Il maggiore museo d’arte della Puglia sta all’ultimo piano di un palazzo di uffici del 1935, sul lungomare, e dalle finestre si vede l’Adriatico. Non è un contesto che prepari a un Giovanni Bellini, e forse è per questo che alla Pinacoteca di Bari non c’è quasi mai nessuno.
Il percorso occupa ventidue sale, è cronologico e va dall’alto Medioevo al Novecento. Quello che segue non è un elenco di tutto: sono le cose per cui vale la pena salire, nell’ordine in cui si incontrano, con la storia di come sono arrivate fin qui, che in questo museo è metà del racconto.
Un museo all’ultimo piano, e come ci è finito
La Pinacoteca venne istituita il 12 luglio 1928 e trovò posto dapprima nel Palazzo del Governo. Nel 1936 traslocò dove sta adesso, cioè al quarto piano del Palazzo della Provincia sul lungomare, un edificio progettato da Luigi Baffa e concluso nel 1935.
Perché il maggiore museo d’arte della Puglia sta all’ultimo piano di un palazzo di uffici? La collocazione dice due cose. La prima è che questo museo è nato come istituzione provinciale, non statale né ecclesiastica: lo mise insieme un ente locale che negli anni Venti decise di raccogliere quello che restava del patrimonio artistico della Terra di Bari. La seconda è che l’ultimo piano di un palazzo di uffici non è un contenitore neutro: le sale sono corridoi larghi con la luce che viene da un lato solo, e il percorso è a corridoio, non a stanze.
Dal 2002 il museo è intitolato a Corrado Giaquinto, di cui più avanti.
La sezione medievale, che è la parte più pugliese di tutte
Il percorso comincia con le sculture, ed è la sezione che nessuno fotografa e che invece dice di più sul territorio.
Ci sono frammenti architettonici dei secoli XI-XV: capitelli a stampella, lastre, mensole, tutti provenienti da chiese pugliesi smembrate o rifatte. Il pezzo che mi ha colpito di più è un capitello a stampella decorato con leoni alati dell’XI secolo, cioè esattamente coevo al cantiere della basilica di San Nicola: la stessa cultura figurativa, la stessa pietra, la stessa mano di scalpello, ma qui si guarda a venti centimetri invece che a otto metri.
Accanto ci sono le icone pugliesi dei secoli XII-XIV, tavole dipinte in una koinè fra Bisanzio e Occidente che è la cifra di questa regione, e che dopo aver visto gli Exultet al Museo Diocesano risulta immediatamente leggibile.

Perché a Bari c’è tutta questa pittura veneziana
Arrivando alle sale del Quattrocento si incontra un fatto che sorprende chi non conosce la storia dell’Adriatico: la collezione più importante di questo museo è di pittura veneta del Quattro e Cinquecento, e viene tutta da chiese e conventi della Terra di Bari.
La spiegazione è commerciale prima che artistica. Per due secoli l’Adriatico è stato un lago veneziano, e le navi che scendevano lungo la costa pugliese portavano merci in un senso e riportavano olio, grano e mandorle nell’altro. Su quelle stesse rotte viaggiavano le pale d’altare: una parrocchia di Andria o di Monopoli che voleva un polittico decente lo ordinava a Venezia, dove c’erano botteghe organizzate per esportare, e se lo faceva arrivare via mare in casse.
Quindi non c’è nessun mistero sul perché ci sia un Bellini a Bari. C’è perché nel Quattrocento comprare veneziano era, per una chiesa pugliese, la cosa più naturale del mondo.

