Fra la fontana di Trevi e piazza Venezia c’è una stradina stretta, via della Pilotta, scavalcata da quattro archi che portano un giardino da una parte all’altra della carreggiata. Sotto quegli archi passano ogni giorno migliaia di persone e quasi nessuna alza gli occhi.

Sopra c’è il giardino dei Colonna, e a fianco il salone dorato della loro Galleria: una collezione privata che la stessa famiglia ha messo insieme e custodisce da secoli, in un palazzo dove ancora si abita. Il motivo per cui non la conosce nessuno è banale e feroce: apre il venerdì con visita guidata e il sabato mattina, e negli altri giorni si entra solo su appuntamento privato.

Le sette cose che ti segnalo qui sotto le incontri nell’ordine del percorso, e la prima non è un quadro.

Che cosa ci fa una palla di cannone in mezzo alla sala più sfarzosa di Roma?

Si parte!

Una famiglia, un papa e una battaglia

Per capire questo palazzo servono due nomi. Il primo è Martino V, al secolo Oddone Colonna, eletto papa nel 1417 al concilio di Costanza: la sua elezione chiuse quarant’anni di scisma con due e poi tre papi contemporaneamente, e portò la famiglia al vertice di Roma. Il secondo è Marcantonio II Colonna, che nel 1571 comandò la flotta pontificia nella battaglia di Lepanto contro l’impero ottomano.

La Galleria nasce per raccontare il secondo di quei due. Il cardinale Girolamo I Colonna e il nipote Lorenzo Onofrio la avviarono nel 1654, affidandone i lavori all’architetto Antonio del Grande. Alla morte di lui, nel 1671, intervennero anche Gian Lorenzo Bernini, Johann Paul Schor e Carlo Fontana. A chiudere il cantiere, all’alba del Settecento, fu Girolamo Fontana. Fra la prima pietra e l’inaugurazione passò mezzo secolo.

Tienilo presente appena entri, perché spiega la differenza con qualsiasi museo. Questa non è una raccolta di quadri messa in un contenitore: è una sala costruita apposta, in cui ogni quadro, ogni specchio e ogni marmo sono stati scelti per il punto in cui li vedi.

1. La palla di cannone sulla scala

Dalla Sala della Colonna Bellica una breve rampa di scalini scende verso il salone. In uno di quei gradini di marmo è ancora conficcata una palla di cannone.

Ci arrivò nel 1849, durante i mesi della Repubblica Romana, sparata dal Gianicolo dall’esercito francese del generale Oudinot, che assediava la città per riportarci Pio IX.

la palla di cannone del 1849 ancora appoggiata sul gradino di marmo della galleria colonna, accanto alla scheggiatura lasciata dal colpo

La famiglia decise di non toglierla e di lasciarla dove si era fermata. Fermati un momento sul gesto, perché è la cosa più eloquente del palazzo: in una galleria costruita per celebrare una vittoria navale del Cinquecento, l’unico segno di guerra vera lo ha lasciato un cannone che tre secoli dopo sparava su Roma.

2. La Sala Grande e la volta di Lepanto

Adesso entra. La sala corre dritta fra due file di finestre, con le pareti dorate, i marmi antichi, i mobili intarsiati e in fondo la prospettiva che si chiude su una sala più piccola.

Guarda in alto. La volta porta le storie della battaglia di Lepanto, affrescate fra il 1675 e il 1678 da Giovanni Coli e Filippo Gherardi, e il racconto procede per episodi: il Doge a consiglio contro i Turchi, Pio V che affida a Marcantonio II Colonna il comando della flotta, la battaglia al centro, l’ingresso trionfale a Roma e l’inaugurazione della sua statua in Campidoglio. Marcantonio era morto da quasi un secolo: furono i suoi discendenti a farlo dipingere sopra la testa degli ospiti, mentre comandava davvero quella flotta.

E come fa una sala così a non essere famosa?

Perché di fatto quasi nessuno ci entra, e perché la conoscono tutti senza saperlo. Nel 1953 William Wyler ci girò la scena finale di Vacanze romane: la conferenza stampa in cui la principessa scende dal trono, saluta i giornalisti uno per uno e dice addio a Gregory Peck con un sorriso. Se ti sembra di avere già visto questa stanza, l’hai vista lì.

