All’imbocco di via Veneto, appoggiata al muro come un ripensamento, c’è una conchiglia di travertino aperta a metà con tre api scolpite sul fondo. È alta quanto una persona in piedi, e ogni giorno migliaia di passanti la superano senza che quasi nessuno si fermi.
È la Fontana delle Api, ed è di Gian Lorenzo Bernini.
Non è la sua opera più bella e lui stesso non l’avrebbe messa nel proprio curriculum: nasce come abbeveratoio per i cavalli, un servizio di quartiere. Però è l’unica fontana romana che abbia fatto scoppiare un caso politico per colpa di una lettera di troppo, e che secondo i romani del Seicento abbia predetto la morte del papa che l’aveva commissionata.
Vale i cinque minuti che chiede.
Un abbeveratoio firmato da Bernini
Siamo nel 1644, l’ultimo anno di pontificato di Urbano VIII Barberini. Bernini aveva appena finito, a pochi metri di distanza, la Fontana del Tritone al centro della piazza.
Una fontana monumentale come il Tritone risolveva il decoro, non il bisogno quotidiano. Serviva anche un punto d’acqua basso, dove i cavalli potessero abbeverarsi e dove i passanti potessero riempire una brocca. Bernini ricavò quel punto d’acqua dal troppopieno del Tritone, cioè dall’acqua di scarico della fontana grande, e da lì viene la portata modesta che la fontanella ha ancora oggi.
L’idea formale è semplice e riconoscibilissima. Una grande conchiglia bivalve che si apre: la valva inferiore fa da vasca, quella superiore si solleva e porta incisa l’iscrizione dedicatoria. Nel punto in cui le due valve si incontrano stanno le tre api dei Barberini, che sono lo stemma di famiglia e che a Roma trovi ovunque, dal baldacchino di San Pietro alle facciate dei palazzi.
Un abbeveratoio, dunque, ma disegnato dall’artista più famoso d’Europa e trasformato in un pezzo di scultura.

L’errore nell’iscrizione e la profezia
Qui arriva la parte migliore.
L’iscrizione scolpita sulla valva superiore dichiara che il papa ha fatto costruire la fontana per uso pubblico nel ventiduesimo anno del suo pontificato. Solo che, quando la fontana venne inaugurata, all’anno ventiduesimo di Urbano VIII mancavano ancora due mesi.
Bernini aveva anticipato la data, per fretta o per errore di calcolo, e l’aveva fatto su una pietra pubblica, in una città dove la satira era uno sport quotidiano.
I romani, che i Barberini li detestavano già per le tasse e per il bronzo sottratto al Pantheon, colsero l’occasione al volo. Le pasquinate accusarono la famiglia di voler succhiare, dopo il mondo intero, anche il tempo. E qualcuno cominciò a dire che quella lettera in più fosse un augurio mascherato: che il ventiduesimo anno il papa non lo raggiungesse.
Il cardinale Francesco Barberini, nipote del pontefice, corse ai ripari e fece cancellare l’ultima I dall’iscrizione, riportando la data all’anno ventunesimo.
Una curiosità: non servì a niente. Urbano VIII morì il 29 luglio 1644, otto giorni prima che iniziasse il ventiduesimo anno del suo pontificato. La correzione, agli occhi dei romani, diventò la prova che la profezia era arrivata per prima.
Se ti avvicini all’iscrizione e la guardi in luce radente, la traccia della rasatura si nota ancora. È il dettaglio per cui vale la pena fermarsi.
Quello che vedi non è quello che fece Bernini
Questa è la parte che le targhe non dicono e che cambia il modo di guardarla.
La fontana era nata all’angolo di palazzo Soderini, fra piazza Barberini e via Sistina, che non è dove si trova adesso. Nel 1865 venne smontata per far posto al traffico e i pezzi finirono in deposito, dove buona parte andò perduta.
