Le due grandi chiese di Bari stanno a cinque minuti l’una dall’altra e hanno avuto la sorte opposta. La basilica di San Nicola si è tenuta addosso tutto quello che i secoli le hanno appiccicato, compreso un enorme soffitto dorato seicentesco. La cattedrale di San Sabino se l’è visto raschiare via.
Questo è il fatto da sapere prima di entrare, perché rovescia l’impressione che si ha varcando la porta. La cattedrale sembra la più medievale delle due, austera, spoglia, di una purezza romanica che commuove. In realtà è la meno autentica: quella nudità è il risultato di due campagne di restauro del Novecento che hanno demolito l’interno settecentesco per riportare alla luce, o meglio per ricostruire, un’idea di romanico.
Sapendolo, la visita diventa molto più interessante, e le tre cose che valgono davvero il biglietto restano intatte comunque, perché sono tutte e tre sotto il pavimento o sopra la porta.
Il 1156, l’anno in cui Bari smise di esistere
La storia di questo edificio comincia con una demolizione totale. Nel 1156 Guglielmo I d’Altavilla, che i cronisti chiamano il Malo, ordinò la distruzione dell’intera città di Bari per punirla di una ribellione. Non fu una rappresaglia simbolica: la città venne rasa, e della cattedrale precedente, che era la chiesa bizantina di cui parleremo più avanti, non restò praticamente nulla.
La ricostruzione partì subito, sulle rovine, e andò avanti per più di un secolo: la consacrazione è del 4 ottobre 1292. In quei centotrent’anni la Puglia aveva già il suo modello, ed era la basilica di San Nicola, cominciata settant’anni prima. La cattedrale la copia dichiaratamente: tre navate, colonne alternate a pilastri, matronei sopra le navatelle, un transetto che sporge in altezza ma non in pianta.
C’è però una differenza che si vede da fuori, e conviene girare intorno all’abside per coglierla. Le finestre di questa chiesa hanno cornici scolpite di una ricchezza che a San Nicola non c’è: girali, animali, teste, una fittezza di intaglio che sembra ricamo su pietra.

Dentro, una nudità che ha una data
L’interno colpisce per quello che non c’è. Colonne chiare, muri lisci, capriate a vista, e in fondo un’abside senza quasi niente dentro. Sembra il Duecento.
Da dove viene tutta questa nudità, in una chiesa che ha ottocento anni? Nel Settecento questa stessa chiesa era completamente diversa. L’architetto napoletano Domenico Antonio Vaccaro rifece in forme barocche la facciata, le navate, l’interno della Trulla e la cripta: stucchi, altari, cappelle, tutto l’apparato che nel Mezzogiorno accompagnava una cattedrale importante. Poi, negli anni Trenta e di nuovo negli anni Cinquanta del Novecento, quell’apparato è stato eliminato per intero, con l’obiettivo dichiarato di restituire alla chiesa l’aspetto romanico originario.
Sul giudizio si può discutere all’infinito, e in Italia lo si è fatto per tutto il Novecento. Quello che mi interessa dire qui è più semplice: la spoglia solennità che si ammira è un’opera del Novecento, e le due o tre generazioni di baresi che hanno visto la cattedrale barocca non ci sono più per raccontarla. Nella cripta il barocco è stato invece lasciato, e il confronto fra i due piani, nudo sopra e dorato sotto, si fa in trenta secondi di scale.

Il rosone, e i mostri che gli stanno intorno
La facciata è la parte in cui la cattedrale batte la basilica, e lo fa con un elemento che a San Nicola manca del tutto: il rosone.
Sedici raggi, un occhio centrale, e attorno una cornice strombata che è un piccolo bestiario. Ci sono teste umane, animali fantastici, figure accovacciate che sporgono dal muro, e ci sono in particolare le mensole a figure grottesche che aggettano sopra e ai lati. Il repertorio è quello gotico, e buona parte di quello che si vede oggi è di restauro, cosa che va detta perché la pietra sembra troppo nitida per essere medievale.
Perché una chiesa mette i mostri sulla facciata e i santi dentro? La funzione di quelle facce non è decorativa. In una chiesa medievale i mostri stanno sempre fuori: sulla soglia, sui capitelli esterni, attorno alle aperture. Servono a dire che il disordine del mondo si ferma lì, e che dentro c’è un ordine diverso. È una grammatica che il visitatore contemporaneo ha perso, e senza la quale un rosone è solo una finestra tonda.

