C’è un numero che all’Aquila ricorre così spesso da diventare sospetto. La città sarebbe nata dall’unione di novantanove castelli, avrebbe avuto novantanove piazze e novantanove chiese, e ogni sera la campana della torre civica, in piazza Palazzo, batte novantanove colpi al tramonto.
Il posto dove quel numero si può contare davvero, uno per uno, si trova nella parte bassa della città, in Borgo Rivera: la fontana delle 99 cannelle, del 1272, dove novantanove getti d’acqua escono da un muro rivestito a scacchi bianchi e rosa.
Due cose la rendono più interessante di quanto la fotografia lasci pensare. La prima è che non è una fontana, nel senso in cui lo sono quelle di Roma: è un cortile chiuso. La seconda è che nessuno sa da dove venga l’acqua, e non per ignoranza: perché fu deciso di non dirlo.
L’ingresso è libero, si visita a qualunque ora e fu uno dei primi monumenti aquilani a tornare integro dopo il terremoto, nel dicembre del 2010.

Che cos’è, davvero: un cortile e non una fontana

La prima sorpresa arriva dal cancello. Si scende una rampa, si passa fra due cancelli di ferro battuto a disegno quadrilobato, e ci si trova dentro uno spazio chiuso e in leggera pendenza, con i muri su due lati che si incontrano ad angolo e il cielo aperto sopra.
I muri sono rivestiti con conci bianchi e rosa alternati a scacchiera, lo stesso paramento della facciata della basilica di Collemaggio, che dista poco più di un chilometro da qui. È la firma dell’architettura abruzzese medievale, ed è la ragione per cui questi due monumenti, che non hanno niente in comune per funzione, sembrano fatti dalla stessa mano.
Alla base dei muri corre una lunga vasca a canale, e il piano del cortile è lastricato. Dietro, in fondo, si vedono le montagne. È un luogo domestico e monumentale insieme, e la combinazione è rara: la si capisce solo entrando.
Novantatré mascheroni e sei cannelle: come si arriva a 99

Il conto è più interessante del totale, perché i novantanove getti non sono novantanove teste.
Sono novantatré mascheroni di pietra più sei cannelle semplici, senza volto. E i mascheroni sono tutti diversi: teste umane, musi di leone, facce grottesche, volti giovani e volti barbuti, alcuni consumati fino a perdere i tratti, altri intatti. Fra l’uno e l’altro corrono pannelli scolpiti con rosette e stemmi.
Mettiti all’estremità del muro lungo e guarda in prospettiva, come nella fotografia: la fila si rimpicciolisce verso il fondo e i getti diventano una serie di linee parallele. È il punto da cui la fontana si fotografa da sette secoli, e funziona ancora.
Poi avvicinati e guardane tre o quattro da vicino, uno per uno. Non c’è un modello ripetuto: ogni testa è un pezzo a sé, e in un monumento del Duecento questo significa che ci lavorarono più scalpellini, in tempi diversi.
La leggenda dei 99 castelli, e quanto ne regge
Perché novantanove e non cento? La tradizione risponde che i getti rappresentano i castelli, cioè i borghi fortificati del contado, che si unirono nel Duecento per fondare la città: ognuno avrebbe portato la propria cannella, la propria piazza e la propria chiesa.
È una bella storia e ha un fondamento vero: L’Aquila nasce davvero da un patto fra comunità del territorio, con una fondazione definitiva che si fa risalire al 1254, e questo modo di nascere, per federazione invece che per crescita, spiega la pianta a quartieri della città.
Quello che gli studiosi correggono è il numero. I centri che parteciparono davvero erano un po’ meno di novantanove, e la cifra tonda arrivò dopo, come simbolo. Se ti chiedi allora perché novantanove e non il numero esatto, la risposta più solida è che novantanove è il numero che manca di uno per essere cento: dice «tutti, o quasi» in una forma che si ricorda.
La cosa che vale la pena sapere, comunque, è che il numero è diventato l’identità della città. Non è folklore per turisti: la campana della torre civica lo batte ogni sera, e l’orologio pubblico di quella torre, montato nel 1374, fu il primo del Regno di Napoli.
Il segreto che non è mai stato svelato
Da dove viene l’acqua? Questa è la domanda che rende la fontana un piccolo caso, perché la risposta non è pubblica.
La sorgente che alimenta i novantanove getti fu tenuta deliberatamente segreta, e il motivo era pratico: in una città nata da un patto fra novantanove comunità, sapere sul cui terreno nasceva l’acqua avrebbe aperto una lite sul patronato che nessuno voleva. Tenendo il nome fuori dai documenti si tenne l’acqua di tutti.
L’ipotesi più accreditata la colloca poco lontano, verso la chiesa di Santa Chiara, sul lato nordest di Rivera, ma ufficialmente la localizzazione resta non dichiarata. L’acqua arriva ancora, continua e fredda, e oltre questo non si può dire niente con certezza.
Attenzione: l’acqua della fontana non è potabile. È una beffa storica, perché la fontana nacque proprio per festeggiare l’arrivo in città dell’acqua da bere: oggi guardala e ascoltala, ma non riempirci la bottiglia.
Come è cresciuta, e il lavatoio che ci girava attorno

