I bolognesi lo chiamano «le Sette Chiese», e la prima cosa che si scopre entrando è che non sono sette. Sono state di più, poi di meno, e oggi ne si attraversano quattro o cinque a seconda di come si contano gli ambienti: il numero è una tradizione, non un inventario.

Ma è una tradizione che dice una cosa giusta. Santo Stefano non è una chiesa con delle cappelle: è un gruppo di edifici costruiti in momenti diversi fra il V e il XIII secolo, mai demoliti l’uno per fare posto all’altro, e a un certo punto collegati fra loro con delle porte. Si entra da una facciata e si esce da un cortile di ottocento anni prima.

L’ingresso è gratuito. Il complesso è chiuso il lunedì, e questo è il vincolo da conoscere: a Bologna il lunedì chiude anche la Pinacoteca.

Perché qui, e cosa c’era prima

Il complesso sta su una piazza triangolare in salita, che è la più bella di Bologna e una delle poche italiane con quella forma, e sotto la piazza c’era un tempio romano dedicato a Iside.

La tradizione attribuisce la fondazione a san Petronio, vescovo di Bologna nel V secolo, che secondo le fonti volle costruire qui una riproduzione dei luoghi santi di Gerusalemme. È il motivo per cui il complesso si chiama anche Sancta Jerusalem, e per cui gli ambienti hanno i nomi che hanno: il Santo Sepolcro, il cortile di Pilato, il Golgota. Non era un vezzo: nel V secolo il pellegrinaggio in Terra Santa era per pochissimi, e le città costruivano surrogati praticabili.

Quello che si vede oggi è però in gran parte romanico dei secoli XI e XII, rifatto dai benedettini, con interventi successivi e un restauro pesante fra Ottocento e Novecento che ha cercato di riportare tutto a un aspetto medievale ipotetico. Vale la pena saperlo: quando una cosa qui sembra troppo netta, di solito è del 1900.

le facciate del complesso di santo stefano a bologna sulla piazza triangolare

Il Santo Sepolcro, e l’edicola che imita Gerusalemme

L’ambiente centrale, e quello per cui il complesso esiste, è la chiesa del Santo Sepolcro: un vano a pianta ottagonale, in mattoni, con dodici colonne di spoglio, alcune delle quali provengono dal tempio romano che stava qui prima.

Al centro sta un’edicola che riproduce, in forma libera, il sepolcro di Cristo a Gerusalemme. Ci si gira attorno come si girava attorno all’originale, e dentro sono conservate le reliquie di san Petronio.

La cosa da guardare è il pulpito sul fianco dell’edicola, un piccolo pergamo di pietra addossato al monumento: serviva alla lettura del Vangelo della resurrezione nella notte di Pasqua, esattamente nel punto in cui la resurrezione era topograficamente rappresentata. È l’architettura che fa da scenografia alla liturgia, e in Italia non ci sono molti casi così espliciti.

Una curiosità: il numero delle colonne interne, dodici, non è un caso costruttivo. Sono gli apostoli, e il vano ottagonale è la forma che il primo cristianesimo dava ai battisteri e ai mausolei, cioè ai luoghi dove si muore e si rinasce.

l edicola del santo sepolcro nel complesso di santo stefano a bologna, con la tomba di san petronio

Il cortile di Pilato, e il catino longobardo

Uscendo dal Santo Sepolcro si arriva in un cortile porticato in mattoni, con al centro una grande vasca di pietra su un piedistallo. Il cortile si chiama cortile di Pilato, e la vasca ha per otto secoli avuto un nome: il catino in cui Pilato si lavò le mani.

Non lo è. La vasca è un manufatto longobardo dell’VIII secolo, e porta un’iscrizione con i nomi dei re Liutprando e Ilprando: fu donata al monastero intorno al 737. È quindi un pezzo di scultura altomedievale di prima grandezza, che vale molto più della leggenda che gli è stata appiccicata addosso, e che si può leggere ancora, girandoci intorno.

Sul portico attorno, guarda i capitelli: sono un campionario di scultura romanica in cui compaiono animali, intrecci e figure, e nessuno è uguale a un altro. E in un angolo del cortile c’è il gallo di pietra, che ricorda il rinnegamento di Pietro: il cortile, nella logica della Sancta Jerusalem, è il luogo del processo.

il cortile di pilato nel complesso di santo stefano a bologna, con il portico romanico

il catino longobardo dell ottavo secolo al centro del cortile di pilato a bologna

Il Crocifisso, i santi Vitale e Agricola, la Trinità

Le altre chiese si attraversano in fila, e ognuna appartiene a un’epoca diversa.

