Il 20 dicembre 2025 è finito il più lungo trasloco della storia recente dei musei italiani: il museo nazionale d’Abruzzo è tornato dentro il forte spagnolo dell’Aquila, sedici anni dopo che il terremoto lo aveva cacciato in un ex mattatoio alla periferia del centro.

Sei mesi più tardi, l’8 giugno 2026, in una delle quattordici sale nuove è stato scoperto un quadro che nessuno si aspettava di trovare in Abruzzo: l’Ecce Homo di Antonello da Messina, comprato dallo Stato all’asta di Sotheby’s per quasi quindici milioni di dollari.

Sono le due ragioni per cui questo museo, che per anni si visitava per dovere, oggi è la tappa più interessante della città.

Attenzione: il museo occupa una sola ala del castello su quattro. Le altre tre sono ancora in restauro, e con loro sono rimaste fuori la sezione archeologica e tutto quello che viene dopo il Cinquecento. Chi arriva aspettandosi il museo intero resta deluso; chi sa cosa cercare, no.

Attenzione, seconda cosa: quasi tutte le fotografie in circolazione, comprese quelle di questo articolo, sono anteriori al nuovo allestimento e mostrano le opere dove stavano prima. Gli oggetti sono gli stessi, le sale no.

il muro scarpato di un bastione del forte spagnolo dell aquila con il fossato asciutto erboso e la controscarpa

La fortezza che la città si è pagata come multa

Perché una città costruisce una fortezza puntata contro se stessa? Perché non l’ha scelta. Nel 1527 L’Aquila si ribellò agli spagnoli schierandosi coi francesi, e perse. La punizione non fu un saccheggio: fu un cantiere. Il capoluogo del Molise ha la variante quattrocentesca della stessa storia, e la racconto in Campobasso, il Castello Monforte e il museo archeologico. Perugia si trovò nella stessa condizione tredici anni più tardi, e la fortezza che Paolo III le costruì addosso oggi si attraversa sottoterra: la racconto in Perugia sotterranea. Il viceré di Napoli ordinò un forte in cima alla città e ne addossò il costo agli aquilani, che dovettero versare centomila ducati l’anno. E il forte non nacque per difendere la città: nacque per controllarla, con i cannoni puntati verso l’interno delle mura.

I lavori cominciarono nel 1534 su progetto di Pedro Luis Escrivà, ingegnere militare valenzano, e andarono avanti fino al 1567, sotto Carlo V e i suoi successori. Il risultato è considerato una delle realizzazioni più integre dell’architettura militare moderna in Italia.

E qui sta la beffa che rende il forte un pezzo di storia e non solo di pietra: non fu mai impiegato in un’azione militare importante. La città pagò per trentatré anni una macchina da guerra che non sparò, e per riuscire a pagarla arrivò a vendere la teca d’argento che conteneva il corpo di san Bernardino, quella della basilica in centro; nel 1567 chiese agli spagnoli di fermare i lavori perché non ce la faceva più. Il forte, intanto, servì da residenza del governatore spagnolo, poi da caserma per le truppe francesi, poi, nella seconda guerra mondiale, da comando e prigione dell’occupante tedesco. Restaurato nel 1951, diventò un museo.

Come è fatto: quattro bastioni, un fossato asciutto, un ponte

un bastione alto del forte spagnolo visto dal ponte con il fossato erboso la controscarpa e il gran sasso in fondo

Il giro esterno è gratuito e si fa in venti minuti, e conviene farlo prima di entrare, perché il forte si capisce da fuori.

La pianta è un quadrato di centotrenta metri di lato, con un bastione a punta di lancia a ciascuno dei quattro vertici. I muri sono scarpati, cioè inclinati verso l’esterno alla base, e passano da circa dieci metri di spessore in basso a cinque in cima: la scarpa serviva a far rimbalzare le palle di cannone verso l’alto invece di assorbirle in pieno.