Il 21 giugno alle 17.10, e chi se ne accorse
C’è un giorno all’anno in cui questa chiesa fa una cosa che nessuna guida riesce a rendere a parole.
Il 21 giugno, verso le 17.10, il sole basso passa attraverso il rosone della facciata e proietta sul pavimento della navata un disco di luce a sedici raggi. Quel disco cade esattamente sopra un mosaico duecentesco posato ai piedi dell’altare, voluto dall’arcivescovo Landolfo, che ripete lo stesso disegno del rosone. Le due rose si sovrappongono, per qualche minuto, e poi la luce scivola via.
Su questo fenomeno circola una versione romantica e una versione documentata, e vale la pena tenerle distinte. La versione romantica dice che i costruttori del Duecento lo avevano calcolato, e che la cattedrale sarebbe una macchina astronomica. La versione documentata è che l’effetto fu notato nel giugno del 2005 dal sagrestano Michele Cassano, e che dipende dall’orientamento dell’edificio, un orientamento comune a molte chiese romaniche europee della stessa epoca e costruite con lo stesso criterio liturgico.
Che sia una conseguenza e non un progetto lo rende meno mistico e più interessante: significa che quel giorno si sta guardando una regola generale dell’architettura sacra medievale, non un trucco locale. Ogni 21 giugno la diocesi organizza un momento pubblico attorno all’ora della sovrapposizione, e la chiesa si riempie.

La Trulla, l’edificio a cui nessuno sa più dare un nome
Sul fianco nord della cattedrale c’è un corpo cilindrico coperto a cono che stona con tutto il resto, e che i baresi chiamano la Trulla.
Con ogni probabilità era il battistero episcopale, cioè l’edificio separato in cui si amministrava il battesimo prima che il rito venisse portato dentro la chiesa. La cosa curiosa è che a un certo punto la memoria della sua funzione si è semplicemente perduta: per secoli è rimasto lì senza che nessuno sapesse più bene cosa fosse, finché nel Settecento non è stato riconvertito in sacrestia, il che è più o meno l’equivalente architettonico di usare un’anfora come portaombrelli.
Vaccaro ne rifece l’interno in forme barocche insieme al resto, e anche lì i restauri novecenteschi hanno lavorato di raschietto.
Non ho trovato una fotografia libera della Trulla che valesse la pena mostrare, e la lascio detta invece di riempire il buco con un’immagine sbagliata: si vede bene dal largo sul fianco settentrionale, ed è la cosa più strana della piazza.
Il ciborio, e un coro che è tornato indietro di cinquecento anni
Nel presbiterio stanno gli arredi liturgici, ed è qui che la vicenda del restauro si tocca con mano. Il ciborio sull’altare maggiore, con le colonne e il baldacchino a gradoni, riprende la forma romanica pugliese che si è vista al San Nicola, ma va guardato sapendo che gli arredi interni sono stati riportati alle forme antiche nella campagna degli anni Cinquanta, dopo la rimozione degli altari tardobarocchi.
Non è un falso e non è un originale intatto: è un rimontaggio ragionato di elementi medievali superstiti secondo l’idea che negli anni Cinquanta si aveva del romanico. Se ti interessa la storia dei restauri italiani del Novecento, questo presbiterio è un caso di studio migliore di molti manuali.

L’ambone, che è un puzzle di pezzi antichi
Accanto sta l’ambone, il pulpito da cui si leggeva il Vangelo, e vale una sosta perché è la cosa in cui il rimontaggio si vede meglio.
È un montaggio di lastre e colonnine scolpite di epoche diverse, con animali, intrecci e formelle che non appartengono tutte allo stesso arredo. Amboni di questo tipo, in Puglia, hanno spesso una storia identica: smontati nel Settecento, i pezzi finiscono nei magazzini o murati altrove, e nel Novecento vengono ricomposti da chi cerca di indovinare come stavano.
Guardare le giunture è un esercizio onesto. Se le cerchi, le trovi, e la chiesa smette di essere una cartolina per diventare un oggetto con una biografia.

La cripta e l’Odegitria, che non è quella che ti raccontano
Si scende nella cripta e il registro cambia di colpo: qui il barocco è rimasto, con le volte dorate, gli stucchi e le colonne di marmo scuro.
Sull’altare dedicato a san Sabino, dentro una cornice settecentesca sostenuta da angeli, sta l’immagine più venerata della città: la Madonna Odegitria, patrona di Bari e dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, coperta da una riza d’argento che lascia scoperti soltanto i volti e le mani.
Il nome viene dal greco hodós, via, ed hēgḗtria, colei che guida: la Madonna che indica la strada, un tipo iconografico bizantino fra i più antichi, e per questo spesso collocato agli incroci. La leggenda barese racconta che l’icona arrivò qui nell’VIII secolo, portata via da Costantinopoli da monaci travestiti da marinai durante la persecuzione iconoclasta di Leone III Isaurico, con la solita tempesta miracolosamente scampata.
Quanto è antica, davvero, l’icona che si venera qui? È il punto che quasi nessuno dice ai visitatori. La tavola che si vede non è quella dell’VIII secolo. L’originale andò probabilmente distrutto, e l’immagine attuale risale alla metà del Cinquecento, con un’attribuzione discussa al pittore Onofrio Palvisino da Monopoli. La devozione è antichissima e vera; l’oggetto è di quattrocento anni più giovane di come viene raccontato.

