Ci sono chiese che nascono da una devozione e chiese che nascono da un’operazione. La basilica di San Nicola a Bari appartiene senza equivoci alla seconda categoria, e la cosa notevole è che i baresi non lo hanno mai negato: la storia del furto è raccontata dentro la basilica stessa, sul soffitto, dipinta in oro.
Da quel colpo di mano discendono tre cose. La chiesa che si vede oggi, che è il prototipo del romanico pugliese e da cui derivano le cattedrali di Trani, Ruvo, Bitonto e mezza regione. Il fatto che Bari sia, ancora adesso, una delle poche città cattoliche in cui si celebra regolarmente la liturgia ortodossa. E la ragione per cui in un’abside pugliese è sepolta una regina di Polonia.
Questa è una guida a quello che si vede entrando, nell’ordine in cui conviene guardarlo.
Sessantadue marinai, e un furto che è diventato una città
Nel 1087 le reliquie di san Nicola stavano a Myra, in Licia, sulla costa dell’attuale Turchia, in una città che i turchi selgiuchidi avevano appena occupato. Venezia le voleva, e non lo nascondeva. Bari arrivò prima.
Sessantadue marinai baresi entrarono nella basilica di Myra, immobilizzarono i monaci custodi, ruppero il pavimento sopra il sepolcro e portarono via le ossa. Le navi rientrarono in porto nei primi giorni di maggio del 1087, e la festa della Traslazione si celebra ancora oggi dal 7 al 9 maggio, con la statua del santo portata in mare.
Perché sessantadue marinai rischiano la galera per delle ossa? Non fu un gesto isolato né inspiegabile. Bari era appena passata dai bizantini ai normanni, aveva perso il ruolo di capitale del catapanato e cercava qualcosa che la rimettesse sulla carta d’Europa. Una reliquia di prima grandezza era, nell’XI secolo, esattamente questo: un motore economico, un flusso di pellegrini, una ragione per cui i papi e gli imperatori dovevano venire da te.
Funzionò. Nel giro di due anni la città aveva una cripta consacrata da un papa.

Un cantiere di centodieci anni, e una chiesa che non torna
I lavori partirono nel luglio del 1087, guidati dall’abate benedettino Elia, e non su un terreno qualunque: sull’area della Corte del Catapano, cioè la residenza del governatore bizantino. Costruire la chiesa del santo sopra il palazzo del potere che se n’era appena andato era un messaggio, e i normanni erano bravissimi in questo genere di messaggi.
Il 1° ottobre 1089 papa Urbano II venne di persona a deporre le reliquie sotto l’altare della cripta, e nella stessa occasione consacrò Elia arcivescovo di Bari. Elia morì nel 1105 senza vedere finita la chiesa; gli successe l’abate Eustazio, morto nel 1123. La consacrazione arrivò solo il 22 giugno 1197, celebrata per incarico di papa Celestino III da Corrado, vescovo di Hildesheim e cancelliere imperiale di Enrico VI.
Centodieci anni di cantiere si vedono, e conviene sapere prima che cosa si sta guardando. Le due torri della facciata sono di altezza diversa e i due fianchi hanno lunghezza diversa: non è un effetto voluto, è la conseguenza di un cantiere lunghissimo alimentato con materiali di reimpiego presi da chiese diverse. Le colonne interne, dodici, vengono anche loro da altri edifici.
L’occhio va portato in alto, sull’abside, dove la finestra è sorretta da mensole scolpite a forma di elefanti. Sono la cosa che ricordo meglio di questa chiesa, e nessuno le guarda perché stanno a otto metri da terra sul lato che dà verso il mare.

La Porta dei Leoni, sul fianco che quasi nessuno gira
Il portale principale, in facciata, è sobrio: due colonne rette da buoi stilofori e una sfinge sopra l’architrave. Il portale che vale la deviazione sta invece sul fianco nord, ed è quello che i baresi chiamano Porta dei Leoni per i due leoni di pietra che ne reggono gli stipiti.
È coperto di scultura fino all’inverosimile: girali vegetali, animali fantastici, e sui due lati dell’archivolto due formelle con la mietitura e la vendemmia, cioè il calendario del lavoro contadino messo sulla porta di una chiesa di mare. La qualità è alta e la mano è riconoscibile: le fonti la attribuiscono a un magister Basilio, e la datazione oscilla fra il XII e il XIII secolo a seconda degli studi.
Vale la pena arrivarci a piedi lungo il fianco, perché è anche il punto da cui si capisce meglio la struttura: le arcate cieche, la loggia, la massa muraria che sembra più un edificio militare che una chiesa. Non è un’impressione sbagliata: nell’XI secolo una basilica di pellegrinaggio con un tesoro dentro era anche un deposito da difendere.

