Bari è la città in cui ho capito che una guida di viaggio può sbagliare tutto pur avendo ragione su ogni singola tappa. La sbaglia se le mette nell’ordine sbagliato, e qui l’ordine dipende da un dato solo: il lunedì chiudono insieme il Castello Svevo e la Pinacoteca, le due tappe museali del secondo giorno, mentre le chiese restano aperte tutti i giorni dell’anno.

Da questo discende l’itinerario che segue. Il primo giorno sta dentro Bari Vecchia e non ha bisogno di nessun calendario: la basilica di San Nicola, la cattedrale di San Sabino con la città bizantina sepolta sotto, i quattro rotoli miniati dell’XI secolo del Museo Diocesano, il vicolo dove le pastaie fanno le orecchiette in strada. Il secondo giorno esce dal borgo antico e prende il castello, la pinacoteca e il quartiere ottocentesco.

I due giorni si possono scambiare, e più avanti dico quando conviene. Tutti i prezzi e gli orari stanno in fondo, in un punto solo, con la data in cui li ho verificati.

Due giorni a Bari, e il lunedì che decide l’ordine

Bari non è una città che si visita da un elenco, perché quasi tutto quello che vale sta in un fazzoletto di terra: il borgo antico è una penisola fra il porto vecchio e il porto nuovo, e ci si cammina da un capo all’altro in un quarto d’ora. Le distanze non sono il problema. Il problema sono le porte chiuse.

Ecco il quadro, e conviene guardarlo prima di prenotare.

TappaChiusura settimanaleBiglietto
Basilica di San Nicolanessunagratuito
Cattedrale di San Sabinonessuna7 euro per i turisti
Museo degli Exultetnessuna4 euro
Castello Svevo e Gipsotecalunedì6 euro
Pinacoteca Corrado Giaquintolunedì5 euro
Bari Vecchia, piazza Mercantile, lungomarenessunagratuito

Il vantaggio rispetto ad altre città d’arte è che qui il giorno morto è uno solo e le due chiusure cadono nello stesso giorno. A Torino le chiusure stanno su tre giorni diversi e l’itinerario va ricucito ogni volta; a Bari basta sapere che il lunedì si fanno le chiese e il martedì i musei, e il viaggio funziona.

il lungomare di bari visto dal mare con il teatro margherita e il campanile della cattedrale di san sabino sullo sfondo

Giorno 1 · La basilica di San Nicola, da cui è cominciato tutto

Perché una guida di Bari comincia da una basilica e non dal mare? Si comincia da qui perché tutto il resto di Bari, compreso il fatto che Bari sia una città d’arte, discende da quello che successe il 9 maggio 1087, quando sessantadue marinai baresi sbarcarono al porto con le ossa di san Nicola prese a Myra, in Licia, oggi Turchia. Non fu un pellegrinaggio: fu un colpo di mano, e i baresi non hanno mai fatto molto per raccontarlo diversamente.

Il cantiere partì nel luglio dello stesso anno, sull’area della vecchia sede del catapano bizantino, e andò così in fretta che il 1° ottobre 1089 papa Urbano II poté deporre di persona le reliquie nella cripta. La chiesa sopra ci mise un secolo: la lapide di consacrazione porta il 1197.

Quello che si vede oggi è il capostipite del romanico pugliese, e lo si capisce meglio se hai già visto Trani o Ruvo, perché tutte e due sono figlie di questa. La facciata è divisa in tre da lesene, con le due torri tronche ai lati, e non ha il rosone: la luce entra dalle finestre alte, poca, e l’interno resta scuro anche a mezzogiorno d’agosto.

Dentro, tre cose vanno cercate. Il ciborio sull’altare maggiore, il più antico della Puglia, con quattro colonne antiche di marmo che reggono un baldacchino piramidale a otto facce. La cattedra dell’abate Elia, un trono vescovile di fine XI secolo retto da tre figure accovacciate che sembrano schiacciate dal peso, e che è la scultura più discussa del Mezzogiorno normanno. E il soffitto a cassettoni, che è seicentesco e stona apposta: le tavole dipinte da Carlo Rosa raccontano la vita del santo sopra un’architettura di cinquecento anni prima.

