Per tredici anni la cattedrale di Matera è stata l’edificio che tutti fotografavano e nessuno poteva visitare. Ha riaperto nel marzo del 2016, e in molte guide stampate prima di allora la si trova ancora liquidata in due righe.
È un peccato, perché è il monumento che tiene insieme tutta la storia della città. Sta sulla Civita, lo sperone che separa il Sasso Caveoso dal Sasso Barisano, cioè nel punto più alto e più antico: da lassù i due rioni scendono ai suoi lati, e la cattedrale è letteralmente la ragione per cui sono due.
Dentro, il romanico pugliese della struttura è stato ricoperto dal barocco nel Seicento, e sotto il barocco sono riemersi affreschi che nessuno si aspettava. È una stratificazione, non un edificio.
Tredici anni di chiusura, e una data scolpita
Che cosa ha tenuto chiusa per tredici anni la chiesa madre di una città? Due crolli. Il primo nel 2003, il secondo nel 2006: la chiesa venne chiusa per ragioni di sicurezza e riaprì solo dopo il consolidamento sismico e il restauro completo, il 5 marzo 2016.
Chi ha visitato Matera prima di quella data ricorda le gru davanti alla facciata, che rovinavano il panorama più fotografato della città dal belvedere di piazza Vittorio Veneto. Oggi non ci sono più.

La data di nascita, invece, è scritta sul muro. Un’iscrizione dentro la chiesa dice mille ducenteni erat annus septuagenus dum fuit completa domus spectamine leta, cioè che era l’anno 1270 quando questa casa fu completata, lieta a vedersi. I lavori erano cominciati nel 1230, per volere di Federico II di Svevia: quarant’anni di cantiere, che per una cattedrale medievale sono pochi.
La facciata e il rosone a sedici raggi
La facciata guarda a est, verso una piazzetta stretta, e va vista da vicino perché è tutta nei dettagli.

Il pezzo forte è il rosone a sedici raggi, affiancato da quattro colonnine e sormontato dall’arcangelo Michele che schiaccia il drago. Dal timpano scendono dodici colonne pensili, che poggiano su telamoni. Quattro e dodici non sono numeri a caso: sono gli evangelisti e gli apostoli. E nemmeno sedici lo è, perché il rosone medievale si legge come ruota della vita, che gira e alterna chi sale a chi scende.
Accanto si alza il campanile, alto 52 metri, a pianta quadrata e diviso in quattro ordini di aperture che si allargano salendo. È la sagoma che riconosci in ogni fotografia di Matera scattata dalla Murgia, e insieme al rosone dice l’appartenenza dell’edificio: siamo dentro il romanico pugliese, la stessa famiglia della basilica di San Nicola a Bari e della cattedrale di Ruvo di Puglia, con l’aggiunta di qualche accento arabo e bizantino che qui si vede negli intrecci dei portali laterali.
Il barocco che ha coperto il romanico
Si entra aspettando una chiesa romanica e si trova una chiesa d’oro. Il contrasto è brutale, e non è un difetto: è la storia dell’edificio.

Fra il Seicento e il Settecento l’interno è stato completamente rivestito: soffitto a cassettoni dorato, altari di marmi policromi, stucchi, tele. Le colonne romaniche con i loro capitelli sono ancora lì, ma la percezione dello spazio è quella di una chiesa barocca meridionale.
Il restauro seguito ai crolli ha fatto una cosa che nessuno aveva previsto: togliendo strati e spostando strutture ha rimesso in luce le pitture medievali che il rivestimento seicentesco aveva coperto e, involontariamente, protetto. Le due epoche adesso convivono a vista, e la visita consiste soprattutto nel cercare la più antica dentro la più recente.
La Madonna della Bruna e il maestro che porta il suo nome
L’immagine più importante della cattedrale non è un quadro d’altare: è un affresco del 1270, la Madonna della Bruna, cioè la patrona della città.
La festa che le è dedicata, il 2 luglio, è il giorno in cui Matera si ferma davvero, con il carro trionfale di cartapesta che viene portato in processione e poi smontato pezzo per pezzo dalla folla. Se capiti in città quel giorno, tieni presente che tutti i siti del circuito rupestre restano chiusi.
L’affresco è attribuito a un pittore anonimo che la critica chiama, proprio a partire da quest’opera, Maestro della Bruna. La stessa mano ha dipinto la Madonna del Latte che si trova a poche centinaia di metri, dentro la chiesa rupestre di Santa Lucia alle Malve: una nella chiesa madre, l’altra in una grotta, negli stessi anni. Alcune schede attribuiscono la Bruna a Rinaldo da Taranto, l’autore del Giudizio Universale della stessa cattedrale, e le due letture circolano entrambe.
Il Giudizio Universale e il coro del 1453
Fra le pitture riemerse, la più impegnativa è un Giudizio Universale attribuito a Rinaldo da Taranto, che la scheda della cattedrale data alla fine del Duecento e altre fonti al Trecento.
È un soggetto che serve a organizzare la paura, e va guardato per fasce: in alto il giudice, in mezzo la separazione, in basso la sorte dei dannati. Vale la pena fermarcisi, perché di pittura murale medievale di questa qualità in Basilicata ne resta pochissima.
L’altra opera che chiede tempo è il coro ligneo del 1453, sessanta stalli di noce massiccio intagliati da Giovanni Tantino di Ariano Irpino con storie sacre, figure allegoriche e animali. Il repertorio zoomorfo dei cori medievali non è un riempitivo decorativo: ogni bestia ha un significato codificato, e chi cantava lì dentro lo sapeva leggere come noi leggiamo un segnale stradale.
Il presepe di pietra di Altobello Persio
Nella navata di sinistra si apre una cappella che da sola giustifica il biglietto.

