Novemila strumenti e opere d’arte, e nessuno è muto. Il Musée de la musique della Philharmonie de Paris, all’estremità nord-orientale della città, dentro il parc de la Villette, resta fuori da qualunque elenco delle opere d’arte da vedere a Parigi. Conserva una delle maggiori collezioni di strumenti al mondo e ha un vantaggio che i musei di strumenti quasi mai hanno: ci sono musicisti che suonano nelle sale tutti i giorni.

Da martedì a venerdì il museo apre a mezzogiorno, non la mattina, e solo il sabato e la domenica alle 10:00: è la tabella che frega più gente di qualunque altra a Parigi. Chiude il lunedì, e sotto i 26 anni si entra gratis, senza condizioni.
Di chi è l’arpa dorata esposta in una delle vetrine?
Si parte!
1. Un percorso nuovo dal 14 maggio 2025
Il museo che visiterai ha meno di due anni. Il percorso permanente è stato inaugurato il 14 maggio 2025, per i trent’anni della Cité de la musique, ed è il primo riallestimento dal 2009: si intitola Des musiques et des mondes ed è completamente diverso da quello di prima. Copre una storia della musica nel mondo che va dalla fine del Cinquecento a oggi.
L’idea che lo regge viene dal «Tout-monde» di Édouard Glissant, e in pratica significa una cosa sola: i patrimoni europei e quelli non europei non sono più separati. Prima c’erano le sale della musica occidentale e, in fondo, la sezione degli «strumenti del mondo». Adesso un liuto barocco e una cetra cinese possono trovarsi nella stessa vetrina perché rispondono alla stessa domanda.
Le sezioni sono sei: Polyphonie, Musique et pouvoir, L’imaginaire des Lumières, L’Empire de la musique, dove sono raccolti gli Stradivari, Explorer l’inouï e Des musiques et des mondes. La scenografia è dello studio Projectiles, lo stesso che rifarà il museo dell’Institut du monde arabe.
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2. Il clavicembalo E.1, con una data dipinta su un pezzo aggiunto
Lo strumento della fotografia in apertura porta il numero d’inventario E.1, ed è un clavicembalo a due tastiere di Ioannes Ruckers, costruito ad Anversa e con la data 1612 dipinta sopra.
Il coperchio alzato è occupato da un dipinto, Orfeo che incanta gli animali, e sull’aletta interna c’è il duello musicale fra Apollo e Marsia. Sui fianchi corrono altri riquadri con figure in un paesaggio. In basso, la cassa poggia su un sostegno rococò dorato, con le gambe mosse e le conchiglie intagliate, che con Anversa e con il 1612 non c’entra nulla.
Ed è questo il punto. Nel Settecento la Francia praticava il ravalement, che significa prendere uno strumento fiammingo del secolo prima, allargarne la tastiera, rifarne la meccanica e ridipingerlo secondo il gusto del momento. Questo clavicembalo è passato per quel trattamento, ed è il motivo per cui in giro lo trovi catalogato ora come fiammingo e ora come francese.
E c’è un dettaglio che il museo non nasconde: la data 1612 è dipinta su un pezzo di legno aggiunto durante i lavori, non sul materiale originale. Per questo la scheda la scrive con un punto interrogativo. È un oggetto che dichiara la propria incertezza, ed è raro.
3. La chitarra con due firme sulla tavola
Quante volte vedrai un oggetto firmato dai due musicisti che lo hanno posseduto?
Il numero d’inventario è E.375, il costruttore è il parigino Jean-Nicolas Grobert e la chitarra risale al 1830 circa.

