La Pinacoteca Nazionale di Bologna è un museo che si visita male se lo si attraversa in ordine. Le sale seguono la cronologia, dal Duecento al Settecento, e nel mezzo ci sono decine di pale d’altare grandissime che si assomigliano molto: se non sai cosa cercare, esci ricordando la stanchezza.
Se invece sai cosa cercare, in quattro sale trovi un Giotto firmato, il Raffaello che ha cambiato la storia del ritratto sacro, l’invenzione del paesaggio moderno e uno dei quadri più insopportabili del Seicento italiano, nel senso migliore del termine.
Questo articolo elenca le opere che cercherei io. I dati pratici sono in fondo, e la prima cosa da sapere è che il museo chiude il lunedì.
Come è fatto il museo, e cosa è chiuso
La Pinacoteca sta in via delle Belle Arti, dentro l’ex noviziato dei gesuiti, accanto all’Accademia di Belle Arti. Nasce nel 1762 dalla raccolta dell’Istituto delle Scienze e si ingrossa nell’Ottocento con le opere delle chiese e dei conventi soppressi: per questo la collezione è quasi tutta emiliana e quasi tutta di soggetto religioso, e per questo le pale sono enormi. Non erano quadri da collezione, erano altari.
Attenzione: Palazzo Pepoli Campogrande, la sede distaccata che ospita la sezione del Settecento e le collezioni Zambeccari, è chiusa per riqualificazione dal 1° luglio 2024 e al 1° settembre 2026 non ha riaperto. Se cerchi i Gandolfi o le vedute settecentesche, non sono visibili.
Il percorso principale, in via delle Belle Arti, è invece regolarmente aperto.

L’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, sala 15
È l’opera per cui il museo esiste nell’immaginario, e c’è una notizia da dare prima di tutto: è tornata il 14 luglio 2026 dopo quattro mesi al Metropolitan Museum di New York, dove era la protagonista della mostra Raphael: Sublime Poetry. Sta di nuovo nella sala 15, al suo posto. Se leggi altrove che è in prestito, quell’informazione è vecchia di mesi.
Raffaello la dipinse per la cappella di Elena Duglioli dall’Olio in San Giovanni in Monte, e la datazione la critica la colloca intorno al 1514, forse un anno o due più tardi. È una tavola che fa una cosa strana per una pala d’altare: non racconta un episodio.
Santa Cecilia sta in piedi al centro, con quattro santi attorno, e tiene in mano un organo portativo che le sta scivolando dalle dita. Ai suoi piedi, per terra, ci sono strumenti musicali rotti e abbandonati: una viola con le corde spezzate, tamburelli, flauti. Cecilia ha la testa rovesciata verso l’alto e ascolta un coro di angeli che si vede in cielo. Il significato è dichiarato dagli oggetti: la musica terrena è cascata a terra perché quella celeste l’ha resa inutile.
La cosa da guardare da vicino, e per cui vale la pena avvicinarsi, sono gli strumenti in basso. Sono dipinti con una precisione da natura morta insolita per l’epoca, e ogni superficie ha una consistenza diversa: la pelle tesa del tamburello, il legno lucido della viola, l’ottone. L’esecuzione del gruppo la attribuisce a Giovanni da Udine già Vasari, che nella bottega di Raffaello era lo specialista di questo genere di dettagli; la critica moderna ha proposto anche un intervento di Giulio Romano.


Il Polittico di Bologna di Giotto, e la firma sul gradino
Nelle sale del Trecento sta l’unica opera di Giotto rimasta a Bologna, ed è anche una delle poche che porta il suo nome.
Il polittico fu dipinto intorno al 1330 per la chiesa di Santa Maria degli Angeli, e ha cinque pannelli: la Madonna in trono con il Bambino al centro, e ai lati gli arcangeli Michele e Gabriele con i santi Pietro e Paolo. È un lavoro tardo, della fase in cui Giotto aveva una bottega grande e lavorava su commissione in mezza Italia.
La cosa da cercare è sul gradino del trono, in basso al centro: c’è l’iscrizione OPUS MAGISTRI IOCTI DE FLORENTIA. Le opere firmate di Giotto si contano sulle dita di una mano, e questa è una di quelle. Non è una firma d’artista nel senso moderno: è la garanzia di bottega, il marchio che diceva al committente che il lavoro veniva da lì.
Sulla pittura: la Madonna ha il volume solido e il panneggio pesante che hanno reso Giotto quello che è, ma i fondi oro e l’impianto a scomparti sono ancora quelli della tradizione. È l’opera di un innovatore che sta lavorando dentro un formato conservatore, e la tensione fra le due cose si vede.
Ne ho scritto anche nella biografia di Giotto, se ti interessa capire dove sta questo polittico nel suo percorso.


