Dentro Villa Borghese, sul viale che scende verso piazza di Siena, c’è un edificio basso e chiaro che sembra una serra e infatti lo era: è l’Aranciera, dove si ricoveravano gli agrumi d’inverno. Oggi dentro ci sono diciotto opere di Giorgio de Chirico, e davanti, sull’erba, un guerriero di bronzo senza faccia.

La raccolta l’ha regalata alla città Carlo Bilotti, imprenditore e collezionista italoamericano: sono ventidue opere fra dipinti, sculture e disegni, e il museo ha aperto il 10 maggio 2006. È a dieci minuti dalla Galleria Borghese e praticamente nessuno dei visitatori di quella ci arriva, il che è il motivo per cui qui si sta bene: le sale sono poche, la luce è quella di una serra e il museo chiude alle 16:00 dal martedì al venerdì, quindi va incastrato nella mattina.

Sei cose bastano ad attraversarlo, e la prima è all’aperto.

Perché quasi tutte le opere di questo museo vengono dopo il momento per cui i loro autori sono famosi?

Si parte!

L’Aranciera, che nel 1849 fu distrutta

L’edificio esisteva già prima del Seicento come ricovero per gli agrumi in vaso, che d’inverno andavano al riparo e d’estate tornavano fuori nel giardino. Poi ci finì dentro la storia.

Nel 1849 l’Aranciera fu devastata dagli scontri che portarono alla caduta della Repubblica Romana: è lo stesso assedio che ha lasciato una palla di cannone conficcata nello scalone della Galleria Colonna, dall’altra parte del centro. L’edificio fu ricostruito, passò a istituzioni religiose e poi a uffici comunali, e solo il restauro dei primi anni Duemila lo ha riportato a essere uno spazio espositivo. Di quello che c’era prima sopravvivono, e li puoi ancora riconoscere, un portale settecentesco, un ninfeo scenografico e le cucine cinquecentesche: cercali, perché sono le uniche parti che il 1849 non ha cancellato.

Nota le pareti mentre entri. Sono lisce, alte e senza decorazione, e questo non è un allestimento minimalista alla moda: è quello che resta di un magazzino per piante, ed è il motivo per cui la pittura metafisica ci sta così bene.

1. Gli Archeologi misteriosi

È l’opera che dà il tono a tutta la sala. De Chirico la intitolò Archeologi misteriosi, e il quadro porta anche i nomi Manichini e Il giorno e la notte: sono i tre titoli con cui circola, e trovarli tutti e tre sullo stesso cartellino confonde chi non lo sa.

Gli «archeologi» sono uno dei temi ricorrenti di de Chirico: figure sedute senza volto, con il corpo riempito di rovine e di frammenti di architettura. È un tema che il pittore riprese per decenni, e la chiave sta nel nome: un archeologo è uno che porta dentro di sé il passato che scava, e de Chirico lo prende alla lettera.

Prima di passare oltre, tieni presente che queste non sono opere degli anni Dieci, quelle della stagione metafisica famosa. Le diciotto opere della donazione Bilotti vanno dal 1926 al 1973, cioè coprono quasi cinquant’anni di lavoro successivo, quando de Chirico rifaceva i propri temi. Per la critica del Novecento quella fu a lungo la parte imbarazzante della sua carriera; oggi è la parte che si studia di più.

2. Cavalli in riva al mare

Sono i cavalli su una spiaggia, fra colonne rotte e un orizzonte basso, e sono uno dei soggetti che de Chirico dipinse più volte.

Che senso ha dipingere lo stesso soggetto per quarant’anni?

Perché per de Chirico quella non era ripetizione, era il contrario di una firma: sosteneva che un tema si possiede solo dopo averlo rifatto, e arrivò a ridipingere e a retrodatare le proprie opere, cosa che gli costò accuse di falsificazione dei propri quadri. Il soggetto dei cavalli in riva al mare è quello in cui questa idea si vede meglio, perché la scena non racconta niente: è una formula visiva che il pittore rimette in scena.

Guarda le proporzioni fra gli animali e le architetture alle loro spalle. Non tornano mai, e non è un errore.

3. L’Autoritratto con testa di Minerva

De Chirico si è ritratto moltissime volte, spesso in costume e quasi sempre accanto a un oggetto che dichiara chi crede di essere. Qui l’oggetto è un busto di Minerva, la dea della sapienza e delle arti.

Quello che questa sala ti offre è un confronto. Hai davanti un pittore che si mette accanto a una scultura antica, dentro un museo ospitato in una villa costruita per esporre scultura antica, a dieci minuti dalla Galleria Borghese, dove quella scultura c’è davvero. De Chirico passò la seconda metà della carriera a rivendicare il mestiere dei maestri antichi contro l’avanguardia, e un autoritratto così è una dichiarazione di appartenenza, non un capriccio.

4. Ettore e Andromaca, la scultura che sta fuori

Delle diciotto opere di de Chirico, diciassette sono dentro e una è fuori: è Ettore e Andromaca, la scultura collocata nel giardino davanti al museo.

È la versione in bronzo di uno dei soggetti più noti del pittore: i due sposi troiani che si abbracciano prima della battaglia, ridotti a due manichini di legno e gesso, con le teste ovali e senza tratti. Hai davanti la scena più struggente dell’Iliade, l’addio fra Ettore e la moglie, raccontata da due figure che non hanno occhi per guardarsi.

