Nel palazzo arcivescovile di Bari, in due sale che quasi nessun turista attraversa, ci sono quattro pergamene lunghe metri che risolvono un problema di comunicazione dell’XI secolo in un modo che nessuno rifarebbe oggi, e che è geniale.

Sono gli Exultet, e qui se ne conservano alcuni fra i più antichi. Non hanno una fila davanti, non compaiono sulle copertine, e costano quattro euro. Se dovessi indicare la cosa di Bari che merita di più il viaggio e che meno viene raccontata, indicherei questa senza esitare.

Un canto di Pasqua, e un oggetto costruito per essere guardato

Bisogna partire dal rito, altrimenti l’oggetto non si spiega.

Nella notte fra il Sabato Santo e la Pasqua, la liturgia latina prevede la benedizione del cero pasquale, e il canto che l’accompagna si chiama dalla sua prima parola: Exultet iam angelica turba caelorum, esulti la schiera degli angeli. È un preconio, cioè un annuncio solenne, e lo canta il diacono dall’ambone, cioè dal pulpito rialzato, davanti a una chiesa buia in cui l’unica luce è quella del cero appena acceso.

Il testo è lungo. Nel Medioevo veniva scritto non in un libro ma in un rotolo di pergamena, cucito con più fogli, che il diacono srotolava a mano a mano che cantava, lasciandolo scendere lungo il parapetto dell’ambone.

Ed è qui che qualcuno, nell’Italia meridionale fra il X e l’XI secolo, ha avuto l’idea.

un rotolo di exultet esposto nella teca del museo diocesano di bari con le parole dominus vobiscum e sursum corda

Le immagini sono dipinte al rovescio, e non è un errore

Guardando un Exultet aperto la prima reazione è pensare che l’abbiano montato male. Le miniature sono a testa in su, il testo sotto ciascuna è capovolto. Oppure, a seconda di come lo si guarda, il testo è dritto e le figure stanno sottosopra.

Perché dipingere le figure a testa in giù? Non è un errore, è il progetto. Mentre il diacono canta, il rotolo scende davanti a lui lungo il leggio e poi lungo il parapetto dell’ambone: la parte già cantata si ribalta verso il basso, esposta alla navata. Il testo è scritto nel verso giusto per lui, che deve leggerlo; le figure sono dipinte nel verso giusto per la gente che sta sotto, che il testo non lo può leggere né lo capirebbe, perché è in latino.

In una chiesa buia, con una sola candela accesa, mentre un uomo canta in una lingua che non conosci, ti scorrono davanti agli occhi le immagini di quello che sta dicendo, una dopo l’altra, nell’ordine giusto. È un dispositivo narrativo sincronizzato con una colonna sonora dal vivo, costruito nell’XI secolo con pergamena e colla di pesce.

miniatura di un exultet di bari con una figura coronata in trono fra due piante, e il testo scritto nel verso opposto

E perché non tutti gli studiosi credono a questa spiegazione

Va detto che la storia dell’ambone, per quanto bella e per quanto ripetuta, non è unanimemente accettata, e vale la pena saperlo prima di raccontarla a qualcuno come un fatto.

Le obiezioni sono due, e sono serie. La prima è che non tutti i rotoli superstiti hanno il rovesciamento: i più tardi ne sono privi, e se il dispositivo fosse stato davvero indispensabile alla liturgia non si capisce perché venga abbandonato. La seconda è che non tutti gli amboni medievali avevano un parapetto adatto a far scendere cinque metri di pergamena senza che si accartocciasse.

Le risposte alternative esistono: c’è chi pensa che il rovesciamento servisse a chi assisteva accanto al diacono e non sotto, chi lo legge come una convenzione libraria più che funzionale, chi ipotizza che i rotoli venissero esposti anche fuori dalla liturgia.

Io la racconto come la racconta il museo e come la raccontano la maggior parte dei manuali, perché resta la spiegazione più economica di un fatto materiale strano. Ma «spiegazione più probabile» e «fatto accertato» sono due cose diverse, e in un museo di quattro euro senza audioguida nessuno te lo dirà.

miniatura di un exultet di bari con cristo in trono dentro una mandorla e i medaglioni degli evangelisti nella cornice

L’Exultet 1 di Bari: cinque metri e venticinque, otto fogli

Dei quattro rotoli conservati qui, quello che conta è il primo.

L’Exultet 1 misura 525 centimetri ed è composto di otto fogli di pergamena cuciti in sequenza. La datazione più accreditata lo colloca fra il 1025 e il 1030, il che ne fa uno dei più antichi conservati e il capostipite del gruppo barese. Fu scritto e dipinto in città, nello scriptorium vescovile o in quello del monastero di San Benedetto, che a Bari era il centro culturale più attrezzato.