I Vivarini, una bottega di famiglia al completo
La dinastia veneziana dei Vivarini è rappresentata qui da tutti e tre i suoi nomi, il che non capita spesso nemmeno a Venezia.
C’è Antonio, il capostipite, con una Madonna in trono fra i santi Benedetto e Scolastica e con gli scomparti di un polittico che veniva da Santa Maria Vetere ad Andria. C’è suo fratello Bartolomeo, il più prolifico e il più esportato, con un trittico firmato e con scomparti di altri polittici smembrati. E c’è Alvise, figlio di Antonio, con un San Pietro apostolo che gli è attribuito.
Che cosa si impara mettendo in fila tre generazioni della stessa bottega? Guardarli così permette di vedere una cosa che nei musei grandi si perde: come cambia una bottega nel giro di due generazioni. Antonio dipinge ancora su fondo oro con la figura piatta e frontale del tardogotico; Bartolomeo introduce il volume e i panneggi che stanno in piedi da soli; Alvise è già in un altro mondo, con l’aria che circola attorno alle figure.
Va detto anche che quasi tutti questi pezzi sono frammenti: pannelli di polittici smontati nell’Ottocento, venduti separatamente o rimasti nei depositi. Il museo li espone come sono, senza ricostruzioni fantasiose, ed è la scelta giusta.

Il San Pietro martire di Giovanni Bellini
È il quadro per cui si sale, e regge l’attesa.
Giovanni Bellini dipinse questa tavola per una chiesa di Monopoli, sulla costa a una quarantina di chilometri da Bari. Rappresenta san Pietro da Verona, il domenicano ucciso nel 1252 da un sicario che gli piantò una roncola nella testa: nell’iconografia il santo porta l’arma ancora conficcata nel cranio, e la porta con l’espressione tranquilla di chi non se ne è accorto.
È una convenzione che oggi fa un effetto quasi comico e che nel Quattrocento era leggibile in modo diretto: l’attributo identifica il santo, e il fatto che non gli faccia male dichiara che la morte è già stata vinta. Bellini la gestisce con la sobrietà di sempre, l’abito bianco e nero domenicano contro un cielo azzurro con nuvole basse, il libro in mano, i piedi in ombra.
La tavola è stata restaurata nel 2008, e la campagna ha prodotto un volume curato da Clara Gelao con i contributi dei tecnici che ci hanno lavorato. È il tipo di operazione che una pinacoteca provinciale fa raramente, e vale la pena registrarla.

I disegni sul retro della tavola
Che cosa si vede sul retro di una tavola del Quattrocento? È la cosa che questo museo ha e che quasi nessun museo può offrire.
Sul retro della tavola del Bellini, cioè sul legno grezzo che nessuno doveva vedere, ci sono dei disegni. Non schizzi preparatori del dipinto: figure autonome, tracciate a mano libera. Ci sono candelabre, cioè quei motivi ornamentali a girali verticali tipici della decorazione rinascimentale, e c’è una scena con un uomo e un cavallo.
Chi li abbia fatti e quando è materia di discussione fra gli specialisti, e non sarò io a risolverla. Quello che conta per un visitatore è l’esperienza: si sta guardando il rovescio di un oggetto, la parte destinata al muro, dove qualcuno in bottega ha disegnato per esercizio o per gioco su una superficie che considerava di scarto. È il retrobottega del Rinascimento, e normalmente sta a faccia in giù contro una parete.

Paris Bordon, e un santo di Uppsala in Puglia
Poco oltre c’è una grande pala di Paris Bordon, allievo di Tiziano, con la Madonna col Bambino in trono fra due santi.
I due santi sono la ragione per cui mi sono fermato. Uno è sant’Antonio da Padova, che in una chiesa pugliese non stupisce nessuno. L’altro è sant’Enrico di Uppsala, cioè il patrono della Finlandia, un vescovo inglese del XII secolo martirizzato sul ghiaccio di un lago finlandese.
Come sia finito su una pala d’altare della Terra di Bari è una domanda a cui non ho una risposta certa, e sospetto che la risposta stia nel nome di battesimo del committente più che in una devozione locale. Ma è il genere di stranezza che ripaga la visita a un museo di provincia: in un grande museo un santo insolito è uno dei tanti, qui è un indizio.