Cercala prima di entrare, e poi guardala di nuovo uscendo. È all’aperto, quindi la vedi con la luce del giorno e con il parco intorno: è l’unica opera del museo che puoi vedere senza biglietto, e conviene dirlo perché molti passano accanto senza sapere che cosa sia.

5. Madre e figlia: Tina e Lisa Bilotti, di Andy Warhol

Nel 1981 Andy Warhol ritrasse la moglie e la figlia del collezionista, Tina e Lisa Bilotti, e quel doppio ritratto è oggi in questo museo.

Come è finito un ritratto di famiglia americano in un museo civico romano?

Qui il premio non è l’opera, è quello che ti dice del posto in cui sei. Warhol faceva ritratti su commissione ed era il suo lavoro più redditizio: chi poteva permetterselo entrava nella stessa serie formale delle sue celebrità. Questo museo non è una raccolta costruita da uno Stato, è la casa di una collezione privata che rispecchia una biografia, e il ritratto di famiglia è il punto in cui la biografia diventa esplicita.

Portatelo dietro nelle altre sale, perché spiega la selezione: non c’è nessun tentativo di raccontare il Novecento per intero, ci sono gli artisti che Bilotti frequentava e comprava.

6. Rivers, Manzù e Severini, e il rovescio della collezione

Tre opere chiudono il percorso, e ognuna tira la raccolta da una parte diversa.

Larry Rivers dipinse nel 1994 Carlo con Dubuffet sullo sfondo, cioè un ritratto del collezionista con alle spalle un quadro di un altro artista: un ritratto che è anche una dichiarazione di che cosa c’era nella collezione. Giacomo Manzù è presente con il bronzo Grande cardinale, uno dei suoi cardinali seduti, la serie a cui lavorò per tutta la vita. E Gino Severini, il futurista, è qui con L’estate del 1951, cioè ancora una volta con un’opera tarda e non con il periodo per cui è famoso.

Un filo c’è, e conviene che tu lo sappia prima di uscire: questo museo mostra quasi solo seconde stagioni. De Chirico dopo la metafisica, Severini dopo il futurismo, Manzù nella serie che ripeté per decenni. Se i musei grandi ti mostrano il momento in cui un artista ha cambiato la storia, qui vedi che cosa faceva dopo, ed è una domanda che quasi nessun museo ti lascia porre.

Una nota sulle fotografie, perché spiega una cosa che noterai cercando questo museo in rete. De Chirico è morto nel 1978, Severini nel 1966, Manzù nel 1991, Warhol nel 1987 e Larry Rivers nel 2002: tutte le opere di questa collezione sono ancora sotto diritto d’autore, quindi non ne trovi immagini libere, e non ce ne sono nemmeno qui. Dell’edificio, poi, in circolazione non esiste una sola fotografia libera recente: l’immagine in apertura è un calotipo di Stefano Lecchi del 1849, e mostra l’Aranciera ridotta a rudere dall’assedio, non com’è oggi. L’ho scelta perché è una fotografia vera di questo edificio e perché racconta la sezione qui sopra, ma è bene sapere che cosa stai guardando. La data, del resto, è scritta dentro l’immagine: in basso si legge la firma del fotografo e l’anno.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 18 settembre 2026 sul sito ufficiale museocarlobilotti.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. Il solo museo costa 7,50 euro di intero e 6 di ridotto. Esiste un biglietto cumulativo con il Museo Pietro Canonica, l’altro piccolo museo di Villa Borghese, che costa 11 euro di intero e 7,50 di ridotto: se hai una mattina intera nel parco, è quello che conviene. Gratuità. Dal febbraio 2026 entrano gratis i residenti a Roma e nella Città Metropolitana che mostrano la carta d’identità in cassa, e con loro i possessori della MIC card. Attenzione: diverse guide in rete danno questo museo come gratuito per tutti, e non lo è più: se arrivi da fuori Roma, il biglietto lo paghi. Orari. Da martedì a venerdì 10:00-16:00, il sabato e la domenica 10:00-19:00, con l’ultimo ingresso quarantacinque minuti prima della chiusura. Il museo resta chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre apre 10:00-14:00. Come arrivare. Il museo è in viale dell’Aranciera 4, dentro Villa Borghese, con un secondo accesso da via Fiorello La Guardia 6. Le fermate di metro A più comode sono Flaminio e Spagna, e da entrambe si cammina dentro il parco. Dalla Galleria Borghese sono una decina di minuti a piedi. Quanto tempo prevedere. Le sei opere di questa guida chiedono quarantacinque minuti. Mettine un’ora e mezza se c’è una mostra temporanea, e aggiungine altrettante se prendi il cumulativo con il Museo Pietro Canonica.

Da qui in poi

L’altro museo piccolo dentro Villa Borghese, compreso nello stesso biglietto cumulativo, è il Museo Pietro Canonica: là uno scultore ha lasciato la casa, lo studio e i modelli in gesso di tutta una carriera.

Nello stesso parco c’è la raccolta che tutti conoscono, e per quella la prenotazione è obbligatoria: le opere sono in Galleria Borghese: 10 opere che devi vedere. Se il Novecento ti interessa più del barocco, a un quarto d’ora c’è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, e la mappa completa delle collezioni della città è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: l’Aranciera fotografata da Stefano Lecchi nel 1849, di pubblico dominio, da Wikimedia Commons.