Il Castello Svevo di Bari è un edificio che si può visitare per due motivi completamente diversi, e conviene decidere prima quale dei due interessa, perché cambia il modo di girarlo.

Il primo è la fortezza in sé: novecento anni di stratificazioni, dai normanni a Federico II, dalle bastionate cinquecentesche al carcere borbonico. Il secondo motivo sta in due sale al piano terra dell’ala ovest, e per me merita la visita da solo: centotrenta calchi in gesso presi nel 1911 dalle cattedrali romaniche di tutta la Puglia, cioè la possibilità di guardare da un metro di distanza sculture che nella realtà stanno a otto metri d’altezza e controluce.

Comincio dal castello, ma se hai poco tempo salta direttamente alla seconda metà.

Ruggero II, 1131: un castello su una città bizantina

La fondazione è normanna e ha una data: 1131, per volontà di Ruggero II, il primo re di Sicilia. Non su terreno libero, però: sotto ci sono strutture abitative di epoca bizantina, e due piccole aree di scavo al piano terra le rendono ancora visibili.

Perché un castello si costruisce lontano dal centro e dal punto più alto? Va tenuto a mente, perché spiega la posizione. Il castello non sta al centro della città né sul punto più alto: sta sul bordo occidentale del borgo antico, incastrato fra le case e quello che allora era il mare. Non serviva a difendere Bari da un nemico esterno. Serviva a tenere Bari, che i normanni avevano appena preso ai bizantini e che si ribellava con regolarità.

il bastione orientale del castello svevo di bari con la torre di san francesco

Il 1156, quando anche il castello venne raso

Venticinque anni dopo la fondazione, la città si ribellò di nuovo, e Guglielmo I d’Altavilla, che i cronisti chiamano il Malo, ordinò la distruzione totale di Bari. Andò giù la cattedrale, andò giù il tessuto urbano, e andò giù anche il castello di suo nonno.

Questa è la cosa che tiene insieme tutti i monumenti di Bari e che conviene avere in testa girando la città: quasi niente di quello che si vede è anteriore al 1156, con l’eccezione della basilica di San Nicola, che fu risparmiata. Non perché i baresi non costruissero, ma perché un re normanno decise di cancellare una città e ci riuscì.

Federico II, 1233-1240: il portale e il cortile

La ricostruzione la fece Federico II di Svevia fra il 1233 e il 1240, ed è la fase da cui il castello prende il nome che tutti usano; lo stesso imperatore è sepolto nella cattedrale di Palermo.

Il nucleo svevo ha pianta trapezoidale con una corte centrale e tre alte torri angolari fortemente bugnate. La torre sudoccidentale si chiama dei Minorenni perché nell’Ottocento vi fu ricavata la sezione carceraria per i detenuti minori, e superandola si arriva al portale federiciano, che è l’ingresso originale e conduce nel cortile. Lì si affacciano tre saloni e una piccola cappella dalle forme classiche.

Somiglia a Castel del Monte, visto che il committente è lo stesso? Chi arriva avendo visto Castel del Monte deve calibrare le aspettative. Questo non è un castello di rappresentanza costruito per il piacere di una geometria: è una macchina militare rifatta da un imperatore che aveva bisogno di controllare il porto più importante dell’Adriatico. La cura c’è, ma sta nei dettagli, non nell’impianto.

il portico interno del castello svevo di bari con la volta in pietra e la luce che entra dal cortile

Isabella d’Aragona e Bona Sforza: fuori un bastione, dentro una reggia

Nel Cinquecento il castello cambia funzione, e lo fanno due donne.

Isabella d’Aragona, duchessa di Bari, e sua figlia Bona Sforza, che sarebbe diventata regina di Polonia, intervengono in due direzioni opposte nello stesso momento. All’esterno costruiscono una possente cinta bastionata attorno al nucleo normanno-svevo, con i bastioni angolari a punta di lancia progettati per reggere l’artiglieria pesante: è la stessa rivoluzione difensiva che in quegli anni sta cambiando la faccia di tutte le città italiane. All’interno, invece, ingentiliscono.

Il castello diventa una dimora rinascimentale, con uno scalone scenografico a doppia rampa che collega il piano terra ai saloni del piano nobile. È una trasformazione che si legge ancora bene, e che spiega perché passeggiando nel fossato asciutto si abbia l’impressione di due edifici incastrati uno dentro l’altro: perché è esattamente quello che sono.

