Entri, e la prima cosa che fai è alzare la testa. La Grande Galerie de l’Évolution è una navata unica alta tre piani, circondata da tre ballatoi e coperta da una vetrata di mille metri quadrati, costruita in ferro e vetro nel 1889. L’architettura è quella delle stazioni ferroviarie della stessa stagione; l’effetto, con gli animali in fila sul pavimento, è quello di un’arca.

Il biglietto qui ha una sua regola, e ti conviene conoscerla prima di programmare la giornata: il Paris Museum Pass non vale, perché la galleria dipende dal Muséum national d’Histoire naturelle e non dai musei nazionali, esattamente come il Musée de l’Homme. E il giorno di chiusura non è quello che ti aspetti: si chiude il martedì, non il lunedì come quasi tutto il resto di Parigi.
Perché un museo di animali impagliati dovrebbe interessare a chi viaggia per l’arte?
Si parte!
1. Quattrocento anni, e una riapertura che ha cambiato tutto
Nel 2026 il Muséum compie quattrocento anni. Li conta da un editto di Luigi XIII del 6 gennaio 1626, che istituisce un Jardin royal des plantes médicinales; il terreno arriva nel 1633, il testo fondatore nel 1635, l’inaugurazione nel 1640. Nel Settecento il conte di Buffon ne è intendente per quasi cinquant’anni e lo riempie delle collezioni riportate dalle spedizioni.
La sala che hai intorno, però, ha una data molto più vicina: 1994. Prima si chiamava Galerie de Zoologie ed era rimasta chiusa per decenni; l’hanno riaperta Borja Huidobro, Paul Chemetov e René Allio ribaltando il criterio di allestimento. Non più vetrine ordinate per specie, ma gruppi di animali messi in scena insieme, come li incontreresti. Dal 2014 alla galleria hanno aggiunto luce e suono: una giornata nella savana dall’alba al tramonto, con un temporale che arriva a metà e passa.
2. Il piano del mare, dove non si sente niente
Che effetto fa entrare in un museo e trovarsi sott’acqua?
Il pianterreno è il mare, ed è buio. Ad accoglierti ci sono tre scheletri di mammiferi marini: una balena australe, una balenottera azzurra e un capodoglio. Più avanti c’è Wheke, il calamaro gigante, con i tentacoli aperti. Intorno a te i banchi di tonni e di sgombri sono sospesi come se stessero nuotando, e fra loro passa uno squalo elefante.

Il resto del livello insiste sulle differenze: come si costruisce una barriera corallina, come vivono le specie del litorale al ritmo delle maree, come fa la vita a funzionare negli abissi dove non arriva la luce. È la parte del museo che i bambini attraversano più lentamente, e vale la pena non tirarli.
3. La caravane africaine, l’immagine che tutti hanno in mente
Sali di un piano e trovi la scena che conosci anche se non ci sei mai stato: una lunga fila di animali della savana che attraversa la navata, con l’elefante in testa. Dietro di lui vengono un ippopotamo, due rinoceronti, bufali, bubali, gnu, zebre e tre giraffe di altezza decrescente, e ai lati camminano iene, licaoni, leoni e ghepardi.

Non è un corteo decorativo, è un esercizio. Predatori e prede sono disposti in modo che tu possa provare a capire chi mangia chi, e se guardi le distanze fra i gruppi ti accorgi che sono quelle giuste. Fermati anche sulla luce, perché cambia mentre guardi: il ciclo della giornata dura pochi minuti e ti passa addosso senza che tu te ne accorga.
4. La foresta tropicale, letta in verticale
Subito dopo la savana il percorso cambia continente e cambia forma. Per raccontare il Sudamerica hanno costruito un’alta struttura metallica che riproduce i piani della foresta tropicale, e gli animali sono disposti alle quote in cui vivono davvero.
In basso trovi il tapiro, il formichiere, l’armadillo, l’anaconda e il giaguaro. Più su, nella canopia, ci sono il bradipo, l’ara blu e il gatto margay. È il modo più rapido per capire una cosa che i documentari spiegano in mezz’ora: in una foresta equatoriale non si vive in un posto, si vive a un’altezza.
Il livello si chiude su un confronto che sembra una provocazione e invece è una lezione: da una parte il Sahara, con dromedario, gazzella e volpe delle sabbie, dall’altra l’Artide e l’Antartide, con orso bianco, pinguino imperatore e foca della Groenlandia. Condizioni opposte, stesso problema.
5. L’elefantessa e la tigre del duca d’Orléans
Sali sul ballatoio del primo piano, e quello che guadagni è un punto di vista: ti ritrovi alla quota delle teste delle giraffe, che da sotto vedevi solo di scorcio.

Poi ti ferma un gruppo: una tigre aggrappata al fianco di un’elefantessa, e l’elefantessa piegata sotto quella presa. È la ricostruzione di un incidente di caccia del 1888. Philippe d’Orléans è appostato nella navicella che l’elefante porta sul dorso, a caccia di tigri; una femmina che difende i piccoli si lancia sull’elefante, afferra la parete della navicella con gli artigli e la fa crollare. Anni dopo il duca fa realizzare il gruppo da un atelier inglese, ed è uno dei più grandi monumenti della tassidermia vittoriana. Lo lascia al Muséum insieme a tutta la sua collezione nel 1926.
Il museo lo presenta senza rinnegare l’epoca da cui viene, e fa bene: è insieme un oggetto scientifico e un monumento alla memoria di una caccia, e le due cose non si separano.
6. La sala delle specie minacciate e scomparse
Al secondo livello il percorso diventa un discorso sull’evoluzione, con Lamarck, Darwin e Mendel, la genetica e la classificazione. Poi si entra in una sala lunga e stretta, con la volta bianca e il pavimento a spina di pesce, più silenziosa di tutto il resto: è quella che ti resta.
C’è il panda gigante descritto e spedito a Parigi da padre David nell’Ottocento, e non è un panda qualunque: insieme a un altro esemplare del Muséum costituisce la serie tipo di Ailuropoda melanoleuca, cioè il riferimento su cui la scienza mondiale ha definito la specie.