La cripta è il motivo per cui la gente viene. Ventisei colonne di spoglio, ognuna diversa, e sotto l’altare la tomba. C’è una cosa che mi ha colpito più di tutte, ed è recente: nell’abside laterale è stata allestita nel 1966 una cappella ortodossa, con un secondo altare accanto a quello cattolico. È un caso raro, e non un gesto simbolico: i pellegrini russi, serbi, greci e romeni arrivano davvero, e se capiti in un giorno di liturgia orientale senti cantare in slavonico in una basilica romanica pugliese.

Della basilica ho scritto a lungo nella basilica di San Nicola a Bari.

la cripta della basilica di san nicola a bari con le colonne di spoglio e le volte basse

Giorno 1 · La cattedrale di San Sabino e la città che le sta sotto

Cinque minuti a piedi, e si passa dalla chiesa del santo a quella del vescovo. Non è una distinzione da manuale: a Bari le due istituzioni si sono fatte concorrenza per secoli, e la cattedrale è stata a lungo la perdente della coppia.

La sua storia comincia con una catastrofe. Nel 1156 Guglielmo il Malo ordinò la distruzione dell’intera città, e la cattedrale andò giù con tutto il resto. Quella che si vede è la ricostruzione partita subito dopo, consacrata il 4 ottobre 1292, e la si legge come un adattamento del modello di San Nicola: stesso schema a tre navate, stesso taglio dei matronei, ma con un rosone in facciata che a San Nicola non c’è.

Il rosone è la cosa da guardare per prima, e va guardata da vicino. La cornice strombata è coperta di figure grottesche, mostri e teste che sporgono, buona parte di restauro ma su un impianto medievale. Serviva a dire, a chi entrava, che il disordine sta fuori.

Poi c’è la faccenda della luce, e vale la pena raccontarla per intero perché di solito viene raccontata male. Il 21 giugno, verso le 17.10, il sole passa dal rosone della facciata e proietta sul pavimento un cerchio che si sovrappone al mosaico duecentesco posato ai piedi dell’altare, voluto dall’arcivescovo Landolfo. Le due rose combaciano. Si legge dappertutto che i costruttori medievali l’avevano progettato: la verità documentata è che il fenomeno è stato notato nel giugno 2005 dal sagrestano Michele Cassano, e che dipende dall’orientamento dell’edificio, comune a molte chiese romaniche europee della stessa epoca. Che sia un effetto e non un progetto non lo rende meno bello da vedere, e lo rende più onesto da raccontare.

Sul fianco nord c’è un corpo cilindrico che i baresi chiamano la Trulla. Era probabilmente il battistero episcopale, poi nessuno ha più saputo bene a cosa servisse, e nel Settecento è diventato la sacrestia.

La parte che sorprende, però, è sotto. Il succorpo è un’area archeologica scavata sotto il pavimento, e contiene i resti della cattedrale bizantina precedente, un tratto di strada di epoca romana, camere funerarie, i frammenti di due chiesette bizantine con pezzi di affresco e un pavimento a mosaico policromo. Si cammina su passerelle sopra una città sepolta, e in dieci minuti si capisce di Bari più che in un’ora di facciate.

Una nota che evita un equivoco all’ingresso: dal 2024 la visita turistica della cattedrale è a pagamento, 7 euro comprensivi di cripta e succorpo. Chi entra per pregare o per partecipare a una funzione non paga; i residenti dell’arcidiocesi entrano gratuitamente in chiesa, ma per l’area archeologica pagano la tariffa speciale. C’è di più nella cattedrale di San Sabino.

la facciata della cattedrale di san sabino a bari con il rosone e i tre portali

Giorno 1 · Gli Exultet, i rotoli che si leggevano al rovescio

Accanto alla cattedrale, nel palazzo arcivescovile, c’è il pezzo di Bari che nessuna guida di viaggio mette in copertina e che secondo me vale il viaggio da solo.

Il Museo Diocesano conserva quattro rotoli miniati: tre Exultet e un Benedizionale di metà XI secolo. Sono pergamene lunghissime, cucite in più fogli. L’Exultet 1, databile fra il 1025 e il 1030, misura 525 centimetri in otto fogli ed è fra i più antichi conservati; il secondo arriva a quattro metri; il terzo è duecentesco e non ha nessuna miniatura. Il primo fu scritto nello scriptorium del monastero di San Benedetto, in una scrittura che i paleografi chiamano beneventana di tipo barese, cioè una variante locale riconoscibile a colpo d’occhio.