I Carracci, e l’invenzione del paesaggio come soggetto
Nelle sale del Cinquecento tardo si arriva alla ragione per cui Bologna conta nella storia della pittura europea. Nel 1582 tre cugini, Ludovico, Agostino e Annibale Carracci, aprirono una scuola che chiamarono Accademia degli Incamminati, e da lì è uscito il modo in cui si è dipinto in Italia per il secolo successivo.
Quello che facevano è più radicale di quanto suoni: disegnavano dal vero. In un momento in cui la pittura era diventata un esercizio di citazione da Michelangelo e da Raffaello, i Carracci rimisero il modello vivo nello studio e la natura fuori dalla finestra.
L’opera da cercare, se ti interessa la storia dei generi, è il Paesaggio fluviale con cacciatore di Annibale. È una tela in cui non succede quasi niente: un fiume, una barca, un uomo con un cane, e la luce del pomeriggio su una collina. Nel 1600 un quadro così non aveva un mercato, perché il paesaggio era ancora considerato uno sfondo. Annibale lo dipinge come se fosse il soggetto, e centocinquant’anni dopo l’Europa intera dipingerà in quel modo.

La Strage degli innocenti di Guido Reni
Guido Reni ha la reputazione del pittore dolce, quello delle Madonne con gli occhi al cielo. Questo quadro, dipinto intorno al 1611, serve a smontarla.
La Strage degli innocenti mostra due sicari con i coltelli alzati e un gruppo di madri, e Reni fa una scelta di regia precisa: congela l’azione un istante prima del colpo. Nessun bambino è ancora stato ucciso nella parte alta della tela; a terra ce ne sono due, già morti, e il contrasto fra le due zone fa il lavoro. In alto due angeli scendono con le palme del martirio, che è il modo in cui la pittura della Controriforma dichiarava il senso teologico di quello che stai guardando.
La cosa che disturba, e che è voluta, è la bellezza. I volti delle madri urlanti sono composti secondo i canoni classici, i colori sono limpidi, i panneggi sono impeccabili. Reni sta dipingendo un massacro con la grammatica dell’armonia, e l’effetto è più freddo e più duro di qualunque realismo.
Una curiosità: il quadro fu dipinto per una cappella della chiesa di San Domenico a Bologna, e ci restò due secoli. Arrivò in Pinacoteca con le soppressioni napoleoniche, cioè con lo stesso movimento che ha riempito questo museo.

Lavinia Fontana, la prima pittrice con una bottega propria
C’è un nome che a Bologna va cercato di proposito, perché la storia dell’arte l’ha tenuto ai margini per tre secoli.
Lavinia Fontana nacque a Bologna nel 1552, figlia del pittore Prospero, e fu la prima donna in Europa a gestire una bottega professionale a proprio nome, mantenendo con la pittura una famiglia di undici figli. Dipinse ritratti per l’aristocrazia bolognese e romana, pale d’altare pubbliche, e fu chiamata a Roma da papa Clemente VIII.
In Pinacoteca il pezzo più toccante è un piccolo dipinto degli anni Ottanta del Cinquecento, un bambino addormentato in una culla. Non è una committenza pubblica ed è probabilmente un ritratto privato, forse funerario, di uno dei suoi figli morti in fasce. È dipinto con una attenzione che non ha niente di celebrativo.
Alla sua vita ho dedicato un articolo a parte: Lavinia Fontana, una pittrice alla corte dei papi.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 1° settembre 2026 sul sito ufficiale pinacotecabologna.cultura.gov.it. Il dominio è cambiato: il vecchio indirizzo pinacotecabologna.beniculturali.it non funziona più, quindi se trovi link a quello sono vecchi.
Biglietti. Il biglietto intero costa 12 euro. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai cittadini dell’Unione europea fra 18 e 25 anni. L’ingresso è gratuito sotto i 18 anni, per i titolari della Bologna Welcome Card e per i soci della Società di Santa Cecilia.
Orari. Il museo è aperto dal martedì alla domenica e nei festivi dalle 9.00 alle 19.00, con ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura. È chiuso il lunedì, e questo è il vincolo che decide quando venirci: il lunedì a Bologna chiude anche il complesso di Santo Stefano.
Gratuità. L’ingresso è gratuito per i minori di 18 anni e per tutti la prima domenica di ogni mese.

Come arrivare. Via delle Belle Arti 56, nel quartiere universitario, a dieci minuti a piedi da piazza Maggiore e a quindici dalla stazione centrale. Tutto il percorso dalla stazione è porticato.
Quanto tempo. Il percorso principale richiede almeno due ore. Se ti interessano solo le cinque opere di questo articolo, un’ora e mezza basta.
Un difetto, per onestà. Il museo è grande e la successione delle pale d’altare è faticosa: senza un piano si arriva alle sale del Seicento già stanchi, e i Carracci e Reni stanno in fondo. Se hai poco tempo, comincia dalla fine e risali.
Sulle code. Non ce ne sono. La Pinacoteca è uno dei grandi musei italiani in cui si entra sempre subito, e per questo in questo articolo non trovi link a biglietti da prenotare: non servono.
Se stai costruendo un itinerario più ampio, la Pinacoteca è la tappa della prima giornata in Cosa vedere a Bologna in 2 giorni. Per l’altra grande tappa d’arte del centro, dove sta la scultura invece della pittura, c’è il Compianto di Niccolò dell’Arca, e per l’architettura c’è la basilica di San Petronio.
Crediti fotografici: Estasi di Santa Cecilia, Polittico di Giotto e Bambino in una culla di MarkPagl e Mongolo1984, sala dei Carracci di Nicola Quirico, Paesaggio fluviale di Annibale Carracci (CC BY-SA 4.0); Strage degli innocenti di Guido Reni, riproduzione di pubblico dominio. Tutte da Wikimedia Commons.