioniero dei francesi nel 1799.

Il Museo di Roma non nacque qui. Fu inaugurato il 21 aprile 1930 nell’ex pastificio Pantanella, in piazza della Bocca della Verità, sotto la direzione di Antonio Muñoz, e arrivò a Palazzo Braschi solo nel 1952. L’allestimento attuale è del 29 marzo 2017, ed è organizzato per temi invece che per date: quindici sale al secondo piano, cinque al terzo.

1. Lo scalone d’onore

Si sale per una scala che è il pezzo più impressionante dell’edificio, e che conviene percorrere lentamente.

Ci sono diciotto colonne di granito rosso, e non sono state tagliate per l’occasione: vengono da un portico di età di Caligola, cioè sono romane, reimpiegate a distanza di diciassette secoli. Gli stucchi, i medaglioni e i bassorilievi sono di Luigi Acquisti; nelle nicchie sono sistemate statue antiche, e al primo piano il posto d’onore spetta a un Achille.

lo scalone d onore di palazzo braschi con le colonne di granito rosso, le volte a stucco e le statue antiche nelle nicchie illuminate

Perché una scala così grande in una casa privata?

Perché non era un passaggio, era il messaggio. Chi saliva doveva capire, prima di essere ricevuto, chi fosse la famiglia che lo riceveva: le colonne imperiali dicevano l’antichità, le statue dicevano la cultura, la scala diceva i mezzi. È considerato l’ultimo grande scalone barocco romano, costruito quando il barocco era finito da un pezzo.

la volta sopra lo scalone di palazzo braschi, con la cupola ovale a cassettoni e rosoni e il lucernario al centro

2. I mosaici dell’antica basilica di San Pietro

Fra i pezzi medievali il museo conserva alcuni frammenti di mosaico della volta dell’antica basilica costantiniana di San Pietro, quella che fu demolita nel Cinquecento per ordine di Giulio II per fare posto alla basilica che conosciamo.

Guardali bene, perché sono uno dei pochissimi modi che abbiamo di sapere come fosse quella chiesa. Di un edificio durato più di mille anni restano il ricordo di qualche disegno, poche descrizioni e questi pezzi di superficie. È il museo giusto per capirlo: qui si conserva soprattutto quello che è stato demolito.

3. La berlina di gala dei Chigi

Nell’atrio è esposta una berlina di gala settecentesca, fatta fare da Sigismondo Chigi per le proprie nozze nel 1776.

Fermati sulle dimensioni delle ruote e sull’altezza della cassa da terra. Una carrozza così non serviva a spostarsi comodamente: serviva a essere vista mentre si attraversava la città al passo, e l’oro, gli intagli e i colori erano un annuncio pubblico. Nella Roma dei papi le carrozze delle famiglie erano una gara permanente, e il museo ne conserva diversi esemplari.

4. La giostra del Saracino in piazza Navona, 1634

È il quadro che da solo merita la visita, misura trecento centimetri per duecentoventi e fu dipinto negli anni successivi alla festa, fra il 1634 e il 1644. Il titolo per esteso è Giostra del Saracino a Piazza Navona nel Carnevale del 25 febbraio 1634, e lo dipinsero tre pittori insieme: Filippo Gagliardi fece le architetture, Andrea Sacchi le figure, Vincent Leckerbetien detto Manciola i cavalli.

La festa la organizzò il cardinale Antonio Barberini per l’arrivo del principe Alessandro Carlo di Polonia, che però fu richiamato in patria pochi giorni prima e non la vide mai.

Adesso guarda la piazza dipinta e confrontala con quella che hai attraversato per arrivare qui. Al centro non c’è la Fontana dei Quattro Fiumi: Bernini l’avrebbe costruita solo intorno al 1650, quindici anni dopo. È l’unico modo che hai di vedere piazza Navona senza la cosa che oggi la definisce, ed è a duecento metri dalla piazza stessa.

la giostra del saracino del 1634 dipinta a volo d uccello, con piazza navona chiusa dalle tribune di legno e senza la fontana al centro

5. Gli affreschi salvati da un palazzo demolito

Il museo conserva gli affreschi di Francesco Podesti che decoravano il Palazzo Bolognetti-Torlonia, un edificio che non esiste più.