Servivano una volta l’anno, alla veglia di Pasqua, per il canto di benedizione del cero. Come si fa un libro illustrato per un pubblico che non sa leggere? Il diacono srotolava la pergamena dall’ambone lasciandola scendere davanti a sé; il testo e la notazione musicale erano scritti nel verso giusto per lui, ma le immagini erano dipinte capovolte, perché si raddrizzassero per la gente che stava sotto. Sono libri illustrati progettati per essere guardati da chi non li legge, ed è la cosa più vicina a un proiettore che il Medioevo abbia inventato.

Guardarne uno significa vedere una miniatura bizantina di undici secoli fa a venti centimetri di distanza, senza vetri di sicurezza fra te e la teca, senza folla, e quasi sempre da soli. Costa quattro euro, e ne ho scritto per esteso in Gli Exultet di Bari.

una miniatura di un rotolo exultet dell undicesimo secolo conservato al museo diocesano di bari con cristo in trono dentro una lettera decorata

Giorno 1 · Bari Vecchia: l’Arco Basso e le orecchiette

Uscendo dal museo si è già dentro il labirinto, e conviene perdercisi senza mappa per almeno mezz’ora. Bari Vecchia non è un centro storico museificato: ci abita gente, i panni stanno stesi, e alle otto di sera odora di cena.

La strada che tutti cercano si chiama via dell’Arco Basso, ed è larga poco più di due metri. È il vicolo delle orecchiette: le pastaie tirano fuori i tavolini davanti alla porta di casa e lavorano la semola in strada, con il coltello e il pollice, uno per uno. Va detta una cosa che le guide di solito saltano, perché rovina la cartolina. Nel 2024 un’inchiesta televisiva mostrò che su qualche banchetto la pasta artigianale conviveva con orecchiette industriali confezionate, e ne seguirono controlli, sequestri e multe. La vicenda si è chiusa nel giugno 2025 con un disciplinare del Comune: corso di sicurezza alimentare, tavoli e lavelli in acciaio, cuffie per i capelli, divieto di rivendere pasta industriale. Guardarle lavorare resta bellissimo, e adesso comprare è anche una scelta informata.

Il resto del borgo si visita a naso. Le due strade principali sono la strada dei Dottula e la strada Palazzo di Città, ma il bello sta nelle traverse, negli archi che scavalcano i vicoli e nelle chiese che spuntano una dopo l’altra, molte più di quante una superficie così piccola lasci immaginare. Sul lato del mare corre la Muraglia, il camminamento sopra le mura cinquecentesche, ed è la passeggiata più bella della città al tramonto: da un lato le case addossate, dall’altro l’Adriatico.

via dell arco basso a bari vecchia con i tavolini delle pastaie e le orecchiette messe ad asciugare

Giorno 1 · Piazza Mercantile, la Colonna della Giustizia e la sera

La sera di Bari Vecchia comincia in piazza Mercantile, che era la piazza del commercio e lo è rimasta nella sostanza: oggi sono tavolini invece di banchi. Sul lato ovest si affaccia il Palazzo del Sedile, dove si riuniva il consiglio cittadino, e sull’angolo la Fontana della Pigna, che i baresi chiamano quella delle quattro facce.

Al centro c’è una colonna bassa poggiata su un leone di pietra che sembra annoiato. È la Colonna della Giustizia, e il nome popolare è più esatto: colonna infame. Il leone porta sul petto l’iscrizione Custos Iusticiae, e la pena che si eseguiva lì non era fisica ma reputazionale: il debitore insolvente veniva denudato dalla cintola in giù, messo a cavalcioni sul leone con la schiena rivolta al pubblico e le mani legate al fusto. In una città che viveva di credito personale, essere visti lì significava la morte commerciale. Sulla data gli studiosi non concordano: c’è chi la fa risalire alla metà del Cinquecento e al viceré spagnolo Pietro di Toledo, mentre lo storico Luigi Todisco ritiene che il leone sia romano e sia stato portato qui dai Normanni fra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo. Se cerchi un monumento che dica com’era davvero organizzata una città mercantile, è quello, non la cattedrale.

A cento metri si apre piazza del Ferrarese, che deve il nome a un mercante di Ferrara che ci abitava nel Seicento, e sotto il livello del selciato si vede un tratto scoperto della via Traiana, la strada romana che da Benevento arrivava a Brindisi passando di qui. Da lì si scende sul lungomare in trenta secondi.

piazza mercantile a bari con i tavolini dei locali e i palazzi che la chiudono su tre lati

Giorno 2 · Il Castello Svevo

Il secondo giorno comincia sul bordo occidentale del borgo antico, dove la città si difendeva. Il Castello Svevo è un blocco trapezoidale con tre torri angolari bugnate, in mezzo a un fossato asciutto che oggi è un prato.