Lo stile è bizantino, e questo non è un dettaglio erudito: nel 1025 Bari non era ancora normanna, era la capitale del catapanato, cioè la principale città bizantina d’Italia. I colori sono quelli della pittura d’Oriente, spenti e nobili, verde oliva, giallo ocra, violetto, molto diversi dallo squillo dei manoscritti occidentali coevi. Due bande ornamentali corrono lungo i margini, popolate di medaglioni con busti di santi.

miniatura di un exultet di bari con una scena liturgica sotto un ciborio e i medaglioni con i busti dei santi nella cornice

Le scene, e i due imperatori che datano il rotolo

Il repertorio figurato dell’Exultet 1 segue il testo passo per passo, e riserva una sorpresa storica in fondo.

Ci sono Cristo in mandorla portato dagli angeli, gli angeli del giudizio, il tetramorfo con i simboli dei quattro evangelisti, la Terra raffigurata come una giovane donna secondo un tipo che viene dritto dall’antichità classica, la benedictio cerei cioè la benedizione del cero stessa, un Cristo Pantocratore, l’Anastasi, che è il modo greco di rappresentare la Resurrezione con Cristo che tira fuori Adamo ed Eva dal Limbo, e una singolare rosa dei venti circolare con Cristo al centro.

E poi ci sono, come vuole il testo del preconio, le autorità per cui si prega: l’autorità spirituale e quella temporale. L’autorità temporale, qui, sono due imperatori bizantini, identificati con buona probabilità in Basilio II e Costantino VIII.

Come si data una pergamena che non porta nessuna data? Questa è la parte che mi piace di più, perché è un caso in cui l’oggetto si data da solo. Basilio II morì nel 1025 e Costantino VIII regnò da solo fino al 1028: un rotolo che prega per entrambi come sovrani in carica è per forza di quegli anni. Il ragionamento degli studiosi e la datazione al 1025-1030 combaciano, ed è raro che un manoscritto medievale sia così cortese.

La lode delle api, e perché un canto pasquale parla di cera

Che cosa ci fa un elogio delle api dentro un annuncio di Resurrezione? C’è un passaggio dell’Exultet che disorienta chi lo sente per la prima volta. Nel mezzo di un annuncio sulla Resurrezione, il testo si mette a lodare le api.

Non è una divagazione. Il cero pasquale è di cera, la cera la fanno le api, e la liturgia latina ne ricava un elogio esplicito del loro lavoro: la Chiesa offre questo sacrificio di lode ottenuto de operibus apum, dall’opera delle api. Nella teologia medievale l’ape diventa figura della verginità di Maria, perché si riteneva che si riproducesse senza accoppiamento, e la cera che si consuma senza sporcare diventa figura di Cristo.

I miniatori si sono divertiti. Nei rotoli il passaggio delle api produce quasi sempre una scena di vita contadina fuori posto rispetto a tutto il resto: alberi, arnie, uomini che raccolgono il miele, sciami disegnati come nuvole di puntini.

L’immagine qui sotto non è di un rotolo barese: viene dall’Exultet Barberiniano, conservato in Vaticano, ed è la più leggibile che esista in pubblico dominio. La metto perché mostra due cose insieme: che aspetto ha il pannello delle api, e come funziona il rovesciamento, con il testo capovolto sotto la scena dritta.

il pannello delle api di un rotolo di exultet con gli uomini che raccolgono il miele fra gli alberi e il testo capovolto sotto

La beneventana di tipo barese, una scrittura che si riconosce a occhio

C’è un ultimo motivo per cui questi rotoli sono importanti, e non ha a che fare con le figure.

Sono scritti in beneventana, la scrittura libraria che si sviluppò nell’Italia meridionale longobarda a partire dall’VIII secolo e che restò in uso per oltre cinque secoli, unico caso in Europa di una minuscola regionale sopravvissuta così a lungo alla carolina. Ha un aspetto inconfondibile, spezzato, con le lettere che sembrano incise più che scritte.

Dentro la beneventana i paleografi distinguono due grandi varianti, e una si chiama proprio di tipo barese (in letteratura, Bari-type): più tondeggiante, con legature diverse, prodotta nell’area adriatica pugliese contro quella cassinese dell’area tirrenica.

Detto altrimenti: questi quattro rotoli non sono soltanto quattro bei manoscritti finiti a Bari per caso. Sono la prova che a Bari, nell’XI secolo, c’era una scuola di scrittura con un carattere proprio, riconoscibile da un capo all’altro d’Europa. Una città con uno stile grafico suo è una città con una classe di dotti, un mercato di libri e una committenza.

Gli altri due rotoli, e il terzo che non ha figure

Il museo espone anche gli altri tre pezzi, e conviene sapere che cosa aspettarsi perché sono molto diversi fra loro.