Questa sezione spiega la ragione stessa per cui il Museo di Roma esiste. Quando Roma divenne capitale e poi negli sventramenti del Novecento, interi palazzi furono abbattuti per aprire strade: quello che si riusciva a staccare dai muri finiva nei depositi comunali, e da lì qui. Ogni volta che vedi un affresco in questo museo, stai guardando una parete sopravvissuta a un edificio.

6. I dipinti e le sculture della Roma dei papi

Il nucleo dal Seicento al Settecento comprende opere di Andrea Sacchi, Pierre Subleyras e Pompeo Batoni, e un gruppo di dipinti che documentano cerimonie civili e religiose: processioni, possessi, feste, fuochi d’artificio a Castel Sant’Angelo.

Per la scultura ci sono lavori e modelli in terracotta di Francesco Mochi e Alessandro Algardi. I modelli sono la parte da cercare: sono lo studio preparatorio, quello in cui si vede la mano che prova una posa prima di trasferirla nel marmo, e compaiono in un museo di storia della città invece che in una galleria di capolavori proprio perché servivano a lavorare.

Il percorso è diviso in due, e la divisione è quella originale della casa: le sale 1-9 al secondo piano erano la parte pubblica dell’appartamento dei Braschi, le sale 10-15 la parte privata. Al terzo piano, dalla 16 alla 20, si arriva alle trasformazioni della città moderna.

7. Il Gabinetto delle Stampe e l’Archivio Fotografico

Al terzo piano c’è la parte che il pubblico quasi non considera un’opera, e che invece è il tesoro vero: il Gabinetto Comunale delle Stampe e l’Archivio Fotografico Comunale, che fanno parte del museo dal 1930.

Disegni, acquerelli e stampe dal Cinquecento all’Ottocento, più le fotografie di fine Ottocento e primo Novecento. Se hai mai visto un’immagine del Tevere prima dei muraglioni, o di un quartiere che non esiste più, con ogni probabilità veniva da qui. Nel complesso il museo custodisce circa centoventimila opere, e quello che vedi esposto è una selezione minima.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 16 settembre 2026 sul sito ufficiale del Museo di Roma. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 11 euro e comprende la collezione permanente; il ridotto costa 6,50 euro e spetta ai non residenti fra i 6 e i 25 anni. Le mostre temporanee del primo piano possono avere un biglietto proprio. Gratuità. Dal febbraio 2026 l’ingresso è gratuito per chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo la carta d’identità: la gratuità però non comprende il nuovo spazio espositivo del primo piano. Entrano gratis anche i bambini sotto i sei anni, le persone con disabilità con un accompagnatore e i possessori della MIC card. La prima domenica del mese è gratis per tutti. Orari. Da martedì a domenica 10:00-19:00. Chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre. L’ultimo ingresso è un’ora prima della chiusura. Come arrivare. L’ingresso è in piazza San Pantaleo 10, sul lato di corso Vittorio Emanuele II, e ce n’è un secondo su piazza Navona 2. Non c’è metropolitana vicina: gli autobus di corso Vittorio fermano davanti al portone. Quanto tempo prevedere. Le sette opere di questa guida e le sale del secondo piano richiedono un’ora e mezza. Metti in conto due ore se sali anche al terzo piano.

Da qui in poi

Il museo è a duecento metri da Palazzo Altemps, che è la sede del Museo Nazionale Romano dedicata alle collezioni di antichità delle famiglie principesche: i due palazzi raccontano la stessa Roma, uno dal lato di chi collezionava e l’altro dal lato di chi committeva.

I fuochi d’artificio dipinti nei quadri di questo museo si accendevano sopra Castel Sant’Angelo. Per scegliere fra tutti i musei della città, con i giorni di chiusura, resta Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: scalone d’onore di Lalupa (CC BY-SA 3.0); volta dello scalone di Francesco Bini (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons. Facciata di Palazzo Braschi e Giostra del Saracino sono di pubblico dominio.