Le date da tenere sono tre. Lo fondò Ruggero II nel 1131 su strutture bizantine preesistenti; Guglielmo il Malo lo distrusse con la città nel 1156; Federico II lo ricostruì fra il 1233 e il 1240, ed è la sua fase quella che si riconosce nel portale e nel cortile. Nel Cinquecento Isabella d’Aragona e la figlia Bona Sforza lo trasformarono due volte in una mossa sola: fuori aggiunsero la cinta bastionata per reggere l’artiglieria pesante, dentro lo resero una dimora rinascimentale, con lo scalone a doppia rampa che ancora sale al piano nobile.

Poi la parabola tipica: abbandono borbonico, carcere, caserma. Solo nel 1937 diventa sede della Soprintendenza, e il primo piano è stato restituito al pubblico nel 2017, quando gli uffici sono traslocati nel vicino complesso di Santa Chiara.

Al piano terra si visitano anche due piccole aree di scavo con le strutture bizantine sotto il pavimento, ed è il secondo posto in due giorni dove si guarda la Bari precedente attraverso un buco nel presente.

il castello svevo di bari con il fossato asciutto il ponte e la torre dei minorenni

Giorno 2 · La Gipsoteca, il motivo vero per entrare nel castello

Si può vedere la scultura romanica di mezza Puglia senza fare il giro delle cattedrali? Nelle sale dell’ala ovest, al piano terra, c’è la collezione che da sola giustifica il biglietto, e che quasi nessuno si aspetta di trovare.

Nel 1911, per l’Esposizione Etnografica Regionale organizzata per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, due scultori, Pasquale Duretti e Mario Sabatelli, girarono la Puglia e presero i calchi in gesso degli apparati scultorei delle sue cattedrali: portali, lunette, capitelli, protiri, rilievi. Quei calchi sono rimasti, e oggi ne stanno allineati centotrenta nelle sale del castello.

Il risultato è che in una mattina si vede, a grandezza naturale e a un metro di distanza, la scultura romanica di mezza regione: i portali di Trani, di Ruvo, di Bitonto, di Altamura, di Troia, quelli che nella realtà stanno a otto metri d’altezza e controluce. Per chi arriva a Bari volendo capire il romanico pugliese e non ha una settimana per fare il giro delle cattedrali, questa sala è la scorciatoia migliore che esista, e ha anche un valore documentario proprio: i gessi del 1911 registrano lo stato della pietra prima di un secolo di smog e di restauri. C’è di più nel Castello Svevo e nella sua Gipsoteca.

un calco in gesso di una lunetta romanica pugliese nella gipsoteca del castello svevo di bari con la madonna in trono e un ultima cena sotto

Giorno 2 · La Pinacoteca Corrado Giaquinto

Si esce dal borgo antico e si va sul lungomare, dentro il Palazzo della Provincia, un edificio del 1935 progettato da Luigi Baffa. La pinacoteca sta all’ultimo piano, e la prima cosa che si nota è che dalle finestre si vede l’Adriatico.

È il maggiore museo d’arte della Puglia e uno dei più importanti del Mezzogiorno, istituito nel 1928. Il percorso è cronologico e va dall’alto Medioevo al Novecento: sculture e affreschi medievali, icone pugliesi dei secoli XII-XIV, pittura veneta del Quattro e Cinquecento arrivata dalle chiese della regione, Seicento napoletano di ambito caravaggesco, poi Otto e Novecento e una raccolta di presepi.

Il pezzo per cui si va è il San Pietro martire di Giovanni Bellini, che viene da Monopoli: il santo domenicano in piedi, in abito bianco e nero, con la roncola ancora piantata nel cranio e la faccia di uno che non se ne è accorto. Accanto c’è la grande pala di Paris Bordon e ci sono i Vivarini al completo, Antonio, Bartolomeo e Alvise, più Tintoretto, Palma il Giovane e Veronese. Sette opere sono del pittore che dà il nome al museo, Corrado Giaquinto, nato a Molfetta nel 1703 e morto a Napoli nel 1766, che fu pittore di corte a Madrid e che in Italia è molto meno conosciuto di quanto meriti. Il racconto completo è nella Pinacoteca di Bari.

il san pietro martire di giovanni bellini nella pinacoteca metropolitana di bari con il santo in abito domenicano e la roncola nel capo

Giorno 2 · Il quartiere Murat e il Teatro Margherita

L’ultima mezza giornata si passa nella Bari che non è antica, e che è la ragione per cui la città funziona. Il quartiere Murat è la griglia ottocentesca voluta da Gioacchino Murat nel 1813: strade dritte, isolati regolari, e via Sparano come asse dello struscio e dei negozi. Chi arriva dalla stazione ci passa in mezzo per forza, e sono quindici minuti a piedi fino al mare.