La battaglia scolpita, e la cautela che merita
Sul bordo della lunetta della Porta dei Leoni corre un fregio con una scena di battaglia: cavalieri a cavallo, un castello, armati che lo assaltano. Una parte della critica la legge come un episodio del ciclo arturiano, e da lì è nata una piccola industria locale di racconti su Bari, Artù e il Graal.
Conviene dire con precisione che cosa è documentato e che cosa no. Documentato: c’è un rilievo con cavalieri e un assedio, di alta qualità, sul portale di una basilica pugliese di età normanna. Interpretazione: che quei cavalieri siano Artù e i suoi. Se l’interpretazione regge, il rilievo starebbe accanto all’archivolto della Porta della Pescheria del duomo di Modena fra le prime testimonianze figurate della materia di Bretagna in Italia, cioè in un momento in cui quelle storie circolavano ancora quasi solo per via orale. Se non regge, resta una scena cavalleresca generica, che nella scultura normanna non è affatto rara.
Io la guarderei sapendo tutt’e due le cose. È il pezzo di Bari su cui si scrivono più sciocchezze, e anche uno dei più belli.

Dentro: i tre arconi che spezzano lo spazio, e perché ci sono
Si entra e la prima impressione è che qualcosa non funzioni. Le tre navate corrono verso l’abside come ci si aspetta, ma a scandirle ci sono tre enormi arconi trasversali che tagliano lo spazio in orizzontale e rompono la prospettiva.
Che cosa ci fanno tre arconi in mezzo alle navate di una basilica romanica? Non erano previsti. Furono aggiunti nel Quattrocento, dopo un terremoto che aveva reso pericolante l’intera struttura, e sono puri contrafforti interni: servono a tenere in piedi la chiesa. Un restauro novecentesco ha valutato di toglierli e ha deciso di lasciarli, il che è probabilmente giusto ma non li rende meno invadenti.
Sopra le navate laterali corrono i matronei, aperti da trifore, e da lì si capisce l’impianto vero: una basilica a tre navate con un finto transetto, cioè un transetto che sporge in altezza ma non in pianta. È lo schema che tutta la Puglia romanica copierà.

Il ciborio, il più antico della Puglia
Sull’altare maggiore sta un baldacchino di pietra retto da quattro colonne antiche di marmo: è il ciborio, del XII secolo, e i manuali lo danno come il più antico conservato in Puglia.
La forma è quella che poi diventerà canonica nel Mezzogiorno: sopra i capitelli corre una cornice di archetti, e sopra ancora si alza una piramide ottagonale a gradoni. Le colonne, come quelle della navata, sono di reimpiego, e non è difficile immaginarle in un edificio romano o bizantino prima di finire qui.
Sotto, l’altare argenteo è tutta un’altra epoca: lo fecero orafi napoletani nel 1684, e la convivenza fra il baldacchino romanico e lo sbalzo barocco è uno degli scarti di tono che rendono questa chiesa così poco omogenea e così interessante.

La cattedra dell’abate Elia, e i tre uomini che la reggono
Fra l’altare e l’abside c’è il pezzo di scultura più discusso del Mezzogiorno normanno, ed è un oggetto che si può girare intorno.
La cattedra dell’abate Elia è un trono vescovile ricavato da un unico blocco di marmo, databile alla seconda metà dell’XI secolo, con un’iscrizione che porta a un intervallo fra il 1098 e i primi anni del secolo successivo. Il sedile e lo schienale hanno decorazioni di tradizione bizantina, il repertorio della Puglia dell’epoca.
Quello che nessuno dimentica è la base. Il trono poggia su tre telamoni, tre figure umane accovacciate che lo reggono sulle spalle, e gli scultori hanno lavorato le facce con i tratti tirati dallo sforzo: si vedono le vene del collo, le bocche aperte, gli occhi sbarrati. Sul retro, due leonesse addentano vittime umane.
Chi sono i tre uomini che reggono il trono di un abate? Sul significato si discute da un secolo. C’è chi ci legge i vinti che sostengono il potere della Chiesa, chi i pellegrini, chi una rappresentazione dei popoli sottomessi. Quello su cui tutti concordano è che nel 1090 circa, in Puglia, qualcuno sapeva scolpire la fatica fisica meglio di quasi chiunque altro in Europa.