Intorno corre un fossato, e la cosa da notare è che non fu mai allagato: è un fossato asciutto, oggi a prato, e si attraversa su un ponte di pietra. Guardando dentro il fossato si vedono le feritoie delle casematte, cioè le postazioni da cui si batteva il fondo del fossato stesso se un assalitore ci fosse arrivato. Ogni bastione aveva le proprie cisterne, in modo da poter resistere anche se il resto cadeva.

In cima ai bastioni, oggi, si notano dei tiranti metallici che sporgono: sono i presidi montati dopo il 2009, e non fanno parte del progetto cinquecentesco.

Che cosa vedi davvero, oggi, dentro il museo

Il MuNDA occupa il quarto sud-est del castello, restaurato con quaranta milioni di euro in un cantiere chiuso a novembre del 2024, più otto milioni per il nuovo allestimento. Sono quattordici sale su due piani e circa cento opere, e la selezione è dichiarata: dal IX al XVI secolo.

L’ordine della visita è questo. Il piano terra racconta la storia del castello, e ospita il pezzo che tutti gli aquilani vengono a rivedere. I piani superiori conservano l’arte medievale e rinascimentale abruzzese: sculture lignee, Madonne, tavole, e i due dipinti di cui parlano i giornali.

Quello che non trovi, e che è giusto sapere in anticipo: la sezione archeologica e tutte le collezioni dal tardo Cinquecento in avanti, che restano nella sede provvisoria di Borgo Rivera e si vedono solo nelle visite straordinarie organizzate dal museo.

Il mammut del castello

lo scheletro montato del mammut del castello dell aquila con le zanne ricurve e una zanna sciolta esposta accanto

Il pezzo che il museo ha in copertina non è un quadro: è uno scheletro di Mammuthus meridionalis montato in piedi, con le zanne che si avvitano in avanti per quasi tutta la lunghezza dell’animale.

La storia del suo ritrovamento è la migliore che questo museo abbia. Il 25 marzo 1954, in una cava d’argilla a Madonna della Strada, presso Scoppito, a pochi chilometri dalla città, gli operai colpirono qualcosa di duro. Era un maschio adulto vissuto un milione e trecentomila anni fa, ed è uno degli scheletri di mammut più grandi e più completi d’Europa. È nel forte dal 1960, e da lì viene il nome con cui la città lo chiama, il mammut del castello.

Lo si trova nel bastione est, in una sala dedicata al piano terra, e con la riapertura del castello è tornato visibile dopo sedici anni di assenza. Nella fotografia si vedono i visitatori che gli passano accanto: servono a dare la scala, perché l’animale li supera di parecchio in altezza.

Accanto allo scheletro è esposta una zanna sciolta su un cavalletto, e quella si può guardare da vicino: è l’unico modo per capire quanto sia spessa alla base.

Il Trittico di Beffi, che si chiama così per un errore

il trittico di beffi con la madonna in trono al centro la nativita a sinistra e l incoronazione e la dormizione a destra

Il capolavoro pittorico del museo è una tempera su tavola dell’inizio del Quattrocento, attorno al 1410, e la prima cosa da sapere è una lezione sui nomi delle opere d’arte: si chiama Trittico di Beffi, ma non viene da Beffi.

La tavola fu dipinta per la chiesa di Santa Maria del Ponte a Tione degli Abruzzi, nella media valle dell’Aterno, la valle che collega L’Aquila a Sulmona. Beffi è un borgo fortificato lì vicino, e un’antica attribuzione sbagliata di provenienza gli attaccò addosso quel nome: gli storici dell’arte l’hanno accettato, ci hanno scritto sopra un secolo di studi, e adesso il nome è quello e non si cambia più. L’autore è anonimo, chiamato per convenzione Maestro del Trittico di Beffi; una proposta recente lo identifica con un Leonardo da Teramo.

Guardala per pannelli, perché sono tre storie diverse.

Al centro, la Madonna in trono con il Bambino: manto blu profondo bordato d’oro sopra una veste rossa, due angeli in rosa che tirano indietro il drappo d’onore, fondo d’oro inciso.