Sul lungomare stanno i due teatri, e la storia che li lega è la migliore che Bari possa raccontare su se stessa. Il Teatro Petruzzelli fu costruito dai fratelli Petruzzelli, armatori, e la famiglia ottenne dal Comune un patto: l’amministrazione si impegnava a non far sorgere altri teatri su suolo comunale. Un monopolio, scritto nero su bianco, con una sola eccezione: le costruzioni sul mare.

Qualcuno lesse la clausola con attenzione. Fra il 1912 e il 1914, su progetto di Francesco De Giglio con l’ingegnere Luigi Santarella, il Teatro Margherita venne costruito su palafitte, dentro l’acqua, primo edificio di Bari in cemento armato e una soluzione rarissima in Europa. Fu inaugurato come Kursaal Margherita. Oggi è uno spazio espositivo, e ci si arriva su una passerella.

Il Petruzzelli, dal canto suo, è finito peggio e meglio insieme: bruciò la notte del 27 ottobre 1991 in un incendio doloso, e riaprì ricostruito nel 2009. Si può visitare, ma con parsimonia di aspettative: la visita guidata dura mezz’ora, comprende il foyer e la platea, e il calendario cambia di mese in mese, concentrato nei fine settimana. Vale se capiti nel giorno giusto, non vale programmarci sopra.

il teatro margherita di bari visto dal mare, appoggiato sulle palafitte dentro l acqua del porto vecchio

Se arrivi di lunedì, e altri due modi di rigirare l’itinerario

Se arrivi di lunedì, scambia i due giorni senza pensarci: fai il borgo antico il primo giorno, che tanto è tutto aperto, e tieni castello e pinacoteca per il martedì. È l’unico caso in cui l’ordine di questa guida va rovesciato, ed è anche il più frequente, perché i voli low cost su Bari atterrano parecchio di lunedì.

Se arrivi di domenica, l’attenzione va spostata sulla pinacoteca, che la domenica chiude alle 13.00 invece che alle 19.00, e sul Castello Svevo, che nelle domeniche da ottobre a marzo, tranne la prima del mese, chiude alle 13.30. La mattina di domenica è quindi la mattina dei musei, non delle chiese, che invece resistono fino a sera.

Se hai una sola giornata, taglia la pinacoteca e non il Museo Diocesano: è la scelta contraria a quella che suggerisce l’istinto, perché una pinacoteca con un Bellini sembra più importante di quattro pergamene. Ma il Bellini si può vedere in altre venti città italiane, e gli Exultet di Bari no.

la colonna della giustizia in piazza mercantile a bari all imbrunire, poggiata sul leone di pietra

Con un terzo giorno: il romanico pugliese fuori Bari

Se dopo la Gipsoteca ti è venuta voglia di vedere gli originali, il terzo giorno si organizza da sé, perché tutte le cattedrali stanno sulla stessa linea ferroviaria costiera.

La cattedrale di Trani è a quaranta minuti di treno ed è quella che tutti fotografano, per la ragione ovvia che sta piantata sul mare con il campanile a cavallo di un arco; il suo portale bronzeo è di Barisano da Trani, e in Gipsoteca ne hai appena visto il calco. La cattedrale di Ruvo di Puglia è meno nota e ha un ipogeo che nessun’altra ha. Più a sud, Castel del Monte è la costruzione più enigmatica lasciata da Federico II, cioè dallo stesso uomo che a Bari ha ricostruito il castello.

E se invece vuoi cambiare registro del tutto, i trulli di Alberobello sono a un’ora e mezza in auto o in treno con le Ferrovie del Sud Est, e non c’entrano niente con il romanico: è proprio per questo che funzionano come terzo giorno.

la cattedrale di trani vista dal mare con il campanile e le case del porto vecchio

Informazioni pratiche

Dati verificati il 2 settembre 2026 sui siti ufficiali di ogni singola sede. Prezzi e orari cambiano: prima di partire ricontrolla almeno il Castello Svevo, che applica una tariffa maggiorata quando ospita una mostra.