Mezzo secolo dopo la fontana venne rimessa in piedi. Se ne occupò lo scultore Adolfo Apolloni, che la ricostruì fra il 1915 e il 1916. Non avendo a disposizione l’originale la rifece in gran parte ex novo, usando travertino di recupero dalla demolita Porta Salaria. La fontana ricomposta venne inaugurata il 28 gennaio 1916 nella posizione attuale, all’angolo fra piazza Barberini e via Vittorio Veneto.
Del Bernini del 1644 restano solo alcuni frammenti, fra cui parte della conchiglia e l’ape centrale.
Non è un motivo per non andarci. È un motivo per guardarla sapendo cosa si sta guardando: una copia fedele di primo Novecento, con dentro qualche pezzo dell’originale, che conserva l’idea di Bernini e l’iscrizione con la sua cicatrice.

Attenzione: una delle teste d’ape venne staccata da un atto di vandalismo e sostituita con una replica nel 2004. Le api che vedi oggi non sono nemmeno tutte di Apolloni.
Come trovarla, perché non è facile
La Fontana delle Api è addossata al muro sull’angolo nord-est di piazza Barberini, dove comincia via Vittorio Veneto, e sta più in basso del livello della strada. Non ha spazio attorno, non ha un sagrato, e passandole accanto sul marciapiede la si scambia facilmente per una nicchia decorativa.
Il modo più semplice per non mancarla è mettersi al centro di piazza Barberini con la Fontana del Tritone davanti, dare le spalle all’ingresso della metropolitana e cercare l’imbocco di via Veneto: la Fontana delle Api è sulla destra dell’imbocco, sotto il livello del marciapiede.
Le due fontane distano meno di cento metri e vanno viste insieme, perché sono lo stesso progetto: la grande e la piccola, l’acqua di rappresentanza e l’acqua di servizio, il Tritone del 1642-1643 e le Api del 1644, tutte e due per Urbano VIII.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 28 agosto 2026 sulla pagina della Sovrintendenza Capitolina.
Biglietti. La fontana è su suolo pubblico e si vede gratuitamente, a qualsiasi ora.
Orari. Piazza Barberini è sempre accessibile.
Acqua. La portata è minima e in alcuni periodi il getto è ridotto o assente per manutenzione: la fontana resta comunque leggibile, perché il pezzo interessante è la conchiglia con l’iscrizione.
Come arrivare. La fermata Barberini della metropolitana linea A esce direttamente in piazza. Dalla Fontana di Trevi sono dieci minuti a piedi in salita lungo via del Tritone.
Quanto tempo. Cinque minuti per la fontana, venti se la abbini al Tritone e ti fermi a leggere l’iscrizione.
Quando andare. L’iscrizione si legge meglio nel pomeriggio, quando la luce arriva di taglio sul muro; a mezzogiorno la pietra è piatta e la rasatura della I si perde.
Sulla piazza affaccia palazzo Barberini, la residenza di famiglia costruita da Maderno, Bernini e Borromini, oggi Galleria Nazionale d’Arte Antica: dentro ci sono la Fornarina di Raffaello, il Narciso e Giuditta di Caravaggio e la scala elicoidale di Borromini. Il biglietto vale venti giorni e comprende anche la Galleria Corsini, e si può prenotare online.
Cosa vedere intorno
La Fontana delle Api è la tappa più breve e la più facile da saltare della guida alle fontane di Bernini a Roma, che le mette tutte in fila in un percorso a piedi.
A cento metri c’è la Fontana del Tritone, della stessa mano e dello stesso anno, e sulla piazza affaccia palazzo Barberini con le sue opere. Scendendo via del Tritone si arriva alla Fontana di Trevi in dieci minuti.
Per capire chi fosse l’uomo che ha disegnato anche un abbeveratoio ci sono le dieci opere di Gian Lorenzo Bernini e le curiosità su Bernini e Borromini, che a palazzo Barberini hanno lavorato fianco a fianco.
Crediti fotografici. Veduta della fontana: Girolamus, CC BY-SA 4.0. Dettaglio delle api: Zorro2212, CC BY-SA 3.0. Entrambe da Wikimedia Commons.