Il presepe in pietra, scolpito fra il 1530 e il 1534 da Altobello Persio insieme a Sannazzaro di Alessano, non è un presepe come lo intendiamo noi. È un rilievo che occupa la parete intera, con la Natività dentro una grotta, il gregge, i pastori, le architetture di una città turrita e i Magi che arrivano dall’alto: una scena continua, in cui il tempo scorre da un punto all’altro della stessa superficie.
Perché la Natività è scolpita dentro una grotta invece che sotto una capanna? Perché a Matera, nel 1534, in una grotta ci si nasceva davvero. La cavità di roccia non è un espediente iconografico generico ma il modo in cui questa comunità si figurava una nascita al riparo, e la scelta di Persio dice più di qualsiasi pannello sul rapporto fra la chiesa madre e i rioni che le scendono ai lati. Attorno restano frammenti di affreschi duecenteschi, e l’insieme è la cosa più materana che la cattedrale contenga.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 6 settembre 2026 sulle schede di Oltre l’Arte, gestore del percorso culturale, incrociate con quelle di isassidimatera.com. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. Il percorso culturale costa 3,50 euro ed è cumulativo: comprende la visita alla cattedrale e l’ingresso al MATA, il Museo diocesano di Matera, che si apre dietro l’abside, su via Riscatto. Chi entra accompagnato da una guida turistica abilitata paga 1 euro.
Gratuità. L’ingresso è gratuito per il clero, per le persone con disabilità, per i bambini fino a 10 anni, per le guide abilitate, per i giornalisti e per i soci ICOM.
Orari. Il percorso culturale con il MATA apre tutti i giorni 9.00-19.00. Gli orari cambiano in occasione delle funzioni religiose, che hanno la precedenza su tutto.
Che cosa c’è nel MATA. Il Museo diocesano è stato inaugurato nel 2011 dentro gli ambienti restaurati dell’ex seminario del 1906 e si sviluppa su tre grandi sale, con arredi e argenteria sacra del tesoro della cattedrale e della chiesa di Santa Chiara, databili fra l’XI e il XIX secolo.
Come arrivare. La cattedrale sorge in piazza Duomo, sulla Civita, a dieci minuti a piedi in salita da piazza Vittorio Veneto. Chi ha difficoltà motorie entra da via Riscatto, dal lato del Museo diocesano.
Quanto tempo chiede. La cattedrale da sola chiede quaranta minuti, se cerchi davvero le pitture riemerse e il coro. Con il MATA, un’ora e mezza.
Attenzione: questa è una chiesa in uso, non una sala espositiva. Il 2 luglio, festa della Madonna della Bruna, la città è in festa e l’accesso è regolato dagli eventi.
Perché vale la salita
La cattedrale di Matera non è il monumento per cui si viene qui, e questo la rende una delle poche visite di Matera che si fanno senza fila.
Il motivo per farla è che spiega la città meglio dei belvedere: un edificio romanico messo nel punto più alto per governare due rioni scavati, ricoperto d’oro quando la povertà del posto era già proverbiale, e sotto quell’oro un Duecento che è tornato a vedersi solo grazie a due crolli.
Per il resto, la mia guida su cosa visitare a Matera mette in fila le tappe principali, le chiese scavate sono nell’articolo sulle chiese rupestri e il Parco della Murgia, e sotto la piazza dove si compra il biglietto c’è il Palombaro Lungo.
Fotografie: il fianco della cattedrale e l’iscrizione del 1270 di Diego Baglieri, la facciata e la navata di Holger Uwe Schmitt, il presepe di Persio di Enric, tutte CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.