C’è la tigre della Tasmania, un marsupiale che somigliava a un lupo e che non esiste più, accanto a quella di Sumatra, che si può ancora salvare.
E c’è il leone del Capo, Panthera leo melanochaita, con la criniera nera che gli scendeva sulle spalle e sul ventre. Proprio quella criniera lo ha condannato: arrivava a 250 chili e a tre metri di lunghezza, ed era un trofeo troppo desiderabile. L’ultimo selvatico sarebbe stato ucciso nel 1858, e l’ultimo esemplare sarebbe morto in cattività verso il 1865. Del solo individuo di cui esista una fotografia da vivo si sa che visse alla Ménagerie del Jardin des Plantes nel 1860, cioè nello stesso giardino in cui stai camminando.
7. Gli scaloni, e i ventisette busti dimenticati in cantina
Come si fa a dimenticare ventisette sculture per settant’anni?
Questa è la parte che quasi tutti saltano, e fino a pochi anni fa non era nemmeno accessibile. I due scaloni monumentali servivano, ai tempi della Galerie de Zoologie, a far salire i visitatori dall’esplanade del Jardin des Plantes. Oggi si percorrono, e sono pieni di statue.
C’è Buffon, in marmo, scolpito da Augustin Pajou su commissione della corona mentre l’intendente era ancora vivo: un omaggio rarissimo, e l’iscrizione latina lo dice, MAJESTATI NATURAE PAR INGENIUM, la maestà della Natura eguagliata dal genio dell’uomo. È rappresentato come un filosofo antico, drappeggiato, con un piede sulla natura e la mano appoggiata al globo terrestre su cui scrive. C’è Guy de la Brosse, il medico che il giardino lo aveva fondato.
E poi ci sono ventisette busti di naturalisti, ordinati dallo Stato all’inizio del Novecento. All’inizio della Grande Guerra furono messi al riparo in una cantina della Galerie de Zoologie, e lì restarono dimenticati fino ai lavori del 1990. Quando li ritrovarono erano anonimi: li hanno restaurati, identificati uno per uno e distribuiti sulle due rampe. Se ti fermi a leggere i nomi, stai leggendo un elenco che qualcuno ha dovuto ricostruire.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 26 settembre 2026 sul sito ufficiale mnhn.fr. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. La collezione permanente costa 13 euro l’intero e 10 il ridotto. Con la mostra temporanea il biglietto sale a 16 e 13, e c’è un forfait famiglia da 52 euro per due adulti e due ragazzi dai 3 ai 25 anni. Il percorso Sur les traces des dinosaures, che occupa lo spazio Petite Galerie al primo piano, costa 14 e 11 e comprende la permanente. Gratuità. Entrano gratis i giovani sotto i 25 anni, residenti nell’Unione europea e fuori, con un documento. Il museo scrive «moins de 25 ans révolus», quindi se hai esattamente 25 anni chiedi alla cassa. Sono gratuiti anche l’ingresso per le persone con disabilità e il loro accompagnatore, per i disoccupati, per gli insegnanti che preparano la visita e per i giornalisti. Orari. La galleria apre da mercoledì a lunedì, dalle 10:00 alle 18:00. Le casse chiudono un’ora prima. Chiusure. Chiude il martedì, il 1° gennaio, il 1° maggio e il 25 dicembre. Attenzione: la Galerie de Paléontologie et d’Anatomie comparée, che sorge nello stesso giardino ed è quella con gli scheletri di dinosauro in fila, è chiusa per lavori. Non confonderle: sono due edifici diversi e due biglietti diversi. Paris Museum Pass. La galleria non è inclusa nel pass, perché dipende dal Muséum. Come arrivare. L’ingresso è in rue Geoffroy-Saint-Hilaire 36. Le fermate sono Gare d’Austerlitz sulle linee 5 e 10 e sul RER C, Censier-Daubenton sulla linea 7 e Jussieu sulla linea 10. Quanto tempo chiede. La galleria si percorre in due ore. Con i bambini calcolane tre, e tieni conto che il Jardin des Plantes intorno è gratuito.
Le mostre in corso alla galleria, con le date, sono nella tabella di mostre a Parigi.
Da qui in poi
L’altro museo del Muséum che vale il viaggio è il Musée de l’Homme, al Trocadéro, che racconta la preistoria e l’antropologia e condivide con questa galleria la regola sul pass. Restando nel quinto arrondissement, a dieci minuti a piedi trovi l’Institut du monde arabe sul lungosenna e il Musée Curie dietro il Panthéon. E se quello che ti piace è l’architettura di ferro e vetro dell’Ottocento, il Musée d’Orsay è la stessa idea applicata a una stazione. Le tavole di Audubon che disegnano gli uccelli d’America a grandezza naturale, invece, sono al musée de la BnF, nel sito Richelieu.
Crediti fotografici: facciata di Teodora (CC BY-SA 3.0); scheletro di balena di Thesupermat (CC BY-SA 3.0); giraffe di Dinkum (CC0); caravane africaine e sala delle specie minacciate di pubblico dominio, da Wikimedia Commons.