Palazzo Ardinghelli è nato da un terremoto e ha riaperto dopo un altro, e questa non è una battuta: è la sua biografia.
Fu costruito nella prima metà del Settecento come uno dei primi edifici storici che L’Aquila si rialzò dopo il sisma del 1703, quello che aveva raso la città. Poi arrivò il 6 aprile 2009, e il palazzo finì puntellato con travi d’acciaio, con una finestra sfondata e la muratura a vista.
Oggi è la sede aquilana del MAXXI, il museo nazionale delle arti del XXI secolo, e ha riaperto al pubblico il 30 maggio 2021. Il restauro, eseguito dal Ministero della cultura, è stato pagato in gran parte da un donatore che nessuno si aspetta di trovare in Abruzzo: la Federazione Russa.
Attenzione: gli orari sono l’ostacolo vero, e vanno letti prima di prenotare il viaggio. Il museo apre soltanto da giovedì a domenica, dalle 11:00 alle 19:00, ed è chiuso dal lunedì al mercoledì. Nel settembre 2026, poi, ha chiusure straordinarie dal 7 al 10 e dal 14 al 24, nel passaggio fra due mostre.

Com’era il palazzo prima

La fotografia qui sopra è il modo più rapido di capire di che cosa si parla, e va guardata accanto a quella che apre l’articolo, perché è lo stesso edificio.
Vedi la facciata trattenuta da una gabbia di travi d’acciaio grigie montate su tre livelli, una finestra sfondata al centro con la muratura interna scoperta, il cornicione mangiato, le aperture nere e vuote, e sotto il portale una rete arancione da cantiere. Sul muro c’è ancora il cartello del Comune.
Questo è lo stato in cui Palazzo Ardinghelli è rimasto per anni, e la ragione per cui in città il MAXXI non è considerato soltanto un museo: è la prova che quel tipo di rudere si può recuperare.
Chi ha pagato il restauro, e perché la cosa fa notizia
Dopo il 2009 diversi Stati offrirono all’Italia contributi per la ricostruzione dei monumenti aquilani, e ciascuno finì su un edificio diverso. Su questo palazzo andò il contributo della Federazione Russa, pari a 7,2 milioni di euro; i lavori furono eseguiti dai tecnici del Ministero della cultura italiano.
Perché vale la pena dirlo esplicitamente? Perché è il genere di informazione che i musei tendono a mettere in una targa piccola, e che invece spiega la geografia della ricostruzione aquilana meglio di qualunque discorso: Collemaggio l’ha pagata Eni, le 99 cannelle il FAI, l’ala del castello con il museo nazionale lo Stato con quaranta milioni, e Palazzo Ardinghelli la Russia. Ogni monumento di questa città porta il nome di chi ha firmato l’assegno.
Il progetto fu presentato il 28 maggio 2021 e il museo aprì le porte al pubblico la domenica successiva, il 30 maggio.
Come si guarda Palazzo Ardinghelli

Il palazzo si guarda dal centro della piazza, e la cosa da cercare è una sola: la curva.
Sopra il portale, invece di un balcone rettilineo, corre un balcone che si incurva a serpentina, avanzando al centro e rientrando ai lati, con i parapetti chiusi da pannelli di ferro battuto a girali. Sotto lo regge una coppia di colonne accoppiate per lato, e sopra la finestra centrale campeggia lo stemma della famiglia dentro una cornice mossa.
Quella curva è la firma del barocco tardo, e all’Aquila arriva da Roma: la scala monumentale interna è di ispirazione borrominiana, e gli affreschi del palazzo si devono a Vincenzo Damini, pittore veneto.
C’è poi una cosa che il museo ha fatto e che vale più di una sala: la corte interna attraversa l’edificio e collega piazza Santa Maria Paganica a via Garibaldi. Si può passare da una parte all’altra, ed è uno spazio pubblico. In una città che per anni non ha avuto luoghi coperti dove fermarsi, questo passaggio è la parte più usata del museo.
La finestra che vale la sosta