A sinistra, la Natività messa in verticale come un racconto a episodi. In basso la Vergine in blu che adora il Bambino nella greppia, il bue e l’asino, san Giuseppe seduto in giallo; sopra, l’annuncio ai pastori, con un angelo dalle ali rosse che vola in un cielo stellato. E ai piedi della tavola, la scena che quasi nessuno guarda: il bagno del neonato, con due donne e una bacinella, e un committente inginocchiato in blu scuro.

A destra, due registri. In alto l’Incoronazione della Vergine dentro una mandorla azzurra piena d’angeli; in basso la Dormizione, con gli apostoli intorno al letto e Cristo che tiene in mano l’anima della madre nella forma di una figurina bianca, fra due serafini rossi.

L’Ecce Homo di Antonello, e il problema di esporre una tavola dipinta su due facce

le due facce dell ecce homo di antonello da messina il cristo coronato di spine e il san girolamo penitente fra le rocce

Nel febbraio del 2026 lo Stato italiano ha comprato all’asta di Sotheby’s a New York, per 14.900.000 dollari, cioè circa dodici milioni e mezzo di euro, una tavoletta di una ventina di centimetri per quattordici di Antonello da Messina. Dopo un’esposizione al Senato a Roma e le indagini dell’Istituto centrale per il restauro, il quadro è stato inaugurato qui l’8 giugno 2026.

La particolarità che lo rende un caso unico è che è dipinto su entrambe le facce, e nella fotografia le vedi affiancate.

Sul recto, un Cristo coronato di spine a mezzo busto dietro un parapetto: fondo nero, una corda annodata intorno al collo, la bocca appena aperta, gli occhi arrossati e lucidi, e sul parapetto un cartellino con l’iscrizione. È una delle immagini più dirette che il Quattrocento abbia prodotto: non c’è narrazione intorno, solo un volto a distanza di conversazione.

Sul verso, un paesaggio di rocce gialle con un braccio di mare in fondo, una barca e una costa lontana. Al centro una figura inginocchiata, le braccia alzate verso un piccolo crocifisso appoggiato alla parete di roccia; a terra un libro rosso, e sulla destra un banchetto di legno. Le fonti identificano la scena come un San Girolamo penitente. La superficie è percorsa da una fitta craquelure, che si vede a occhio nudo anche nella riproduzione.

Che problema pone un quadro così a chi lo deve esporre? Uno vero: una tavola dipinta sulle due facce non si può appendere a un muro senza nascondere metà dell’opera. È l’unico dipinto noto di Antonello in questa condizione, e la scelta dell’allestimento è parte di quello che si va a vedere.

Le altre versioni di questa iconografia si trovano al Metropolitan di New York, a Palazzo Spinola a Genova e al Collegio Alberoni di Piacenza: questa era la sola rimasta in mani private, dopo essere passata all’inizio del Novecento per una collezione spagnola e poi per una galleria newyorkese. Se ti interessa questo pittore, la Pinacoteca civica di Reggio Calabria conserva il suo San Girolamo, cioè lo stesso soggetto del verso di questa tavola, dipinto però su una sola faccia.

Perché un Antonello siciliano è finito in Abruzzo

La domanda la fanno tutti, e ha due risposte.

La prima è politica: il Ministero della cultura ha scelto L’Aquila come destinazione stabile nell’anno in cui la città è Capitale italiana della cultura, cioè come atto di riparazione verso una città che aveva perso tutto. Il museo era appena riaperto e serviva un motivo per farci entrare la gente.

La seconda è che quella scelta è contestata. La Sicilia rivendica il quadro, sostenendo che il posto naturale di un Antonello è la sua terra. E c’è un episodio che ha dato argomenti ai critici della gestione: fra il 21 e il 26 agosto 2026 la tavola ha lasciato il museo per essere esposta al Meeting di Rimini, in una fiera, otto giorni in tutto fra andata e ritorno, proprio nel mese in cui gli aquilani avevano programmato di andare a vederla.

Il quadro è tornato, ed è la ragione per cui in questo articolo la data di verifica conta più del solito: un’opera che si muove è un’opera che potresti non trovare. Se vieni per lei, telefona prima.