La chiesa del Crocifisso è quella da cui si entra, romanica dell’XI secolo, con il presbiterio rialzato su una cripta e un Compianto in terracotta del Cinquecento, opera di Angelo Piò, che vale una sosta se sei diretto anche a Santa Maria della Vita: sono due gruppi di terracotta bolognesi a un secolo di distanza, e il confronto è istruttivo.

La chiesa dei santi Vitale e Agricola è la più antica del complesso, e si riconosce a occhio: le sue murature riusano materiale romano, e i due sarcofagi ai lati dell’altare sono paleocristiani. È una chiesa che sembra povera e non lo è, e va guardata come si guarda un edificio a Ravenna, cioè cercando i pezzi di reimpiego.

La chiesa della Trinità, o del Martyrium, chiude il percorso ed è la più rimaneggiata: doveva essere una grande basilica a cinque navate, rimasta incompiuta, che nel Duecento fu ridotta a un ambiente più piccolo. È anche la sala che ospita il museo del complesso, con le opere staccate dalle chiese.

l interno della chiesa dei santi vitale e agricola nel complesso di santo stefano a bologna

Il chiostro medievale, e le teste dei capitelli

L’ultimo ambiente è il chiostro benedettino, su due piani, con la loggia inferiore dell’XI secolo e quella superiore del XII.

È il punto in cui conviene fermarsi e alzare la testa, perché i capitelli del piano superiore sono decorati con una serie di figure umane grottesche: teste con la bocca spalancata, corpi contorti, esseri a metà fra uomo e animale. La lettura tradizionale è che rappresentino i vizi e i tormenti, messi lì a monito dei monaci che passavano; ma c’è anche l’ipotesi, meno edificante e più probabile, che siano semplicemente il repertorio dello scalpellino.

Sotto il portico, sulle pareti, sono murate le lapidi dei caduti bolognesi delle due guerre. È una stratificazione in più, e la più recente.

il chiostro medievale del complesso di santo stefano a bologna

Informazioni pratiche

Dati verificati il 1° settembre 2026 sul sito ufficiale santostefanobologna.it, che dichiara gli orari aggiornati al 2 agosto 2026. Il complesso è retto dai frati minori e le celebrazioni hanno la precedenza sulla visita: gli orari possono cambiare.

Biglietti. L’ingresso a tutti gli ambienti visitabili è gratuito. La basilica chiede un’offerta libera per la manutenzione.

Orari. Le visite turistiche si svolgono dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 19.00, la domenica e i festivi dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 19.00. Il lunedì le visite sono sospese e il complesso apre soltanto la sera, dalle 18.00 alle 19.30: è il vincolo che decide quando venirci, perché il lunedì a Bologna chiude anche la Pinacoteca Nazionale. La chiesa ha orari più larghi di quelli delle visite, dal martedì al sabato 7.30-12.30 e 14.30-19.30 e la domenica 8.30-12.30 e 15.00-19.30, ma in quelle fasce il percorso turistico non è aperto.

Una regola da rispettare. La cripta è riservata alla preghiera e alla meditazione: non si visita e non si fanno visite guidate lì dentro. È scritto sul sito della basilica e viene applicato.

Gruppi. I gruppi oltre le quaranta persone entrano in scaglioni. Per i gruppi organizzati conviene telefonare prima.

i capitelli figurati del chiostro romanico di santo stefano a bologna

Come arrivare. Via Santo Stefano 24, a otto minuti a piedi da piazza Maggiore lungo via Santo Stefano, tutta porticata. Dalla stazione centrale sono venti minuti a piedi.

Quanto tempo. Quaranta minuti bastano per attraversare tutto senza fretta. Un’ora se ti fermi sui capitelli del chiostro e nel museo.

Un difetto, per onestà. Il percorso non ha una segnaletica che spieghi cosa si sta attraversando, e senza una guida o un articolo come questo si esce con la sensazione di aver visto molti mattoni e poche informazioni. Il complesso lo sa e offre visite guidate gratuite in alcuni giorni: valgono la pena.

Se stai costruendo un itinerario più ampio, Santo Stefano chiude la prima giornata in Cosa vedere a Bologna in 2 giorni. Per l’altra grande stratificazione bolognese, quella di un cantiere mai finito, c’è la basilica di San Petronio. E se il romanico e il reimpiego dell’antico ti interessano, la tappa emiliana successiva è Ravenna.

Crediti fotografici: facciate e chiostro di Santo Stefano di Vanni Lazzari, cortile di Pilato e catino longobardo di MenkinAlRire, edicola del Sepolcro di Fabrizio Garrisi e santi Vitale e Agricola di BettaBit (CC BY-SA 4.0); capitelli del chiostro di Carlo Pelagalli (CC BY-SA 3.0). Tutte da Wikimedia Commons.