Biglietti. La basilica di San Nicola è gratuita, come qualunque chiesa. La cattedrale di San Sabino costa 7 euro per la visita turistica, e il prezzo comprende la cripta e l’area archeologica del succorpo; il Museo degli Exultet costa 4 euro, e il cumulativo cattedrale più museo 9 euro, con la formula famiglia a 20. Il Castello Svevo costa 6 euro l’intero e 2 il ridotto, che diventano 9 e 3,50 nei periodi di mostra. La Pinacoteca Corrado Giaquinto costa 5 euro l’intero e 2 il ridotto per le categorie indicate dal museo, fra cui studenti universitari e AFAM; entrano gratuitamente i minori di 18 anni e gli over 65. Le visite guidate al Teatro Petruzzelli costano 7 euro e 2 il ridotto.

Orari. La basilica di San Nicola apre dal lunedì al sabato dalle 6.30 alle 20.30 e la domenica dalle 6.30 alle 22.00. Cattedrale e Museo degli Exultet: tutti i giorni 9.00-21.00 da aprile a settembre e 9.00-19.00 da ottobre a marzo, con l’ultimo ingresso un quarto d’ora prima. Castello Svevo: chiuso il lunedì; da aprile a settembre da martedì a domenica 9.00-19.00, da ottobre a marzo da martedì a sabato e la prima domenica del mese 9.00-19.00, le altre domeniche 9.00-13.30. Pinacoteca: chiusa il lunedì e nelle festività infrasettimanali, da martedì a sabato 9.00-19.00 con ultimo ingresso alle 18.30 e la domenica 9.00-13.00 con ultimo ingresso alle 12.30.

Gratuità. Al Castello Svevo e alla Pinacoteca si entra gratis la prima domenica del mese. In cattedrale non paga chi entra per una funzione; i residenti dell’arcidiocesi entrano gratuitamente nella chiesa, mentre per l’area archeologica si applica la tariffa speciale. Alla Pinacoteca entrano gratuitamente anche gli over 65.

Come arrivare e come muoversi. Dall’aeroporto Karol Wojtyła il treno di Ferrotramviaria arriva a Bari Centrale in un quarto d’ora, con partenze ogni venti o trenta minuti e un biglietto integrato intorno ai 5,30 euro. Dalla stazione a piazza del Ferrarese sono quindici minuti a piedi in linea retta lungo via Sparano. Dentro il borgo antico non serve nessun mezzo, e nemmeno per il castello o la pinacoteca: tutte le tappe di questa guida stanno in un raggio di un chilometro.

Quanto tempo chiede ogni tappa. La basilica di San Nicola con la cripta prende un’ora. La cattedrale con il succorpo chiede quaranta minuti, il Museo degli Exultet altri trenta. Il Castello Svevo con la Gipsoteca vuole un’ora e mezza. La Pinacoteca ne chiede due, un’ora e un quarto se punti solo ai veneti e a Giaquinto. Per Bari Vecchia calcola due ore di cammino senza meta, che sono la parte migliore.

Sull’affiliazione, per onestà. In questa guida non trovi link a biglietti prenotabili. Le due sedi a pagamento non hanno code e vendono allo sportello, la cattedrale e il museo diocesano hanno una biglietteria unica in loco, e le chiese sono gratuite. Mandarti su un rivenditore non ti farebbe risparmiare né tempo né soldi.

Buon viaggio, e non arrivare di lunedì pomeriggio pensando di cominciare dal castello.

Crediti fotografici: basilica di San Nicola di Holger Uwe Schmitt, facciata e rosone della cattedrale e Teatro Margherita di Benjamin Smith, piazza Mercantile di Benjamin Smith, cripta di San Nicola e Colonna della Giustizia di Enric, Gipsoteca di Acquario51, Exultet del Museo Diocesano di Benjamin Smith, via dell’Arco Basso di Andreasciacqua00, cattedrale di Trani di Francesco Falconetti (CC BY-SA 4.0); lungomare di Bari di Bernard Gagnon (CC0); San Pietro martire di Giovanni Bellini fotografato da Sailko (CC BY 3.0). Tutte da Wikimedia Commons.