Sulla tavola armonica, ai lati del ponticello, ci sono due firme a inchiostro. Una è di Niccolò Paganini, che non era soltanto il violinista del secolo ma anche chitarrista e autore di musica per chitarra, e che soggiornò a Parigi più volte fra il 1831 e il 1838. L’altra è di Hector Berlioz, che suonava la chitarra e ammirava Paganini senza misura.
Le circostanze esatte in cui i due firmarono lo stesso strumento non sono note, ed è giusto dirlo. Si sa invece com’è finita fra loro, e vale la pena raccontarlo davanti alla vetrina. Il 16 dicembre 1838, al Conservatoire, Berlioz diresse la Symphonie fantastique e Harold en Italie, la sinfonia che aveva scritto proprio su richiesta di Paganini e che il violinista ascoltava per la prima volta. A concerto finito Paganini si inginocchiò davanti a lui, in pubblico, e due giorni dopo gli mandò una lettera con ventimila franchi, che tolsero Berlioz dai debiti e gli permisero di scrivere Roméo et Juliette. La chitarra Berlioz la donò nel 1866 al Musée instrumental du Conservatoire, che è l’antenato di questo museo.
4. L’arpa Érard, e le tre lettere che nessuno legge
Torniamo alla domanda dell’inizio. L’arpa dorata del museo è un’Érard costruita per l’Esposizione universale di Vienna del 1873, in stile Luigi XVI, e porta incisa la dicitura «Erard, par brevet d’invention n° 1752».

Nella fotografia vedi la fila di dischi di ottone allineati lungo il collo. È il doppio movimento brevettato da Sébastien Érard nel 1810, il meccanismo che rende l’arpa completamente cromatica: ogni pedale, premuto a metà o a fondo, accorcia la corda di un semitono o di due, così ogni nota può suonare bemolle, naturale o diesis. Nota anche la corda rossa in mezzo alle altre: per convenzione il rosso segna i do e il nero i fa, e quei due colori sono l’unico modo che ha l’arpista per orientarsi al volo fra decine di corde altrimenti identiche.
Adesso la parte che cambia tutto. L’etichetta del museo porta la sigla M.N.R., che sta per Musées Nationaux Récupération, e il numero di deposito OAR 240. Significa che questa arpa è un bene recuperato dopo la Seconda guerra mondiale di cui non si è mai trovato il proprietario.
La sua storia si ricostruisce così: comprata alla casa Érard nell’aprile 1874 dal conte Joseph de Montbron, musicista e compositore, restò in famiglia fino ai primi del Novecento. Riapparve sul mercato parigino nel 1940-1941, quando la comprò Friedrich Welz, un mercante austriaco vicino al regime nazista. A fine guerra le truppe americane la ritrovarono in Germania fra i beni culturali sequestrati, e fu riportata in Francia. Il 9 aprile 1973 venne depositata al museo del Conservatoire.
Quando la guardi, tienilo presente: non è esposta come gli altri strumenti della sala. È in attesa, e la sigla sull’etichetta è una richiesta di restituzione rimasta senza risposta da ottant’anni.
5. Le trombe senza pistoni
Nella stessa area trovi due trombe barocche di Johann Wilhelm Haas, costruite a Norimberga nel 1671.

Guarda il tubo per tutta la sua lunghezza e cerca i pistoni. Non ci sono. La tromba naturale è un tubo piegato e nient’altro, e il suonatore ottiene le note soltanto con le labbra, salendo lungo la serie degli armonici. Le note vicine fra loro, quelle che permettono di fare una melodia, si trovano solo nel registro acuto.
È il motivo tecnico per cui le parti di tromba di Bach e dei suoi contemporanei corrono così in alto e sono così temute: non è una scelta di colore, è l’unico posto dello strumento in cui si potesse suonare una melodia. I pistoni arriveranno solo nell’Ottocento.
I manicotti decorati a corda lungo il tubo e la campana cesellata dicono l’altra cosa: a Norimberga la tromba era anche un oggetto di prestigio, e gli Haas furono una delle dinastie di costruttori più note d’Europa.
6. La rudra vina, che non è in una sala esotica
Dove metteresti una cetra indiana in un museo europeo?
Fino a ieri, in fondo, nella sezione degli «strumenti del mondo». Il percorso nuovo ha smesso di farlo, e una rudra vina come quella qui sotto può comparire accanto agli strumenti occidentali che pongono i suoi stessi problemi.

