In via della Lungara, la strada dritta che da porta Settimiana va verso il Vaticano, un muro basso lascia intravedere un giardino e dietro il giardino un edificio a due piani con due ali sporgenti, largo e basso come una casa di campagna. Nessuna scalinata, nessuna facciata monumentale.

Dentro ci sono affreschi di Raffaello, di Sebastiano del Piombo, del Sodoma e di Baldassare Peruzzi. Il committente non fu un papa né un cardinale: fu Agostino Chigi, un banchiere senese che prestava denaro ai papi e che qui si fece costruire la casa dove ricevere. Il guaio è arrivarci nell’orario giusto, perché la villa chiude alle 14:00 e la domenica non apre, salvo la seconda domenica del mese.

La villa si vede tutta in sei ambienti, e conviene prenderli nell’ordine in cui li incontri, prima le due logge del pianterreno e poi le due stanze di sopra.

Perché una villa costruita per un banchiere senese porta il nome dei Farnese?

Si parte!

Il banchiere, la villa e il nome che non è suo

Agostino Chigi nacque a Siena nel 1466 e a Roma diventò l’uomo che finanziava le guerre dei papi, con l’appalto delle allumiere di Tolfa e una rete di filiali in mezza Europa. Nel maggio del 1505 chiamò Baldassare Peruzzi, senese anche lui, e il 22 aprile 1506 fu posata la prima pietra.

Chiese una villa suburbana, cioè un tipo di edificio che a Roma non esisteva ancora in quella forma: fuori dalle mura abitate, in mezzo a un giardino che scendeva fino al Tevere, con le logge aperte sul verde e i banchetti serviti all’aperto. Le due logge che oggi si visitano a vetri chiusi erano aperte, e lo si capisce guardando dove finiscono gli affreschi.

Chigi morì nel 1520, a cinquantaquattro anni, e la villa passò di mano più volte. Nel 1579 la comprò il cardinale Alessandro Farnese il Giovane, che possedeva già il palazzo enorme sull’altra riva del fiume: da allora questa, per distinguerla, è la Farnesina, cioè la piccola. Oggi la proprietà è dell’Accademia dei Lincei, che ha la sede nel palazzo Corsini di fronte.

1. Il Trionfo di Galatea

Entra nella loggia a destra e cerca la parete di fondo. La ninfa Galatea attraversa il mare in piedi su una conchiglia tirata da due delfini, con il mantello rosso gonfio dietro le spalle, mentre in cielo gli amorini tendono gli archi e intorno i tritoni rapiscono le nereidi, e uno di loro suona un corno. Raffaello la dipinse intorno al 1511-1512.

il trionfo di galatea di raffaello, con la ninfa dal mantello rosso in piedi su una conchiglia tirata da due delfini, tre amorini con l arco in cielo e tritoni e nereidi intorno

Che cosa guarda Galatea, se non guarda chi la guarda?

Galatea guarda in alto a sinistra, verso l’unico amorino che non tira: sbuca da dietro una nuvola con un fascio di frecce in mano, e viene letto come il simbolo dell’amore casto. Raffaello costruisce tutta la composizione su una spirale: i corpi ruotano intorno alla ninfa, i tre amorini in cielo puntano le frecce verso di lei, e in basso il fanciullo Palemone guida i delfini. Segui le linee degli archi e ti ritrovi sul suo volto senza volerlo.

Chi abbia posato per Galatea non lo sappiamo, e con ogni probabilità nessuno. In una lettera al conte Baldassarre Castiglione, Raffaello scrisse che per dipingere una donna bella non copiava un modello, ma si serviva di «una certa idea» che gli veniva in mente. Quella riga si cita da sempre a proposito di questa figura. È una delle poche volte in cui un pittore del Cinquecento mette per iscritto come lavora.

2. Il Polifemo di Sebastiano del Piombo

Sulla stessa parete, a sinistra della Galatea, siede un gigante di schiena con la testa girata verso di lei. È Polifemo, il ciclope innamorato della ninfa, e lo dipinse Sebastiano del Piombo, arrivato a Roma da Venezia pochi anni prima. Su chi dei due abbia dipinto per primo le fonti non concordano, e la cosa che conta è che le due mani si guardano da un metro di distanza.