Il soffitto di Carlo Rosa, che stona apposta
Alzando gli occhi si passa di cinquecento anni in un colpo. Il soffitto piano è un cassettonato dorato con grandi tele dipinte fra il 1661 e il 1662 da Carlo Rosa, pittore di Bitonto, che vi raccontò le storie di san Nicola e un Paradiso.
Stona, e la parola giusta è proprio questa: è un intervento barocco calato dentro un’architettura romanica, e il contrasto è violento. Ma è anche il documento di come la basilica veniva vissuta nel Seicento, quando la povertà visiva del romanico non era una virtù da recuperare ma un difetto da correggere.
Fra le scene c’è anche il furto delle reliquie, dipinto senza imbarazzi: le navi, i marinai, le ossa. È l’unica chiesa che conosca dove il reato fondativo sta sul soffitto, in oro.

La cripta, e la colonna che nessuno tocca
La cripta è la parte più antica ed è la ragione per cui la gente viene. Ventisei colonne di spoglio, tutte diverse, con capitelli bizantini e longobardi rimontati mettendo i pezzi migliori vicino all’ingresso e all’altare. Il pavimento conserva tratti di mosaico cosmatesco. Le lunette con le scene della vita del santo le dipinse Nicola Gliri nel 1660.
Sotto l’altare c’è la tomba. Dalle ossa, secondo una tradizione documentata da secoli, si forma un liquido limpido che si chiama manna, e che viene estratto una volta l’anno, il 9 maggio, durante una celebrazione presieduta dall’arcivescovo. Viene poi diluito in acqua benedetta e distribuito in ampolline: si trovano nella sala del tesoro, e i pellegrini le portano via a decine.
In un angolo, dietro una grata di ferro, c’è una colonna di marmo chiaro che sembra non avere ragione di stare lì. È la colonna miracolosa. La leggenda dice che Nicola la trovò nel Tevere, che la fece portare a Myra per la sua chiesa, e che ricomparve a Bari nel 1098 proprio quando ne mancava una all’appello del cantiere. La grata non è ornamentale: serviva a impedire che i pellegrini se ne portassero via schegge, e nel marmo si vedono ancora i punti in cui ci sono riusciti.

L’altare ortodosso e la lampada uniflamma
Nell’abside laterale della cripta, dal 1966, c’è una cappella orientale con un’iconostasi e un secondo altare, concessa perché gli ortodossi possano celebrare la Divina Liturgia. Nel 1981 ne è stata aggiunta una seconda, dedicata a Cirillo, Metodio e Benedetto, i tre compatroni d’Europa.
Non è un gesto simbolico rimasto sulla carta. In questa cripta si celebrano riti bizantino-greci, bizantino-slavi, copti, armeni e caldei, e il flusso di pellegrini dall’Europa orientale non si è mai interrotto, nemmeno nei decenni del blocco sovietico.
Accanto all’altare del santo arde una lampada che si chiama uniflamma: una sola fiamma alimentata da olio d’Oriente e olio d’Occidente insieme. Il 26 febbraio 1984 Giovanni Paolo II venne qui come pellegrino e la riaccese insieme a Chrysostomos Konstantinidis, metropolita ortodosso di Myra, cioè al vescovo della città da cui le ossa erano state portate via novecento anni prima. Sapendolo, quella lampada si guarda diversamente.