Lo strumento è un tubo di legno dipinto a zigzag su cui corrono una ventina di tasti alti e ricurvi, con due grandi zucche appese sotto come risuonatori, decorate a raggiera. Le zucche non sono un ornamento: sono la cassa armonica, e si suona tenendo lo strumento in diagonale, con una delle due appoggiata sulla spalla.
Fermati a confrontarla con gli strumenti a corda europei della stessa vetrina. La domanda che si sono posti i costruttori è la stessa, amplificare una corda tesa, e le risposte sono due mondi diversi: il legno scavato di là, la zucca essiccata di qua.
7. Come si ascolta, davvero
Due cose valgono più di qualunque vetrina, e tutte e due sono comprese nel biglietto.
La prima è il visioguida gratuito, disponibile in francese, inglese, spagnolo e lingua dei segni, che fa sentire il suono degli strumenti che stai guardando. La seconda è il musicista che il museo mette in sala ogni giorno: suona, racconta il proprio strumento e risponde a chi si ferma. Girando un angolo ti capiterà di trovarlo al lavoro, e a quel punto la collezione smette di essere una fila di oggetti in una teca. La domenica pomeriggio ci sono anche i concerti-passeggiata e i racconti in musica.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 27 settembre 2026 sul sito ufficiale philharmoniedeparis.fr. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 10 euro e comprende il percorso permanente e il visioguida. Il ridotto costa 8 euro e vale per i ragazzi dai 26 ai 28 anni compresi, per chi ha un biglietto di concerto della stagione in corso, per i gruppi da 10 persone in su e per gli insegnanti delle scuole di musica. Gli abbonati della Philharmonie pagano 7 euro. Orari. Il museo apre da martedì a venerdì 12:00-18:00 e il sabato e la domenica 10:00-18:00. Resta chiuso il lunedì. Chiusure eccezionali dichiarate. Il museo chiude il 25 dicembre 2026 e il 1° gennaio e il 1° maggio del 2027. Gratuità. Sotto i 26 anni si entra gratis, e con loro chi ha il Pass éducation, la carta stampa CCIPJ, la carte Culture, la tessera ICOM o quella di guida abilitata, più i disoccupati, chi percepisce i minima sociaux, gli Amis de la Philharmonie e le persone con disabilità con il loro accompagnatore. Paris Museum Pass. Il museo è incluso nel pass. Bagagli. Per il piano Vigipirate i bagagli e le borse da viaggio non entrano, e non si lasciano nemmeno al guardaroba: presentati in anticipo ai controlli. Come arrivare. L’indirizzo è 221 avenue Jean-Jaurès, nel diciannovesimo. Scendi a Porte de Pantin sulla linea 5, oppure prendi il tram 3B e scendi alla stessa fermata. Quanto tempo chiede. Conta due ore per il percorso completo, un’ora e mezza se salti le sezioni non europee. Con un concerto in programma la stessa sera, la giornata alla Villette si chiude da sola.
Da qui in poi
Gli oggetti in cui si vede il mestiere prima dell’arte li raccoglie un altro museo parigino, il Musée des Arts et Métiers, dove le macchine sono esposte con la stessa logica di questi strumenti. Per le arti decorative applicate agli oggetti d’uso, il posto è il Musée des Arts décoratifs.
Le collezioni non europee raccontate senza la vetrina esotica sono la specialità di altri due musei della città, il Musée du quai Branly e il Musée Guimet.
Fotografie: clavicembalo di Ratigan, CC BY-SA 3.0 via Wikimedia Commons; arpa Érard di Vassil, CC BY-SA 4.0; rudra vina di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0; trombe barocche di BenP, CC BY 2.5; chitarra Grobert, Musée de la musique, pubblico dominio.