Il succorpo: la città che sta sotto il pavimento
Se dovessi tenere una cosa sola di questa cattedrale, terrei quella che non si vede da nessuna fotografia della facciata.
Sotto il pavimento è stata scavata e musealizzata un’area archeologica che si chiama succorpo, e ci si cammina sopra su passerelle. Quello che c’è sotto è la Bari precedente al 1156, cioè la città che Guglielmo il Malo aveva raso al suolo: i resti dell’antica cattedrale bizantina, un tratto di strada di epoca romana, camere funerarie, e soprattutto un vasto pavimento a mosaico policromo della basilica paleocristiana, con motivi geometrici che corrono per metri sotto i piedi.
È un’esperienza rara. In Italia si visitano molte cripte e molti scavi, ma è raro poter leggere in un solo colpo d’occhio tre città sovrapposte, e ancora più raro che la sequenza sia così pulita: strada romana, basilica paleocristiana con il suo mosaico, cattedrale bizantina, e sopra tutto la chiesa normanna che sta ancora in piedi.

Due chiesette bizantine, e quello che resta dei loro affreschi
Nella stessa area, in un angolo che si rischia di attraversare senza fermarsi, ci sono i resti di due piccole chiese bizantine, e su una parete sopravvivono frammenti di affresco.
Sono figure di santi e una Vergine, in uno stato di conservazione parziale, con il colore che si interrompe dove il muro è caduto. Non sono capolavori e non hanno un nome d’autore. Valgono per una ragione diversa: sono l’unica pittura bizantina di Bari rimasta al suo posto, e testimoniano che prima dei normanni questa era una città greca, con liturgia greca e pittori formati a Costantinopoli.
Guardarli subito dopo aver visto la cappella ortodossa nella cripta di San Nicola chiude un cerchio: quello che nella basilica è un gesto ecumenico del 1966 qui è uno strato archeologico dell’XI secolo.

Il biglietto introdotto nel 2024, e chi non lo paga
Fino a poco tempo fa in questa cattedrale si entrava gratis, come in qualunque altra chiesa italiana. Dal 2024 la visita turistica è a pagamento, e la notizia a Bari fece discutere parecchio.
Conviene capire come funziona per non trovarsi spiazzati all’ingresso. Il biglietto da 7 euro copre la visita completa: la chiesa, la cripta con l’Odegitria e l’area archeologica del succorpo. Il Museo degli Exultet, che sta nel palazzo arcivescovile accanto, ha un biglietto separato da 4 euro, e il cumulativo costa 9.
Non paga chi entra per pregare o per partecipare a una funzione: la cattedrale resta una chiesa officiata, non è diventata un museo. I residenti dell’arcidiocesi entrano gratuitamente nella chiesa, mentre per l’area archeologica si applica la tariffa speciale. In pratica il biglietto lo compra il turista, ed è la formula che diverse cattedrali italiane hanno adottato negli ultimi anni per finanziare la manutenzione. Considerando che comprende il succorpo, sette euro sono onesti.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 2 settembre 2026 sul sito del circuito Artecclesiae dell’arcidiocesi di Bari-Bitonto, che gestisce la biglietteria. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. La visita della cattedrale, comprensiva di cripta e area archeologica, costa 7 euro l’intero, 5 il ridotto e 3 la tariffa speciale. Il Museo degli Exultet costa 4 euro e 3 il ridotto. Il cumulativo cattedrale più museo costa 9 euro l’intero, 7 il ridotto e 20 la formula famiglia. Non pagano i bambini fino a dieci anni, i disabili, i religiosi, le guide turistiche, i docenti e gli studenti universitari di alcuni corsi. I residenti dell’arcidiocesi entrano gratuitamente nella cattedrale, con esclusione dell’area archeologica, per la quale è prevista la tariffa speciale.
Orari. La cattedrale apre tutti i giorni dalle 9.00 alle 21.00 da aprile a settembre e dalle 9.00 alle 19.00 da ottobre a marzo, con l’ultimo ingresso un quarto d’ora prima della chiusura. Non c’è giorno di chiusura settimanale, il che la rende la tappa giusta per il lunedì, quando a Bari chiudono il Castello Svevo e la Pinacoteca.
Il giorno del solstizio. Il fenomeno della luce si verifica il 21 giugno intorno alle 17.10. È l’unico giorno in cui conviene arrivare con largo anticipo, perché la navata si riempie.
Dove si trova. In piazza dell’Odegitria, dentro il borgo antico, cinque minuti a piedi dalla basilica di San Nicola e dieci da piazza Mercantile.
Quanto tempo chiede. La chiesa con la cripta prende quaranta minuti, il succorpo altri venti. Con il Museo degli Exultet accanto, calcola un’ora e mezza in tutto.
Se stai costruendo l’itinerario, la cattedrale è la seconda tappa del primo giorno di Cosa vedere a Bari in 2 giorni.
Crediti fotografici: rosone, finestra absidale, navata, ciborio, ambone, Odegitria, mosaico del succorpo, affreschi bizantini e cripta di Benjamin Smith; luce del solstizio di Matteo Pappadopoli (CC BY-SA 4.0); mensole a figure grottesche di Fabrizio Garrisi (CC0). Tutte da Wikimedia Commons.