Se hai cinque minuti e un solo dettaglio da guardare, scegli una delle finestre del piano nobile e mettiti sotto.
Il frontone non è né triangolare né semicircolare: è una doppia curva che si solleva al centro, si spezza e ridiscende, con la cornice interna che ripete il movimento più in piccolo. Sotto, due mensole scanalate a mo’ di pilastrini incorniciano l’apertura, e sopra il davanzale spicca un piccolo rilievo con tre forme coniche.
La fotografia coglie la cosa che rende questa finestra fotogenica: il cielo riflesso nei vetri nuovi. I serramenti sono quelli del restauro, e lo dichiarano invece di imitare l’antico. È la stessa logica delle vetrate moderne che chiudono la basilica di San Saturnino a Cagliari o dei tiranti in cima ai bastioni del castello: quando si rifà, si vede che è rifatto.
Nota anche l’intonaco, che è volutamente irregolare e lascia intravedere le riprese: non è trascuratezza: è la scelta di non riportare la superficie a nuovo.
Che cosa c’è dentro: un museo che cambia
Qui va detta con chiarezza una cosa che il sito del museo non mette in prima pagina: il MAXXI L’Aquila non ha una collezione permanente da visitare come si visita una pinacoteca. È una sede espositiva del MAXXI di Roma, con opere che ruotano, installazioni pensate per queste stanze e un programma che cambia due o tre volte l’anno.
Che cosa significa per chi arriva? Che la visita dipende dalla data. In un mese buono trovi una mostra internazionale al piano nobile; in un mese di passaggio trovi il palazzo, la corte e poco altro. Controllare il programma prima di partire non è un consiglio generico: è la differenza fra una visita piena e mezz’ora.
C’è anche una sala studio, aperta da mercoledì a domenica dalle 10:00 alle 19:00, che serve a chi vuole consultare i materiali del museo. Nel 2026 è chiusa dal 5 al 25 settembre.
Le mostre del 2026, e il buco di settembre
Il 2026 è l’anno di Capitale italiana della cultura, e il MAXXI L’Aquila ha costruito il programma più ambizioso della sua breve storia. Sono tre appuntamenti, e vanno letti con le date in mano.
Ai Weiwei, «Aftershock», curata da Tim Marlow, ha occupato il piano nobile con circa settanta opere dal 28 aprile al 6 settembre 2026. È chiusa: se ne trovi ancora l’annuncio in giro, è vecchio.
«Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila», curata da Maurizio Cattelan e Marta Papini, apre il 26 settembre 2026 e resta fino al 24 gennaio 2027. È la mostra da aspettare, e ha una ragione locale precisa: Mauri, di cui nel 2026 cade il centenario della nascita, ha insegnato Estetica della sperimentazione all’Accademia di Belle Arti dell’Aquila dal 1979 al 1999. Non è un nome portato da fuori: è un pezzo di storia della città.
«Convergenze e continuità. Architetture e paesaggi urbani in Abruzzo 1930-1960» è uscita dalla sede e occupa gli spazi restaurati di Palazzo Ex Omni, aperta da giugno 2026.
Fra le due mostre grosse, però, c’è il vuoto, e qui sta il vincolo più concreto di tutto questo articolo. Fra il 7 e il 25 settembre 2026 il museo è chiuso quasi ininterrottamente: dal 7 al 10 e poi dal 14 al 24, con la sala studio chiusa dal 5 al 25. Chi ha in programma L’Aquila in quelle due settimane deve considerare il MAXXI fuori dai giochi e ricalcolare l’itinerario.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 7 settembre 2026 sulla pagina ufficiale «orari e biglietteria» del MAXXI L’Aquila e sul programma della Capitale italiana della cultura 2026. Orari, chiusure straordinarie e calendario delle mostre cambiano: ricontrolla prima di partire, e in questo caso controlla anche le chiusure straordinarie, che qui non sono un’eccezione rara.
Biglietti. L’intero costa 10 euro. Il ridotto costa 5 euro e spetta a chi ha fra i 18 e i 25 anni non compiuti, ai gruppi da dieci persone in su e a chi presenta la tessera FAI, Amici di Palazzo Strozzi, Poste Italiane, CDP o BPER Banca. Esiste anche un biglietto open valido un anno a 12 euro, che conviene solo a chi torna.
Gratuità. Entrano gratis i minori di 18 anni, i residenti all’Aquila, le persone con disabilità, gli studenti dei corsi di arte e architettura dell’Unione Europea e chi visita il museo nel giorno del proprio compleanno mostrando un documento.
Orari. Il museo apre da giovedì a domenica dalle 11:00 alle 19:00 e resta chiuso dal lunedì al mercoledì. La biglietteria chiude 45 minuti prima del museo. Le chiusure ordinarie sono il 1° maggio e il 25 dicembre.
Come arrivare. L’indirizzo è piazza Santa Maria Paganica 15, in pieno centro storico, a pochi passi dalla Fontana Luminosa e da corso Vittorio Emanuele. Di fronte al palazzo si alza la chiesa che dà il nome alla piazza. La corte interna collega la piazza a via Garibaldi, quindi si può entrare da due lati.
Quanto tempo chiede. Un’ora quando c’è una mostra grossa al piano nobile. Mezz’ora nei periodi di passaggio, e in quel caso si va per il palazzo.
Il recapito. Il numero verde per la biglietteria è 800266300, attivo tutti i giorni dalle 10:00 alle 19:00.
Perché entrare, e quando conviene non farlo
Sarò onesta, perché è più utile di un elogio: il MAXXI L’Aquila non è un museo da mettere in cima alla lista di chi ha un giorno solo. Con un giorno si vedono Collemaggio, il castello con il museo nazionale e la fontana delle 99 cannelle, e questo è il programma giusto.
Con due giorni, invece, entra, e per due ragioni. La prima è il palazzo, che è il barocco migliore che L’Aquila abbia e che si attraversa gratis nella corte. La seconda è che qui la ricostruzione ha prodotto qualcosa che non c’era prima del terremoto: prima del 2009 questa città non aveva un museo di arte contemporanea, e adesso ce l’ha in un edificio che nel 2010 stava in piedi grazie a delle travi.
L’itinerario completo è nella guida su cosa vedere a L’Aquila, e la basilica di San Bernardino è a cinque minuti da qui.
Fotografie: la facciata restaurata, il portale con il balcone e il palazzo puntellato di Lasacrasillaba (CC BY-SA 4.0), la finestra barocca di Verdenex84 (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.