3. Gli specchi dipinti

Sulle pareti lunghe del salone sono appesi quattro grandi specchi, e sul vetro sono dipinti ghirlande e vasi di fiori con amorini che ci si arrampicano. Li fecero insieme, intorno al 1660, Mario dei Fiori, Giovanni Stanchi e Carlo Maratta.

Avvicinati a uno e prova a metterti di lato. Il gioco è calcolato: lo specchio riflette la sala, la pittura galleggia sopra il riflesso, e per un istante non sai se quei fiori stiano davanti a te o dietro. È un effetto barocco puro, costruito sul dubbio, e funziona davvero solo dal vivo: quando ti sposti il riflesso cambia e i fiori restano fermi.

uno specchio dipinto della galleria colonna con una ghirlanda di fiori e cinque amorini sul vetro, in cui si riflettono le cornici dorate della sala, sopra tre busti antichi

Sono anche il pezzo più fragile del palazzo, ed è il motivo per cui in questa sala non si va di corsa.

4. La Venere, Cupido e Satiro del Bronzino

La Sala della Colonna Bellica apre il percorso e prende il nome dalla colonna di marmo rosso al centro, che è l’emblema della famiglia. Qui c’è il quadro più raffinato della raccolta: Venere, Cupido e Satiro di Agnolo Bronzino, una tavola lunga più di due metri, dipinta fra il 1550 e il 1555 per Alamanno Salviati, zio di Cosimo I de’ Medici.

È pittura fiorentina di metà Cinquecento, il contrario esatto del barocco che hai intorno: superfici lisce come smalto, colori freddi, corpi levigati che sembrano scolpiti. Venere è distesa all’aperto, su un cuscino verde e su un drappo azzurro, e ha appena disarmato il figlio: stringe in alto l’arco di Cupido e tiene una freccia sotto la mano, mentre il bambino alato si protende verso di lei. Alle loro spalle un satiro alza una mano e con l’altra afferra la faretra.

venere cupido e satiro del bronzino, con venere distesa su un cuscino verde e un drappo azzurro che stringe l arco di cupido, il bambino alato accanto a lei e un satiro alle loro spalle

Alle pareti intorno sono appese tre grandi tele di Michele di Ridolfo del Ghirlandaio con scene mitologiche notturne, e la volta, affrescata da Giuseppe Bartolomeo Chiari, mostra Marcantonio presentato in cielo alla Vergine. Anche qui, come sopra, si torna a Lepanto.

5. Il Mangiafagioli di Annibale Carracci

Nella Sala dell’Apoteosi di Martino V c’è un quadro piccolo e senza oro che vale il viaggio quanto tutto il resto. Annibale Carracci lo dipinse fra il 1584 e il 1585. Ritrae un uomo del popolo seduto a tavola davanti a una zuppa di fagioli: alza il cucchiaio e guarda verso di te, come se lo avessi interrotto. Nella sinistra stringe un pezzo di pane, e la mano è ancora sporca di terra.

Sul tavolo, accanto alla scodella, ci sono il pane, tre cipollotti, un piatto con l’erbazzone, la torta salata di verdure emiliana, un coltello, una brocca a righe e un bicchiere di vino rosso. Niente allegorie, niente santi, nessuna cornice mitologica: un uomo che mangia, dipinto con la bocca già aperta sul cucchiaio.

il mangiafagioli di annibale carracci, un uomo con il cappello di paglia che porta alla bocca un cucchiaio di fagioli guardando verso chi osserva, con pane, cipollotti, una torta salata e una brocca sul tavolo

Che cosa ci fa un contadino che mangia in mezzo a tutto questo oro?

Fermati a pensare dove ti trovi. Questa tela è appesa in una galleria costruita per celebrare una battaglia navale, dentro il palazzo di una delle famiglie più antiche d’Europa, e mostra la cosa più lontana da tutto ciò. È uno dei primi quadri europei in cui una persona comune occupa il centro della scena senza dover rappresentare nient’altro che se stessa, e da lì passa una linea che arriva fino a Caravaggio.

6. I paesaggi di Gaspard Dughet

Una sala intera è coperta dai paesaggi di Gaspard Dughet, cognato di Nicolas Poussin, che dipinse la campagna intorno a Roma per tutta la vita.

