Bologna è la città italiana in cui si cammina meglio quando piove: i suoi portici misurano 62 chilometri, 42 dei quali nel solo centro storico, e dal 2021 sono patrimonio UNESCO. Qui un itinerario di due giorni non si organizza intorno al bel tempo, come altrove, ma intorno agli orari.
E intorno a una notizia che molte guide non riportano ancora: le due torri, simbolo della città, non si salgono. La Garisenda è chiusa al pubblico dal 2023, e la Torre degli Asinelli lo è anch’essa per il cantiere che la circonda, con lavori previsti fino al 2028. Se venivi a Bologna per quella salita, meglio saperlo prima di comprare il biglietto del treno.
Questa guida tiene il centro nel primo giorno e la collina nel secondo, dove c’è il portico più lungo del mondo. Tutti i dati pratici sono in fondo, in un solo punto, con la data in cui li ho verificati.
E a che cosa serviva la linea di marmo lunga 67 metri che attraversa il pavimento di San Petronio?
Il lunedì, e le due torri: i due vincoli da conoscere prima
Che cosa decide il calendario di due giorni a Bologna? Il lunedì chiudono insieme la Pinacoteca Nazionale e il complesso di Santo Stefano, cioè due delle tappe di questo itinerario. San Petronio, Santa Maria della Vita e San Luca aprono tutti i giorni.
Perché non si sale più sulle due torri? Il secondo vincolo è il cantiere delle torri, , un pezzo di storia dell’arte in diretta. La Garisenda pende di più della torre di Pisa e nel 2023 ha cominciato a oscillare in modo anomalo: il Comune l’ha transennata, poi ha finanziato un intervento da cinque milioni e mezzo più quattro della Regione. Il cantiere installa in questi mesi i tralicci delle cosiddette «macchine di Pisa», che tireranno la torre con cavi d’acciaio mentre nel sottosuolo si iniettano malte per consolidare le fondazioni. La struttura è dichiarata stabile e senza rischio di crollo.
Se il panorama dall’alto è il motivo per cui volevi salire, l’alternativa che la città stessa indica è la Torre dell’Orologio di Palazzo d’Accursio, in piazza Maggiore. Non è la stessa cosa e nessuno finge che lo sia, ma il giro d’orizzonte c’è. L’ingresso alla Torre dell’Orologio con le Collezioni Comunali d’Arte si prenota anche online, con audioguida in italiano e una degustazione di prodotti locali.

Giorno 1, mattina: piazza Maggiore e San Petronio
Si comincia da piazza Maggiore, che è una piazza di mattoni e non di marmo, e questo dice già molto su come Bologna ha costruito la propria immagine. Attorno stanno Palazzo d’Accursio, il Palazzo del Podestà con la Torre dell’Arengo, il Palazzo dei Notai e, sul lato lungo, la basilica di San Petronio.
San Petronio è la chiesa gotica in mattoni più grande del mondo, e la sua facciata è incompiuta: il rivestimento in marmo si interrompe a un terzo di altezza, e sopra resta il laterizio nudo. Non è un cantiere fermato ieri, è un cantiere fermato nel Cinquecento, e la ragione per cui si è fermato è la parte interessante della storia.
Dentro c’è una cosa che nessun altro edificio religioso italiano ha in questa forma: la meridiana di Giovanni Domenico Cassini, tracciata nel 1655, lunga 67 metri sul pavimento della navata sinistra. Non è un ornamento, è uno strumento astronomico, e serviva a misurare la durata dell’anno.
Alla basilica ho dedicato un articolo a parte, perché la facciata e la meridiana meritano di essere guardate sapendo cosa cercare: la trovi in Basilica di San Petronio.

Giorno 1: la Pinacoteca Nazionale, e perché ci si va
La Pinacoteca sta in via delle Belle Arti, nella zona universitaria, a dieci minuti da piazza Maggiore. È il museo che racconta cinque secoli di pittura emiliana, e ha tre ragioni per esistere nel tuo itinerario.
La prima è l’Estasi di Santa Cecilia di Raffaello, dipinta intorno al 1514 per una cappella bolognese. È nella sala 15, al suo posto: se hai letto altrove che è in prestito, quell’informazione va ricontrollata.
La seconda è il Polittico di Bologna di Giotto, uno dei pochi lavori firmati del maestro e l’unica sua opera rimasta in città. La terza sono i Carracci, che a Bologna hanno inventato l’accademia moderna, e Guido Reni, la cui Strage degli innocenti è uno dei quadri più violenti del Seicento italiano.
Quali opere cercare e in che sala stanno l’ho messo in Pinacoteca Nazionale di Bologna: le opere da cercare.

Giorno 1, pomeriggio: il Compianto di Niccolò dell’Arca
In via Clavature, a due passi da piazza Maggiore, c’è una chiesa che si chiama Santa Maria della Vita e che quasi tutti passano senza entrare. Dentro sta uno dei gruppi scultorei più violenti del Quattrocento italiano: il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, sette figure in terracotta a grandezza naturale, modellate intorno al 1463.
Che cosa può avere di sorprendente un gruppo di statue in terracotta? La cosa che non ti aspetti è il rumore. Le tre Marie non piangono in silenzio come nella tradizione: hanno la bocca aperta, e la Maddalena arriva di corsa da destra con il velo che le si strappa indietro nell’aria, un urlo scolpito in argilla. Gabriele d’Annunzio la chiamò «l’urlo di pietra», e per una volta la definizione da poeta è precisa.
Ne ho scritto in Il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca.