L’Exultet 2 è lungo circa quattro metri, ed è quello con i colori più squillanti: si vede che il miniatore aveva sotto gli occhi il rotolo più antico e lo ha reinterpretato con una tavolozza tutta sua, più occidentale.

L’Exultet 3 è il più corto, poco meno di tre metri, ed è del XIII secolo. È anche il più deludente per chi va a cercare le immagini, perché non ne ha nessuna: solo testo e notazione musicale. La cosa però racconta qualcosa di preciso, ed è la stessa obiezione che gli studiosi muovono alla teoria dell’ambone: nel Duecento il rotolo illustrato aveva smesso di essere necessario, e quello che restava era il libro di canto del diacono.

Il quarto pezzo non è un Exultet ma un Benedizionale, databile intorno alla metà dell’XI secolo, e riguarda le altre benedizioni della veglia pasquale, quella del fuoco nuovo e quella dell’acqua battesimale.

Che altro c’è nel museo

Il Museo Diocesano non è soltanto gli Exultet, anche se sono la ragione per cui ci si va.

Nelle sale ci sono paramenti liturgici, oreficerie, sculture, dipinti dal Trecento in poi e una collezione di argenti fra cui spicca il busto reliquiario di san Sabino, il vescovo titolare della cattedrale, in argento dorato con la mitria e il pastorale. È un tipo di oggetto che nel Mezzogiorno si trova ovunque e che quasi nessuno guarda, e che invece racconta bene la ricchezza delle chiese pugliesi in età spagnola.

L’allestimento è recente, moderno, con un percorso multimediale a supporto della lettura dei rotoli. È un museo piccolo, curato, senza folla.

il busto reliquiario in argento dorato di san sabino nel museo diocesano di bari

Trenta rotoli in tutto il mondo, e tre stanno qui

Per capire quanto sia raro quello che si vede a Bari, serve un numero: di rotoli di Exultet ne sopravvivono in tutto una trentina, sparsi fra Montecassino, il Vaticano, Troia, Salerno, Capua, Gaeta, Pisa, Londra e Parigi.

Sono quasi tutti prodotti nell’Italia meridionale fra il X e il XIV secolo, e sono un fenomeno esclusivamente meridionale: nel resto d’Europa il preconio pasquale si cantava da un libro. Il rotolo illustrato è un’invenzione locale, nata nell’area beneventana e diffusa lungo le due coste.

Fra quelli conservati, gli Exultet di Bari sono fra i più antichi. È una di quelle frasi che nelle guide compaiono come vanto municipale e che qui è semplicemente un dato bibliografico.

un rotolo di exultet beneventano srotolato, con le miniature dritte e il testo capovolto lungo tutta la sua lunghezza

Informazioni pratiche

Dati verificati il 2 settembre 2026 sul sito del circuito Artecclesiae dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, che gestisce la biglietteria della cattedrale e del museo.

Biglietti. Il Museo degli Exultet costa 4 euro l’intero e 3 il ridotto. Il cumulativo con la cattedrale di San Sabino, che comprende la cripta e l’area archeologica del succorpo, costa 9 euro l’intero, 7 il ridotto e 20 la formula famiglia. Non pagano i bambini fino a dieci anni, i disabili, i religiosi, le guide turistiche, i docenti e gli studenti universitari di alcuni corsi.

Orari. Il museo segue gli orari della cattedrale: tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00 da aprile a settembre e dalle 9.00 alle 19.00 da ottobre a marzo, con l’ultimo ingresso un quarto d’ora prima. Non chiude in nessun giorno della settimana.

Dove si trova. Nel palazzo arcivescovile, in strada dei Dottula, dentro il borgo antico, a fianco della cattedrale.

Quanto tempo chiede. Mezz’ora per i rotoli, quaranta minuti con il resto delle sale. Prenditi il tempo di guardare un rotolo per intero da un capo all’altro invece di fermarti alla prima miniatura: la sequenza è il punto.

Un consiglio pratico che vale più di tutti. Vieni qui dopo la cattedrale e non prima. I frammenti di affresco bizantino nel succorpo e questi rotoli sono la stessa cultura a trent’anni di distanza, e visti nell’ordine giusto si spiegano a vicenda.

Se stai costruendo l’itinerario, il museo è la terza tappa del primo giorno di Cosa vedere a Bari in 2 giorni, e sta accanto alla cattedrale di San Sabino.

Crediti fotografici: miniature degli Exultet baresi e busto di san Sabino di Benjamin Smith, rotolo nella teca del Museo Diocesano di Luistxo (CC BY-SA 4.0); rotolo beneventano del duomo di Pisa di Sailko (CC BY 3.0); pannello delle api dell’Exultet Barberiniano, Biblioteca Apostolica Vaticana, pubblico dominio. Tutte da Wikimedia Commons.