Tintoretto: san Rocco e gli appestati
Il pezzo veneziano più drammatico è un San Rocco fra gli appestati di Jacopo Tintoretto, ed è un quadro che chiede di essere guardato dal basso verso l’alto perché è così che è costruito.
In primo piano ci sono i corpi: malati distesi, membra abbandonate, panni. Sopra, in una luce diversa, il santo. Tintoretto tratta la peste come trattava tutto, cioè con una regia di luci violenta e con figure viste da angolazioni scomode, e il risultato è che la parte bassa del quadro è quasi illeggibile finché l’occhio non si abitua.
Chi conosce la Scuola Grande di San Rocco a Venezia riconosce immediatamente il repertorio. La differenza è che lì ti circondano cinquanta teleri e qui ne hai uno solo davanti, in una sala vuota, e si ha il tempo di guardarlo.

Boccati, e il banchetto di re Totila
C’è poi una tavola del 1473 di Giovanni Boccati, pittore marchigiano, dentro una cornice a tabernacolo dorata che vale quasi quanto il dipinto, e che racconta un episodio che a Bari significa qualcosa di preciso.
È il banchetto di re Totila, cioè un miracolo di san Sabino, il vescovo titolare della cattedrale. La scena si svolge in un interno: la tavola apparecchiata, i cortigiani, il re goto e il vescovo. La leggenda vuole che Totila, per mettere alla prova la fama di santità di Sabino, gli avesse fatto porgere un calice avvelenato, e che il vescovo lo bevesse senza danno.
Vale la pena vederla dopo essere stati in cattedrale, perché chiude un giro: nella cripta si è visto il reliquiario del santo, e qui si vede la storia per cui lo si venerava. In un museo di provincia le opere e i monumenti della città si spiegano a vicenda in un modo che a Firenze o a Roma non succede quasi mai.

Il Guercino, e il Seicento che arriva da Napoli
Con il Seicento la geografia dei rifornimenti cambia: la Puglia smette di comprare a Venezia e comincia a comprare a Napoli, che è la capitale del regno di cui fa parte.
Le sale seicentesche sono quindi napoletane: c’è Luca Giordano con più di un dipinto, c’è Francesco Solimena, ci sono i caravaggeschi di seconda generazione come Andrea Vaccaro e Pacecco De Rosa. È una sezione omogenea e ben rappresentativa di che cosa arrivava in provincia da una capitale che in quel secolo produceva pittura a ritmo industriale.
Fuori da questo schema sta un Matrimonio mistico di santa Caterina d’Alessandria del Guercino, che con Napoli non c’entra nulla: è emiliano, ed è il pezzo di maggior peso critico di tutta la sezione.

Corrado Giaquinto, il molfettese che dipinse per il re di Spagna
Il museo porta il suo nome dal 2002, e la maggior parte dei visitatori italiani non lo ha mai sentito nominare. Vale la pena rimediare, perché la sua è una carriera europea.
Corrado Giaquinto nacque a Molfetta l’8 febbraio 1703, a venticinque chilometri da qui, e morì a Napoli il 18 aprile 1766. Si formò a Napoli nell’orbita di Solimena, nel 1727 si trasferì a Roma, e da lì la sua reputazione lo portò due volte alla corte sabauda di Torino, nel 1733 e fra il 1735 e il 1739.
Poi arriva la chiamata che cambia tutto. Dal 1753 al 1761 Giaquinto è a Madrid come pittore di corte di Ferdinando VI, chiamato a succedere a Jacopo Amigoni, e affresca il Palazzo Reale appena costruito. Dopo di lui a Madrid arriveranno Anton Raphael Mengs e Giambattista Tiepolo: è la compagnia in cui si colloca.
In Pinacoteca ci sono sette sue opere, e il modo migliore di guardarle è cercarci il rococò romano applicato a soggetti locali. C’è un Trionfo di Giuseppe con la scenografia da grande decorazione, e c’è soprattutto un San Nicola salva i naufraghi che è il quadro che ho scelto per aprire questo articolo: il santo compare fra le nuvole sopra una barca in tempesta, e il pittore molfettese dipinge il patrono della città in cui il suo museo sarebbe nato duecento anni dopo.

