A Reggio Calabria ci sono due dipinti di Antonello da Messina, e quasi nessuno lo sa. Non sono al museo archeologico, dove va tutto il turismo della città, ma in una pinacoteca comunale aperta nel 2008 dentro il teatro. L’opera più famosa di Antonello sta invece a Palermo, ed è l’Annunciata di Palazzo Abatellis.

Sono due tavolette piccolissime, dipinte quando il pittore era all’inizio, e sono il genere di opera che in un museo affollato passeresti senza fermarti. Qui invece sono la prima sala, e in una mattina d’autunno è probabile che tu le abbia per te.

Il resto della raccolta non regge il confronto e non pretende di farlo, ma contiene un Seicento napoletano di buon livello e un Novecento calabrese che altrove non si vede. Vale l’ora che chiede.

Una pinacoteca dentro un teatro, e perché

Perché un comune mette la propria quadreria dentro un teatro invece che in un palazzo suo? Perché fino a diciotto anni fa non aveva una sede, e i quadri erano sparsi.

La Pinacoteca civica è stata inaugurata il 26 maggio 2008 con un compito preciso: radunare le collezioni di proprietà comunale, che stavano distribuite fra altri musei, uffici e depositi. La sede scelta è il Teatro Francesco Cilea, sul corso Garibaldi, cioè l’edificio più centrale che il Comune avesse.

la facciata del teatro francesco cilea di reggio calabria che ospita la pinacoteca civica

La conseguenza si vede entrando: gli spazi sono quelli di un teatro riadattato, non di una galleria pensata come tale, e il percorso è breve. Non è un difetto da nascondere: è la ragione per cui questa visita costa un’ora e non mezza giornata, e per cui puoi incastrarla fra il museo archeologico e il lungomare.

Le due tavolette, e quanto sono piccole

Il dato che nessuno si aspetta è la dimensione. Ti aspetti due pale d’altare e trovi due oggetti che staresti in mano.

Il San Girolamo penitente misura 40,2 per 30,2 centimetri. Abramo servito dai tre angeli misura 21,4 per 29,3 centimetri. Sono tavole dipinte per la devozione privata, cioè fatte per stare in una stanza e per essere guardate da vicino da una persona sola, e la datazione corrente le colloca intorno alla metà degli anni Cinquanta del Quattrocento, fra le prime opere note di Antonello. Alcune schede le datano al 1455, altre fra il 1457 e il 1460: la forbice è quella, e chi te la dà chiusa sta semplificando.

Guardarle a due centimetri dal vetro non è maleducazione, è il modo per cui sono state dipinte.

Il San Girolamo penitente, e la veste rossa per terra

Questa è la più bella delle due, e si legge come un racconto in tre punti.

la tavoletta di antonello da messina con san girolamo penitente accovacciato fra le rocce con il crocifisso su un albero secco

Sulla destra, accovacciato fra le rocce, Girolamo mezzo nudo si percuote il petto con una pietra, rivolto verso il crocifisso appeso a un albero secco che occupa l’estremità opposta della tavola. Al centro, dietro un muretto di conci, sporge il muso del leone che la leggenda gli assegna, e guarda dritto verso di te. E in primo piano, buttata sull’erba, giace la veste rossa da cardinale con il cappello, insieme alle scarpe e a un libro chiuso.

Che cosa ci dice quella veste per terra? Dice tutto il soggetto senza scriverlo. Girolamo era stato l’uomo più colto e più in vista della cristianità latina, e il ritiro nel deserto è il gesto con cui se ne libera: la carica se l’è tolta come un vestito, e il pittore la mette in primo piano, addosso a chi guarda, invece di ometterla.

Intorno c’è un paesaggio di rocce e alberelli con un fiume che si perde verso le montagne azzurre. È la lezione fiamminga che Antonello aveva imparato a Napoli, nella bottega di Colantonio, e che avrebbe portato a Venezia solo vent’anni più tardi.

Abramo e i tre angeli, e l’ospite che manca

La seconda tavoletta racconta l’episodio della Genesi in cui tre viandanti si presentano all’accampamento di Abramo, e lui li serve senza sapere chi siano.

la tavoletta di antonello da messina con i tre angeli in visita ad abramo davanti a una tavola apparecchiata

I tre angeli stanno in piedi a destra, in vesti bianche identiche, con le ali e con dei bastoni da pellegrino in mano. A sinistra c’è una tavola rotonda apparecchiata e vuota, appoggiata su un ceppo, con una cesta di vimini ai piedi. In mezzo, il sentiero e l’erba, dipinta filo per filo, con una quaglia acquattata e qualche sasso.

Il protagonista, però, non si vede. Il pittore ha scelto il momento prima: gli ospiti sono arrivati, il tavolo è pronto, e il padrone di casa non è ancora entrato in scena. In fondo, piccolissime, si riconoscono le tende dell’accampamento, che sono l’unica cosa che ci dice dove siamo.