Bona Sforza, per inciso, è sepolta a cinque minuti da qui, nell’abside della basilica di San Nicola, sotto un monumento che le fece fare la figlia da Napoli.

lo stemma cinquecentesco con la corona scolpito su una parete interna del castello svevo di bari

Carcere, caserma, soprintendenza: la parabola normale

Dal Seicento in poi la storia è quella di quasi tutti i castelli italiani, e vale la pena riassumerla perché spiega lo stato in cui l’edificio è arrivato al Novecento.

Con la dominazione borbonica il castello viene sostanzialmente abbandonato come residenza e riusato come contenitore: prima carcere, poi caserma. Nel 1937 diventa sede della Soprintendenza ai Monumenti e alle Gallerie di Puglia e Basilicata, il che lo salva ma lo riempie di uffici. E gli uffici ci restano fino al 2017, quando traslocano nel vicino complesso di Santa Chiara e il primo piano viene restituito integralmente al pubblico.

È una data recente, e va detta perché chi ha visitato il castello prima di quell’anno ne conserva un ricordo giustamente scarso: allora si vedeva molto meno.

La Gipsoteca, e perché centotrenta calchi in gesso stanno dentro un castello

Che cosa ci fa una collezione di calchi in gesso dentro una fortezza normanna? È la parte per cui varrebbe la pena venire a Bari anche se il castello non ci fosse.

Nel 1911 l’Italia festeggiava i cinquant’anni dell’Unità, e a Roma si tenne fra le altre cose una Esposizione Etnografica Regionale, in cui ogni regione doveva presentare se stessa in un padiglione. La Puglia decise di presentarsi con la sua architettura, che era la cosa migliore che aveva. Ma un portale romanico non si trasporta.

Due scultori, Pasquale Duretti e Mario Sabatelli, girarono allora la regione e ne presero i calchi in gesso: portali interi, lunette, capitelli, cattedre, protiri, rilievi. Il padiglione pugliese a Roma fu costruito con quelle riproduzioni. Finita l’esposizione i gessi tornarono indietro, passarono di deposito in deposito per un secolo, e nel 2011, cioè al centenario esatto, sono stati restaurati ed esposti stabilmente qui.

Sono centotrenta pezzi, divisi in due sale: nella prima quelli di Bari e provincia, nella seconda quelli del resto della Puglia.

il calco in gesso della porta dei leoni della basilica di san nicola esposto nella gipsoteca del castello di bari

La prima sala: Bari e la sua provincia, vista da vicino

Nella prima sala si incontrano cose che si sono appena viste in città, ma da un’altra distanza.

C’è il calco della Porta dei Leoni della basilica di San Nicola, con i leoni stilofori alla base, e c’è la sfinge del portale centrale della stessa basilica. Ci sono gli animali scolpiti della cattedrale di San Sabino: leoni, elefanti, e il repertorio fantastico dei draghi e dei grifoni.

L’effetto è curioso e vale la pena descriverlo, perché non è quello che ci si aspetta. Guardando l’originale in facciata, a otto metri d’altezza e in controluce, di un capitello si coglie la sagoma. Guardando il gesso, a un metro, alla luce di un faretto, si vedono i segni dello scalpello, le sbavature, i punti in cui lo scultore medievale ha sbagliato e ha corretto. È come passare da una fotografia a un calco della mano.

C’è anche l’elefante, che è il dettaglio che a Bari nessuno guarda perché sta sull’abside della basilica sul lato del mare.

il calco in gesso di un elefante scolpito, mensola di una finestra romanica, nella gipsoteca del castello di bari

La seconda sala: il resto della Puglia in una mattina

La seconda sala è quella che rende la Gipsoteca uno strumento e non solo una curiosità, perché lì c’è la scultura di monumenti che stanno a decine di chilometri l’uno dall’altro.

Fra i pezzi documentati ci sono la lunetta della cattedrale di Santa Maria Assunta ad Altamura, con la Madonna e le scene evangeliche; la lunetta della chiesa di Sant’Andrea a Barletta, con il tetramorfo; dettagli dal battistero di San Giovanni a Monte Sant’Angelo, sul Gargano; e i capitelli della tomba Orsini nella chiesa di Santa Caterina a Galatina, che sta nel Salento, a due ore da Bari.