L’Ottocento, e un processo dipinto nel 1882
Le sale dell’Ottocento sono più ricche di quanto ci si aspetti, e contengono un quadro che nei manuali di storia dell’arte italiana ha un posto suo.
È In corte d’Assise di Francesco Netti, del 1882. Netti era pugliese, di Santeramo in Colle, e dipinse un’aula di tribunale durante un processo: la giuria, il pubblico stipato nelle gallerie, l’imputata. Non c’è retorica, non c’è denuncia dichiarata, c’è una stanza piena di gente che guarda una donna. È verismo nel senso più asciutto del termine, e regge benissimo il confronto con quello che si faceva a Napoli e a Firenze negli stessi anni.
Accanto a Netti ci sono Giuseppe De Nittis, che era di Barletta e che sarebbe diventato una star a Parigi, Giovanni Boldini, Giovanni Fattori con un Ritorno della cavalleria del 1888, Pellizza da Volpedo, Zandomeneghi, Morbelli e Antonio Mancini. Il Novecento arriva fino a De Chirico e Morandi.

I presepi napoletani, che non sono un ripiego
L’ultima sezione è di arti decorative, e comprende una raccolta di pastori da presepe napoletano della seconda metà del Settecento.
Se pensi che sia il tipo di cosa che si guarda distrattamente uscendo, vale la pena fermarsi. Il presepe napoletano settecentesco non è arte popolare: è un genere di lusso, con figure a manichino snodabile, teste di terracotta modellate una per una da scultori professionisti, occhi di vetro e abiti di seta cuciti su misura. Le scene non sono devote ma di vita quotidiana: il fruttivendolo, il pezzente, le donne che chiacchierano, l’osteria.
È l’unica pittura di genere che il Settecento meridionale abbia prodotto in quantità, e sta in terracotta invece che su tela.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 2 settembre 2026 sul sito ufficiale della Pinacoteca. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di andare.
Biglietti. L’intero costa 5 euro e il ridotto 2. Il ridotto si applica alle categorie indicate dalla Pinacoteca, fra cui studenti universitari e AFAM, soci Coop e Touring, giornalisti, docenti accompagnatori e guide di gruppi. Entrano gratuitamente i minori di 18 anni, gli over 65, le persone con disabilità con il loro accompagnatore. L’ingresso è libero la prima domenica del mese, quando l’ultimo ingresso è alle 12.00. Le mostre temporanee sono comprese nel biglietto.
Orari. La Pinacoteca è chiusa il lunedì e nelle festività infrasettimanali. Da martedì a sabato apre dalle 9.00 alle 19.00 con ultimo ingresso alle 18.30; la domenica dalle 9.00 alle 13.00 con ultimo ingresso alle 12.30. La biglietteria chiude mezz’ora prima.
La domenica il museo chiude alle 13.00, non alle 19.00, ed è l’errore più facile da fare. Se hai solo la domenica, questa è la prima tappa della giornata e non l’ultima.
Dove si trova. Nel Palazzo della Provincia, via Spalato 19, sul lungomare Nazario Sauro, al quarto piano. Dal borgo antico sono dieci minuti a piedi verso sud lungo il mare.
Quanto tempo chiede. Due ore per le ventidue sale. Un’ora e un quarto se punti solo ai veneti, al Guercino e a Giaquinto, che è il taglio che consiglio a chi ha una mezza giornata.
Sull’affiliazione, per onestà. Nessun link a biglietti prenotabili in questa pagina. Il museo vende allo sportello, non ha code e costa cinque euro: qualunque intermediario sarebbe soltanto un passaggio in più.
Se stai costruendo l’itinerario, la Pinacoteca è la seconda tappa del secondo giorno di Cosa vedere a Bari in 2 giorni, dopo il Castello Svevo.
Crediti fotografici: capitello con leoni alati, opere di Antonio e Bartolomeo Vivarini, San Pietro martire di Bellini e i disegni sul suo retro, San Rocco di Tintoretto, banchetto di re Totila di Boccati, Matrimonio mistico del Guercino, Trionfo di Giuseppe e San Nicola salva i naufraghi di Giaquinto e presepe napoletano, fotografie di Sailko (CC BY-SA 4.0); pala di Paris Bordon e In corte d’Assise di Francesco Netti, pubblico dominio. Tutte da Wikimedia Commons.