È una scelta di regia molto moderna, e in una tavoletta di ventun centimetri richiede un controllo dello spazio che spiega da solo perché questo pittore, vent’anni dopo, avrebbe cambiato la pittura veneziana.

Come sono arrivate a Reggio

Non sono un lascito antico né un bottino: sono un acquisto documentato, e recente.

Le due tavole appartenevano alla collezione di Giovan Battista Rota, discendente di una famiglia nobile reggina, e il Comune di Reggio Calabria le comprò fra il 1890 e il 1891. È il motivo per cui oggi sono di proprietà comunale e si trovano qui invece che al museo statale a cinquecento metri di distanza, cosa che confonde molti visitatori.

Sono state restaurate nel 2020, e l’intervento ha restituito la leggibilità del paesaggio del San Girolamo, che era la parte più coperta dalle vernici ossidate.

Dal Seicento al Novecento: Preti, Giordano e i reggini

Passata la prima sala, la pinacoteca cambia registro e diventa una raccolta locale, con due eccezioni di peso.

il dipinto di luca giordano con cristo e l adultera nella pinacoteca civica di reggio calabria

La prima è Mattia Preti, calabrese di Taverna, con un grande Ritorno del figliol prodigo di 216 per 231 centimetri, datato 1656. La seconda è Luca Giordano, napoletano, con un Cristo e l’adultera degli stessi anni: due tele che raccontano il momento in cui la pittura del Mezzogiorno lavorava per l’Europa intera.

Poi si scende all’Ottocento e al Novecento calabrese, con i paesaggi di Giuseppe Benassai, le scene di Giuseppe Spadaro e alcune opere di Renato Guttuso, più una sezione di sculture e busti in marmo. È la parte che a un visitatore di passaggio dice meno, e che a chi vuole capire come questa regione si è raccontata da sola dice moltissimo.

Chi ha visto il Preti qui e vuole seguirne il filo lo ritrova nella mia scheda su Mattia Preti, il pittore che dalla Calabria arrivò fino alla volta della concattedrale di Malta.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 6 settembre 2026 sulle pagine del Comune di Reggio Calabria, che gestisce direttamente la Pinacoteca e il Castello. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’ingresso alla Pinacoteca si compra insieme a quello del Castello Aragonese: il cumulativo costa 7 euro per i non residenti, mentre il solo castello costa 5 euro. Il Comune non pubblica una tariffa per la sola Pinacoteca, quindi conviene chiederla alla biglietteria.

Ridotti e gratuità. Il ridotto costa 2 euro e spetta ai residenti e agli studenti fra i 6 e i 18 anni. L’ingresso è gratuito per i bambini fino a 6 anni, per gli over 70 e per le persone con disabilità con il loro accompagnatore. I gruppi hanno un ingresso gratuito ogni dieci paganti.

Orari. Da lunedì a venerdì apre 8:30-13:00, con ultimo ingresso alle 12:30, e 14:30-19:00, con ultimo ingresso alle 18:30. Il sabato apre solo 14:30-19:00. La domenica e i festivi apre 9:00-13:00, con ultimo ingresso alle 12:30.

Attenzione: il sabato mattina è chiusa. È l’orario che manda a vuoto più visite, perché è esattamente il momento in cui un turista del fine settimana pensa di trovarla aperta.

Come arrivare. La Pinacoteca è al Teatro Francesco Cilea, in corso Garibaldi, a cinque minuti a piedi dal museo archeologico e a tre dal lungomare.

Pagamento. Il biglietto si paga tramite la piattaforma pagoPA della Regione Calabria, quindi porta lo smartphone e mettilo in conto nei tempi.

Quanto tempo chiede. La visita chiede un’ora se ti fermi davvero sulle due tavolette, quaranta minuti se le guardi e basta.

Che cosa c’è intorno

Il modo giusto di incastrarla è di seguito al Castello Aragonese, con cui condivide il biglietto e che dista cinque minuti di salita: le due visite insieme chiedono due ore.

Per il quadro generale della città, la mia guida su cosa vedere a Reggio Calabria mette in fila le tappe di una giornata. A cinquecento metri ci sono il Museo archeologico nazionale con i Bronzi di Riace, e il castello con le mura greche e le terme è nell’articolo sul lungomare Falcomatà. Dal giugno 2026 un altro Antonello si vede in Italia, comprato dallo Stato all’asta ed esposto al MuNDA nel forte spagnolo dell’Aquila: è un Ecce Homo dipinto sulle due facce, e sul verso ha un San Girolamo.

Fotografie: la facciata del Teatro Cilea di Vittorio Martire (CC BY-SA 4.0) e le opere della pinacoteca di Benjamin Smith (pubblico dominio), da Wikimedia Commons.