Per chi arriva in Puglia volendo capire il romanico pugliese e non ha una settimana per fare il giro delle cattedrali, questa sala è la scorciatoia migliore che esista. E per chi il giro lo farà, è il modo giusto di prepararlo: si arriva a Trani o a Ruvo sapendo già cosa cercare.

il calco in gesso di un rilievo con l ultima cena nella gipsoteca del castello svevo di bari

Quello che i gessi conservano e la pietra ha perso

C’è una ragione ulteriore, e più seria, per cui questi calchi contano, e non è nostalgica.

Sono stati presi nel 1911. Da allora sono passati sulle pietre originali un secolo di piogge acide, di smog, di gelo e disgelo, e diverse campagne di restauro. Alcuni dettagli che nel gesso si leggono ancora, sulla pietra oggi non ci sono più, o sono stati reintegrati da un restauratore. Il calco, che nel 1911 era una copia, oggi è un documento: registra lo stato di conservazione a una data precisa.

È lo stesso ragionamento per cui le gipsoteche ottocentesche, che per tutto il Novecento sono state guardate con sufficienza come surrogati per studenti poveri, negli ultimi decenni sono tornate a essere prese sul serio. Un calco non è un’opera d’arte; è una misurazione.

Una nota di cautela per chi guarda le fotografie e poi le sale: non tutti i pezzi hanno un cartellino con l’attribuzione precisa, e diverse riproduzioni sono difficili da ricondurre al monumento d’origine senza il catalogo. Se ti interessa un pezzo in particolare, chiedi in biglietteria.

un calco in gesso con una figura alata e un grande volto scolpito nella gipsoteca del castello di bari

Che aspetto ha la visita, in concreto

Le due sale della Gipsoteca stanno al piano terra dell’ala ovest e si percorrono in una quarantina di minuti se ci si ferma davvero, in quindici se si passa e basta.

L’allestimento è sobrio: pareti chiare, gessi montati a muro o su basamenti, illuminazione radente che è esattamente quella che serve per leggere un rilievo. Non c’è audioguida, non c’è percorso multimediale, e non c’è quasi nessuno.

Il resto del castello ospita mostre temporanee che cambiano di continuo e che occupano i saloni del piano nobile. È il motivo per cui il biglietto ha due prezzi: quando c’è una mostra costa di più, e la mostra è compresa.

una sala della gipsoteca del castello svevo di bari con i calchi montati a muro e su basamenti

Informazioni pratiche

Dati verificati il 2 settembre 2026 sulla pagina ufficiale del Ministero della cultura e su quella della Direzione regionale Musei Puglia. Il castello ospita mostre temporanee che cambiano la tariffa: ricontrolla prima di andare.

Biglietti. L’intero costa 6 euro e il ridotto 2. Nei periodi in cui è allestita una mostra i prezzi salgono a 9 e 3,50, e la mostra è compresa nel biglietto. L’ingresso è gratuito la prima domenica del mese.

Orari. Il castello è chiuso il lunedì. Da aprile a settembre apre da martedì a domenica dalle 9.00 alle 19.00. Da ottobre a marzo apre da martedì a sabato e la prima domenica del mese dalle 9.00 alle 19.00, mentre le altre domeniche chiude alle 13.30.

Il lunedì, a Bari, è il giorno da evitare. Chiudono insieme il castello e la Pinacoteca, cioè le due tappe museali del secondo giorno. Le chiese e il Museo Diocesano invece restano aperti: se ti capita un lunedì, l’itinerario si rovescia e non si perde niente.

Dove si trova. In piazza Federico II di Svevia, sul bordo occidentale del borgo antico, cinque minuti a piedi dalla cattedrale di San Sabino.

Quanto tempo chiede. Un’ora e mezza per castello e Gipsoteca insieme. Se c’è una mostra al piano nobile, calcola mezz’ora in più.

Sull’affiliazione, per onestà. Non c’è nessun link a biglietti prenotabili in questa pagina. Il castello vende allo sportello e online sul canale ufficiale, non ha code, e la fascia oraria non è obbligatoria.

Se stai costruendo l’itinerario, il castello apre il secondo giorno di Cosa vedere a Bari in 2 giorni.

Crediti fotografici: fossato, bastione orientale e stemma interno di Enric e GIUSEPPE FRANCAVILLA, portico interno, calco della Porta dei Leoni, figura alata e sala della gipsoteca di Andreasciacqua00, calchi della gipsoteca di Acquario51 (CC BY-SA 4.0); elefante della gipsoteca di La Marga (CC BY 2.0). Tutte da Wikimedia Commons.