Che cosa resta a Borgo Rivera

L’ex mattatoio di via Pentima, in Borgo Rivera, a due passi dalla fontana delle 99 cannelle, è stato per sedici anni il museo nazionale d’Abruzzo. Oggi custodisce quello che nel castello non entra: la sezione archeologica e le collezioni dal tardo Cinquecento in poi.

Non è una sede chiusa, ma non è nemmeno una sede aperta: si visita solo con le visite straordinarie organizzate dal museo. Il progetto dichiarato è trasformarla in un deposito regionale con laboratorio di restauro e spazio espositivo, cioè in un posto dove il pubblico vede lavorare i restauratori.

Se ti interessa, chiedi al personale del castello quando è prevista la prossima apertura: non c’è un calendario fisso.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 7 settembre 2026 sul sito ufficiale del museo nazionale d’Abruzzo, incrociato con i comunicati del Ministero della cultura sulla riapertura e sull’Ecce Homo. Prezzi, orari e allestimenti cambiano, e in questo museo cambiano più che altrove: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 12 euro nei periodi di mostra e comprende tutte le sale del castello. La tariffa per gruppi è di 10 euro a testa, da dieci a venticinque persone. Il ridotto costa 2 euro e spetta a chi ha fra i 18 e i 25 anni. Entrano gratis i minori di 18 anni e le altre categorie previste dalla normativa nazionale.

Gratuità. La prima domenica del mese l’ingresso è libero per tutti, e all’Aquila conviene sfruttarla perché la fila non esiste comunque.

Orari. Il castello apre da martedì a domenica dalle 9:00 alle 19:00, con ultimo ingresso alle 18:00. Chiude il lunedì.

Attenzione: il lunedì chiude anche il MAXXI, che però resta chiuso pure il martedì e il mercoledì. Chi ha un solo giorno e capita di lunedì non vede nessuno dei due musei della città.

L’altra sede del museo. Il parco archeologico di Amiternum, con l’anfiteatro e il teatro romani a pochi chilometri dalla città, fa parte dello stesso museo ma ha biglietto e orari propri. L’intero costa 5 euro e il ridotto 2. Fino al 30 settembre si visita da martedì a giovedì dalle 8:30 alle 13:30, con la biglietteria che chiude mezz’ora prima. Da ottobre gli orari sono in aggiornamento sul sito.

Come arrivare. Il castello si alza in cima al centro storico, all’estremità nord, raggiungibile a piedi in dieci minuti da piazza del Duomo in leggera salita. Intorno c’è il parco del Castello, con i cedri, e il ponte di pietra è l’unico ingresso.

Quanto tempo chiede. Un’ora e un quarto per le quattordici sale. Aggiungi venti minuti per il giro esterno del fossato, che è gratuito e da fare.

Il recapito. Il numero del museo è 0862 085900; per informazioni e prenotazioni c’è il 0862 1910019, attivo dal lunedì al venerdì dalle 9:00 alle 17:00 e il sabato dalle 9:00 alle 13:00.

Perché salire al castello

Il MuNDA non è un grande museo, e nella sua forma attuale è dichiaratamente parziale. Ci sono però tre ragioni per metterlo in programma, e sono tre oggetti: uno scheletro di mammut che nessun altro museo italiano ha in questo stato, una tavola del primo Quattrocento che porta il nome sbagliato da un secolo, e un Antonello da Messina che sei mesi fa era in una collezione privata a New York.

Più il contenitore, cioè quello che ti resta addosso. Un fossato asciutto, quattro bastioni a punta di lancia e una città che pagò trentatré anni per una fortezza che non sparò mai.

Il quadro d’insieme della città è nella guida su cosa vedere a L’Aquila in due giorni. Della stessa stagione di riaperture fanno parte la basilica di Collemaggio, la basilica di San Bernardino e il MAXXI a Palazzo Ardinghelli.

Fotografie: il fossato del forte di Gnfrnc dnglsnt (CC BY-SA 4.0), il bastione di Michał Winiarski (CC BY-SA 3.0), il mammut di Lasacrasillaba (CC BY-SA 3.0), il Trittico di Beffi e l’Ecce Homo di Antonello da Messina in pubblico dominio, da Wikimedia Commons.