Giorno 1, chiusura: Santo Stefano e le Sette Chiese
Il primo giorno si chiude camminando verso est, in una piazza triangolare in salita che è la più bella di Bologna, e in fondo alla quale non c’è una chiesa ma sette.
Il complesso di Santo Stefano è una stratificazione di edifici costruiti fra il V e il XIII secolo e collegati fra loro: la chiesa del Crocifisso, il Santo Sepolcro con l’edicola che imita quella di Gerusalemme, i santi Vitale e Agricola, il cortile di Pilato con il suo catino di pietra al centro, la Trinità, il chiostro medievale. Si entra gratuitamente e si esce senza sapere bene quante chiese si siano attraversate, che è esattamente l’effetto che il complesso ha sempre avuto.
Il dettaglio da cercare è nel cortile: la vasca al centro non è il catino in cui Pilato si lavò le mani, come vuole il nome, ed è invece un manufatto longobardo dell’VIII secolo. Ne ho scritto in Santo Stefano e le Sette Chiese.

Giorno 2: il portico di San Luca, le arcate che tutti chiamano 666
Il secondo giorno esce dal centro e sale, e la salita è il pezzo forte del viaggio.
Dal portico di Meloncello parte il portico di San Luca: 489 gradini, quindici cappelle e circa trecento metri di dislivello, tutto al coperto, su un percorso di circa 3.600 metri. Le arcate sono tradizionalmente 666, anche se il Comune stesso scrive che il numero reale è «leggermente inferiore (dipende da come vengono conteggiate)». È il portico più lungo del mondo, fu costruito fra Seicento e Settecento con il denaro dei cittadini bolognesi, e serviva a proteggere la processione che ogni anno portava in città l’icona della Madonna.
In cima c’è il santuario della Madonna di San Luca, con la sua cupola salibile, e da lassù si vede la pianura fino agli Appennini. L’ingresso è gratuito, la salita si fa in un’ora abbondante di passo tranquillo, e per chi non vuole camminare c’è un servizio navetta, il San Luca Express, la linea turistica che sale fino al santuario. Puoi prenotarla con il biglietto combinato Bologna Open Bus e San Luca Express, che comprende anche il giro della città in autobus con audioguida.
È la tappa che, oggi che le torri sono chiuse, restituisce a Bologna il suo punto di vista dall’alto. Ne ho scritto in Santuario di San Luca e il portico tradizionalmente detto dei 666 archi.

I portici, che non sono un dettaglio di contorno
Quello che si attraversa per andare da una tappa all’altra merita un paragrafo, perché a Bologna è patrimonio dell’umanità.
I portici nascono nel Medioevo da un abuso edilizio tollerato: la città universitaria aveva bisogno di alloggi, i proprietari cominciarono ad ampliare i piani superiori sporgendoli sulla strada, e il Comune, invece di proibirlo, nel 1288 lo rese obbligatorio e ne fissò l’altezza minima a sette piedi bolognesi, abbastanza perché passasse un uomo a cavallo. Il risultato è una città in cui le strade sono porticate per 62 chilometri.
Da guardare, camminando: i portici lignei di via Marsala e di Strada Maggiore, che sono i più antichi e mostrano la struttura originale in legno; e quelli di via Farini e del Pavaglione, ottocenteschi e monumentali, dove il portico diventa architettura di rappresentanza.


Cosa non fare
Tre errori che costano tempo o una tappa intera.
Mettere Pinacoteca e Santo Stefano di lunedì. Chiudono entrambe, e sono le due tappe che il lunedì cancella insieme. Se hai solo il lunedì e un altro giorno, tieni il lunedì per San Petronio, il Compianto e San Luca, che aprono comunque.
Contare sulla salita alle torri. Non si sale fino al 2028, e non è una chiusura temporanea di quelle che si riaprono in un mese: è un cantiere strutturale con una scadenza dichiarata.
Fare San Luca nel pomeriggio d’estate. Il portico è coperto e quindi in ombra, ma sono trecento metri di dislivello e la salita a metà pomeriggio in luglio è una fatica evitabile. La mattina presto è il momento giusto, anche per la luce sulla pianura.

Se hai mezza giornata in più
Tre direzioni, in ordine di quanto le consiglio.
L’Archiginnasio, in piazza Galvani dietro San Petronio, è stata la prima sede unitaria dell’Università e conserva il Teatro Anatomico in legno di abete, dove si facevano le dissezioni pubbliche, e la Sala dello Stabat Mater. Costa tre euro e sta a due minuti dal centro.
La basilica di San Domenico custodisce l’Arca di San Domenico, una cassa marmorea a cui hanno lavorato Nicola Pisano nel Duecento, Niccolò dell’Arca nel Quattrocento, che da quest’opera prende il nome con cui lo conosciamo, e un Michelangelo di diciannove anni, che ne scolpì tre statuette. L’ingresso è gratuito.
Se invece preferisci uscire dalla città, l’Emilia-Romagna ha Ravenna e i suoi mosaici a un’ora di treno, e il Tempio Malatestiano di Rimini poco oltre.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 1° settembre 2026 sui siti ufficiali dei singoli monumenti. Prezzi e orari cambiano: prima di partire ricontrolla almeno la Pinacoteca e Santo Stefano, che sono le due tappe con un giorno di chiusura.

Buona visita, e se piove non aprire l’ombrello: qui non serve quasi mai.
Crediti fotografici: piazza Maggiore e complesso di Santo Stefano di Vanni Lazzari (CC BY-SA 4.0); le due torri di Fred Romero (CC BY 2.0); San Petronio di GiorgioGaleotti, polittico di Giotto di Nicola Quirico, portici di via Farini di Maddalena Osnato e santuario di San Luca di Syrio (CC BY-SA 4.0); Compianto di Velvet, teatro anatomico di Palickap, finestrella di via Piella di Marcamps e panorama dal colle della Guardia di Puscas Vadim (CC BY-SA 4.0). Tutte da Wikimedia Commons.