Sono vedute di alberi, rocce, temporali in arrivo e piccole figure perse nel verde, e vanno guardate come si guarda una finestra, non come si guarda un quadro. Dughet inventa qui il modo di dipingere i Castelli romani e Tivoli che due secoli dopo avrebbe portato a Roma migliaia di pittori del nord Europa a fare la stessa cosa.

La volta della sala è di Luca Giordano e Sebastiano Ricci, e in un angolo c’è uno stipo di ebano e avorio con scene bibliche intagliate: aprilo con gli occhi pannello per pannello, perché è un oggetto che da solo costava come un quadro.

7. L’Appartamento della Principessa Isabelle e il giardino

Il biglietto più completo del sabato non si ferma alla Galleria: comprende anche gli Appartamenti Pio, l’Appartamento della Principessa Isabelle e i giardini che scavalcano via della Pilotta sui quattro archi da cui siamo partiti.

L’appartamento porta il nome di Isabelle Sursock, libanese di famiglia di origine bizantina, che sposò il principe Marcantonio e curò il palazzo per settant’anni. Le stanze conservano l’arredo di una casa abitata nel Novecento, con i quadri appesi fra le fotografie di famiglia, ed è la parte che rende questo posto diverso da una pinacoteca: si passa dal salone delle celebrazioni alle stanze in cui qualcuno viveva.

Quell’ala poggia sulle fondazioni del tempio romano di Serapide, che occupava il fianco del Quirinale, e nella Sala della Fontana è esposto un coccodrillo di porfido che viene da lì. Il giardino, che sale sulla collina, chiede dieci minuti ed è il posto giusto per capire quanto è grande davvero questo isolato.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 17 settembre 2026 sul sito ufficiale galleriacolonna.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Quando apre. Il palazzo apre al pubblico due giorni a settimana. Il venerdì mattina si entra solo con visita guidata prenotata, da piazza Santi Apostoli 66, con partenze fra le 9:30 e le 10:30 in italiano, inglese e francese. Il sabato mattina si visita liberamente, da via della Pilotta 17, dalle 9:15 alle 13:15, che è l’orario dell’ultimo accesso. Tutti gli altri giorni, e il sabato pomeriggio, restano riservati alle visite private su appuntamento. Biglietti. La visita guidata del venerdì costa 35 euro, ridotti a 30 con la tessera FAI. Il sabato il percorso breve, che comprende la Galleria, gli Appartamenti Pio e i giardini, costa 15 euro; il percorso completo, che aggiunge l’Appartamento della Principessa Isabelle, costa 25 euro, ridotti a 20 con la tessera FAI. L’audioguida costa 5 euro a parte. Gratuità. Entrano gratis i bambini fino a dodici anni, gli accompagnatori di persone con disabilità, le forze dell’ordine e, il sabato mattina, le guide turistiche abilitate. Prenotazione. È obbligatoria per il venerdì e per le visite private, e conviene anche il sabato se siete un gruppo. Il numero è 06 6784350. Come arrivare. Gli ingressi sono in via della Pilotta 17 e in piazza Santi Apostoli 66. Qui la metropolitana non arriva: la fermata più vicina è Barberini sulla linea A, a una decina di minuti a piedi, e conviene ragionare per autobus, perché tutte le linee che passano da piazza Venezia ti lasciano a cinque minuti. Dalla Fontana di Trevi sono cinque minuti a piedi. Quanto tempo prevedere. Il percorso breve chiede un’ora. Mettine due se prendi il completo con l’appartamento e i giardini, e ricordati che il sabato la cassa chiude alle 13:15.

Da qui in poi

L’altra grande collezione privata romana ancora nelle mani della famiglia che la costruì è a otto minuti a piedi, sul Corso: le opere sono in Galleria Doria Pamphilj: 6 opere da vedere, e le due visite insieme raccontano come vivevano i principi romani meglio di qualsiasi museo pubblico.

Se ti interessa il Seicento romano, la raccolta di riferimento resta Palazzo Barberini, a un quarto d’ora da qui. Per orientarti fra tutte le collezioni della città c’è Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: Sala Grande e specchio dipinto di Sailko (CC BY 3.0); palla di cannone di Francesco Bini (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons. Venere, Cupido e Satiro del Bronzino e il Mangiafagioli di Annibale Carracci sono di pubblico dominio.