Guarda i due affreschi uno accanto all’altro, perché è per il confronto che sono stati messi sulla stessa parete. Sebastiano viene da Venezia e dipinge con il colore: la carne del gigante è costruita con passaggi di tono, e il paesaggio dietro si perde in una luce umida. Raffaello costruisce con il disegno e con il movimento. Sono due scuole italiane accostate a un metro di distanza, e non è un caso: Chigi metteva in concorrenza gli artisti nella stessa stanza.

Nelle lunette sopra, sempre di Sebastiano, corrono scene tratte dalle Metamorfosi di Ovidio. Guardarle obbliga a piegare la testa all’indietro, e per questo quasi tutti le saltano; sono però la parte in cui il pittore veneziano è più libero.

Una curiosità: le lunette sono dieci, e la decima non ha una scena. Porta la testa gigantesca di un giovane, disegnata a carboncino e mai dipinta. Gli storici dell’arte la assegnano a Peruzzi o allo stesso Sebastiano; la leggenda, invece, vuole che l’abbia tracciata Michelangelo, entrato di nascosto per far vedere a Raffaello di che cosa era capace. Non esiste un documento che lo provi e il racconto nasce molto dopo, quindi prendilo per quello che è: una storia che si tramanda davanti a un disegno che comunque c’è.

3. La volta con l’oroscopo di Chigi

Adesso guarda il soffitto della stessa loggia, che Peruzzi affrescò nei primi mesi del 1511. Sembra una normale sequenza di divinità e costellazioni, e non lo è: è l’oroscopo del padrone di casa, cioè la posizione esatta del cielo nel momento in cui Agostino Chigi nacque.

Il programma fu calcolato da un astrologo e messo in forma dall’umanista Cornelio Benigni, e ogni riquadro corrisponde a un pianeta, a un segno o a una costellazione nella posizione che occupava quella notte. Non è decorazione mitologica: è un documento astronomico dipinto, e gli studiosi lo hanno usato per ricavare la data di nascita di Chigi.

Tieni presente una cosa mentre lo guardi: per chi commissionava una volta così, l’oroscopo non era un gioco. Era il modo in cui un uomo dichiarava che la sua fortuna era scritta nel cielo, e quindi legittima.

4. La Loggia di Amore e Psiche

Torna nell’atrio e passa nella loggia grande, quella che dà sul giardino. La volta racconta la favola di Amore e Psiche come la scrive Apuleio, e fu dipinta nel 1518 da Raffaello con la sua bottega, cioè da Giulio Romano, Giovan Francesco Penni e Giovanni da Udine.

Il disegno d’insieme è di Raffaello e l’esecuzione quasi tutta dei suoi, e si vede: le figure sono grandi, chiare, un po’ fredde. La cosa che da sola merita la visita è invece il contorno. Giovanni da Udine dipinse tutto intorno alle scene una pergola di festoni vegetali, e ci mise dentro centosettanta specie di piante, contate dagli studi botanici, e decine di animali dipinti dal vero.

un pennacchio della loggia di amore e psiche con cupido che indica le tre grazie, fra festoni di frutta, fiori e ortaggi in cui si riconoscono le pannocchie di mais

Cerca il mais, la zucca e i fagioli. Vengono tutti e tre dalle Americhe, scoperte da pochi decenni, e sono fra le più antiche raffigurazioni europee di quelle piante: arrivarono sul soffitto di una loggia romana prima che in un campo italiano.

5. La Sala delle Prospettive, e le scritte dei lanzichenecchi

Sali al primo piano ed entra nella sala grande. Le pareti si aprono su un colonnato dipinto, e fra le colonne si vede Roma: campagna, tetti, campanili, la città come si vedeva da qui nel Cinquecento. La dipinse Peruzzi, che era architetto prima che pittore, e costruì l’intera stanza sull’illusione dello spazio.

Cerca il punto della sala da cui l’illusione regge meglio, poi spostati verso una parete: il colonnato si deforma e l’inganno si scioglie. È la prova che Peruzzi lavorava per un osservatore fermo in un punto preciso.