Il monumento che vedi non è di un unico momento, ed è per questo che i mascheroni non si assomigliano. Le fasi sono queste, e si leggono sui muri.
Il fronte principale è del 1272 e porta la firma del maestro Tancredi da Pentima: sul muro davanti al cancello c’è la lapide con l’iscrizione ANNO DOMINI MCCLXXII MAGISTER TANCREDUS DE PENTOMA DE VALVA FECIT HOC OPUS. La fontana nacque per una ragione precisa, celebrare il completamento dell’acquedotto di Amiternum, che aveva appena portato in città l’acqua da bere, e Amiternum è anche il sito archeologico che oggi fa parte del museo nazionale d’Abruzzo. Il lato sinistro fu aggiunto nel 1582 da Alessandro Ciccarone, e il lato destro venne rifatto nel Settecento, dopo che il terremoto del 1703 lo aveva danneggiato. Restauri documentati si susseguono nel 1744 e nel 1871. Fra il primo intervento e l’ultimo passano seicento anni, e il paramento a scacchi è la cosa che li tiene insieme.
C’è poi una parte della storia che non è architettonica e che spiega la forma del posto. Le vasche si distribuiscono su cinque livelli diversi, e non è un vezzo scenografico: servivano a separare gli usi. L’acqua pulita al livello alto per bere e per gli animali, i livelli sotto per lavare i panni. Fino ai primi del Novecento questo cortile è stato il lavatoio pubblico dell’Aquila, cioè il posto dove le donne del quartiere passavano le mattine.
Quando lo attraversi, quindi, stai attraversando un luogo di lavoro. È la ragione per cui il pavimento è largo e in pendenza, e per cui i bordi delle vasche sono consumati e lisci.
Il 2009, e il primo restauro che finì
Il terremoto del 6 aprile 2009 trattò questa fontana meglio del resto della città: i danni furono contenuti, concentrati soprattutto sul fronte destro, cioè la parte settecentesca.
Il restauro fu finanziato dal FAI, Fondo Ambiente Italiano, e si concluse il 16 dicembre 2010. La data conta: nel dicembre del 2010, quando quasi tutto il centro storico era zona rossa e la città non aveva ancora un solo monumento restituito, le 99 cannelle furono il primo monumento aquilano riconsegnato integro.
Per capire che cosa significasse basta il confronto con gli altri edifici di questa guida: Collemaggio riaprì nel 2017, il MAXXI nel 2021, il museo nazionale nel castello nel dicembre del 2025. La fontana era tornata quindici anni prima dell’ultimo.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 7 settembre 2026 sulle schede del portale culturale della Regione Abruzzo e sulla documentazione del FAI relativa al restauro. La fontana è un monumento all’aperto e le condizioni di accesso possono cambiare per lavori: se arrivi da lontano, controlla.
Ingresso. L’ingresso è libero e gratuito, e non c’è biglietteria.
Orari. Il cortile è accessibile durante il giorno e non ha un orario di chiusura dichiarato né un giorno di riposo. La luce migliore per fotografarlo è quella del primo pomeriggio, quando entra nel cortile invece di stare sui muri.
Come arrivare. La fontana si trova in piazza San Vito, nel quartiere di Borgo Rivera, nella parte bassa della città, appena fuori dalla cinta storica. Dal centro si scende a piedi in dieci minuti; il ritorno è tutto in salita, e questo è l’unico avvertimento pratico che serve. L’ultimo tratto e il cortile hanno gradini e un piano in pendenza.
Cosa c’è intorno. A due passi c’è l’ex mattatoio di via Pentima, che per sedici anni ha ospitato il museo nazionale d’Abruzzo e oggi ne conserva la sezione archeologica, visitabile solo con le visite straordinarie del museo. Poco sopra, la chiesa di San Vito e la porta Rivera.
Quanto tempo chiede. Venti minuti bastano. Trenta, se ti metti a guardare i mascheroni uno per uno: è il modo giusto di visitarla.
Perché scendere a Borgo Rivera
Le 99 cannelle sono il monumento aquilano che si fa meno fotografare bene e si ricorda di più. La ragione è che non funziona per la vista d’insieme, che è quasi impossibile, ma per la somma di due cose che stanno insieme solo qui: un numero che è l’identità di una città e un’acqua di cui non si conosce l’origine.
E c’è un motivo pratico per metterla in programma dopo i musei e non prima. Dopo un’ora e mezza dentro il castello, scendere a un cortile aperto dove l’unico suono è l’acqua rimette in ordine la giornata.
Come incastrarla nei due giorni lo spiega la guida su cosa vedere a L’Aquila; l’altro monumento con lo stesso paramento a scacchi è la basilica di Collemaggio, e la basilica di San Bernardino è la chiesa da cui si scende.
Fotografie: l’angolo della fontana di Maurizio Moro5153, la fila dei mascheroni di Giu Pepis, il cortile e il dettaglio dei mascheroni di Albrizio Iolanda, tutte CC BY-SA 4.0, da Wikimedia Commons.