Bona Sforza, regina di Polonia, sepolta in un’abside pugliese
Dietro la cattedra di Elia, addossato al catino absidale, c’è un monumento funebre di marmo che sembra arrivato da un’altra chiesa. Ci sta una donna inginocchiata in preghiera, con san Stanislao, patrono della Polonia, da un lato e san Nicola dall’altro.
È Bona Sforza, nata a Vigevano nel 1494, duchessa di Bari per eredità materna e regina di Polonia per matrimonio con Sigismondo I. Governò la Polonia per decenni, poi tornò a Bari, e qui morì il 19 novembre 1557: secondo il racconto tradizionale, poi accolto dalla storiografia, avvelenata dal suo uomo di fiducia Gian Lorenzo Pappacoda, che aveva interesse a un testamento diverso da quello vero.
Il monumento lo commissionò la figlia, Anna Jagellona, fra il 1589 e il 1593, e lo eseguirono a Napoli gli scultori Andrea Sarti e Francesco Zaccarella per 1840 ducati. È considerato una delle più importanti sculture cinquecentesche del Mezzogiorno, e spiega perché in questa basilica si sentano parlare polacco tutto l’anno.

Il Museo Nicolaiano e la sala del tesoro
Accanto alla basilica, nel Portico dei Pellegrini, sta il Museo Nicolaiano, e chi ha ancora mezz’ora fa bene a entrarci, perché è lì che si misura che cosa ha significato per Bari avere quelle ossa.
Il tesoro è fatto di doni diplomatici. C’è il gruppo offerto da Carlo II d’Angiò nel 1304, e c’è l’icona donata dai sovrani di Serbia nel primo Trecento, oro e smalti, con i donatori inginocchiati ai piedi del santo. Ci sono lampade russe, paramenti, le ampolline della manna, e dipinti che vanno dal Trecento al Novecento, fra cui un trittico di Rico da Candia del 1451 e una tavola di Bartolomeo Vivarini del 1476.
Su Vivarini vale la pena tornare il giorno dopo: alla Pinacoteca Corrado Giaquinto ce ne sono altri, insieme al San Pietro martire di Giovanni Bellini, ed è la stessa storia vista dall’altra parte, quella dei mercanti veneziani che nel Quattrocento rifornivano di pale d’altare tutte le chiese della costa adriatica.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 2 settembre 2026 sul sito ufficiale della basilica. Trattandosi di una chiesa officiata, gli orari possono cambiare per le celebrazioni.
Ingresso. La basilica e la cripta sono gratuite, come qualunque chiesa. Il Museo Nicolaiano ha un biglietto a parte.
Orari. La basilica apre dal lunedì al sabato dalle 6.30 alle 20.30 e la domenica dalle 6.30 alle 22.00. Le messe feriali si celebrano alle 7.30, alle 9.30 e alle 18.30; nei giorni festivi alle 7.30, 9.00, 10.30, 12.00, 13.00, 18.30 e 20.30, con quella delle 13.00 sospesa da luglio a settembre. La sala offerte resta aperta tutti i giorni dalle 9.15 alle 19.15.
Quando la cripta è meno visitabile. Durante le liturgie orientali e le messe nella cripta la circolazione dei visitatori è limitata, ed è giusto così. Se ci tieni a girarla con calma, la prima mattina di un giorno feriale è il momento migliore.
Le due feste. Il 6 dicembre è la festa liturgica del santo. La grande festa cittadina è però quella della Traslazione, dal 7 al 9 maggio, con il corteo storico, la statua portata in mare su una barca e, il 9, l’estrazione della manna. Sono tre giorni in cui la basilica è bellissima e impossibile da visitare.
Dove si trova. In piazza San Nicola, dentro il borgo antico, cinque minuti a piedi dalla cattedrale di San Sabino e dieci da piazza del Ferrarese. Non serve nessun mezzo.
Quanto tempo chiede. La basilica con la cripta prende un’ora. Con il Museo Nicolaiano, un’ora e mezza.
Se stai costruendo l’itinerario, la basilica è la prima tappa di Cosa vedere a Bari in 2 giorni, dove spiego come incastrarla con le chiusure del lunedì.
Crediti fotografici: facciata occidentale, navata con gli arconi, ciborio, soffitto di Carlo Rosa, colonna miracolosa e icona serba di Sailko (CC BY 3.0); elefanti dell’abside, fregio con la scena di battaglia e iconostasi di Sailko, fianco settentrionale di Luangiphoto, Porta dei Leoni di Enric (CC BY-SA 4.0); monumento di Bona Sforza di Marek Postawka (CC BY 3.0); cattedra dell’abate Elia di Fabrizio Garrisi (CC0). Tutte da Wikimedia Commons.