Adesso avvicinati alle colonne dipinte e guarda l’intonaco. Fra una colonna e l’altra ci sono graffiti lasciati dai lanzichenecchi che nel 1527, durante il Sacco di Roma, si accamparono dentro la villa. Uno, in tedesco e in caratteri gotici, è datato 1528 e suona più o meno così: perché io che scrivo non dovrei ridere, se i lanzichenecchi hanno fatto scappare il papa.

le colonne dipinte della sala delle prospettive con la veduta di una citta fra l una e l altra e, in alto a sinistra, un graffito dei lanzichenecchi con la data 1528

Sono pochissime le stanze in cui la grande pittura del Rinascimento e la firma di chi la stava saccheggiando si leggono sulla stessa parete.

6. Le Nozze di Alessandro e Rossane

L’ultima stanza era la camera da letto di Chigi, e la affrescò Giovanni Antonio Bazzi, che tutti chiamano il Sodoma, intorno al 1519.

La scena principale è il matrimonio fra Alessandro Magno e Rossane, la principessa persiana: lei siede sul letto circondata da amorini che le tolgono i sandali e il velo, lui le porge la corona, e a destra, fuori dal baldacchino, un giovane con la fiaccola si appoggia a un compagno nudo. Le fonti li identificano con Efestione, l’amico di Alessandro, e con Imeneo, il dio delle nozze, ma non concordano su chi dei due tenga la fiaccola. Sul pavimento, in primo piano, è rimasto un elmo.

le nozze di alessandro e rossane del sodoma, con rossane seduta sul letto a baldacchino, gli amorini che le tolgono i sandali e il velo e alessandro in mantello arancione che le porge la corona

Perché farsi dipingere in camera da letto il matrimonio di un re antico?

Il soggetto non è scelto a caso, e non è nemmeno un complimento generico. Agostino Chigi aveva portato a Roma Francesca Ordeaschi, una veneziana con cui conviveva da anni e da cui aveva avuto dei figli. La sposò il 28 agosto 1519, alla presenza di papa Leone X, e il matrimonio si celebrò nella Sala delle Prospettive, la stanza di cui hai appena letto: questa camera lo commenta paragonandolo a quello di un re.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 17 settembre 2026 sul sito ufficiale villafarnesina.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 12 euro e comprende la villa e l’eventuale mostra in corso. Il ridotto costa 10 euro e spetta agli studenti, agli over 65 e a chi ha una delle convenzioni indicate dalla biglietteria. Orari. Da lunedì a sabato 9:00-14:00, con ultimo ingresso alle 13:15. La domenica la villa è chiusa, con una sola eccezione: la seconda domenica di ogni mese apre 9:00-17:00, con ultimo ingresso alle 16:15. Gratuità. Entrano gratis i bambini fino a dieci anni, le persone con disabilità con un accompagnatore, le guide turistiche abilitate e i giornalisti accreditati. Attenzione al nome. A Roma ci sono tre cose che si chiamano così, ed è un equivoco che manda le persone nel posto sbagliato. Questa è la villa di Chigi, in Trastevere. La Collezione Farnesina è la raccolta di arte contemporanea del Ministero degli Esteri, all’altro capo della città. La villa romana della Farnesina è invece una casa antica scavata qui sotto nell’Ottocento, e i suoi affreschi si vedono a Palazzo Massimo. Come arrivare. La villa è in via della Lungara 230. Gli autobus 23 e 280 fermano sul lungotevere a duecento metri; da piazza Trilussa si arriva a piedi in dieci minuti risalendo via della Lungara. Quanto tempo prevedere. I sei ambienti chiedono un’ora. Mettine una e mezza se leggi le lunette di Sebastiano del Piombo e se cerchi le piante della loggia una per una.

Da qui in poi

Dall’altra parte della strada, a cinquanta metri dal portone, c’è la Galleria Corsini, l’unica quadreria settecentesca di Roma rimasta com’era: le due visite si fanno di seguito nella stessa mattina, ed è il motivo migliore per venire da questa parte del fiume.

Se vieni per Raffaello, il seguito sono le Stanze dei Musei Vaticani, dipinte negli stessi anni e a un chilometro da qui. Per orientarti fra tutte le collezioni della città c’è Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: facciata sul giardino, Loggia di Amore e Psiche, Sala delle Prospettive e Nozze di Alessandro e Rossane di Jean-Pierre Dalbéra (CC BY 2.0); Trionfo di Galatea di Vicenç Valcárcel Pérez (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons.