Il santo patrono dell’Aquila è Massimo, il santo che dà il nome alla cattedrale. Ma la chiesa più ambiziosa che la città si sia costruita è dedicata a un senese di passaggio, morto qui per caso nel 1444 mentre stava andando altrove.
Si chiamava Bernardino ed era il predicatore più ascoltato d’Italia; la sua morte all’Aquila trasformò la città in una meta di pellegrinaggio. Sei anni dopo era santo; dieci anni dopo la città cominciava a costruirgli questa basilica, e ci mise quasi un secolo a finirla.
Il risultato è la chiesa che vale il viaggio più delle altre, per un motivo che non ha a che vedere con la devozione: dentro ci sono le due sculture più belle dell’Abruzzo rinascimentale, e le ha fatte lo stesso uomo, un artista locale che si firmava Silvestro dell’Aquila.
L’ingresso è gratuito, la basilica apre tutti i giorni dalle 7:00 alle 19:00, e dopo il terremoto del 2009 è tornata visitabile il 2 maggio 2015.

Perché un senese è il santo che l’Aquila si è scelta
Bernardino degli Albizzeschi, nato a Massa Marittima e cresciuto a Siena, passò trent’anni a camminare per l’Italia a predicare nelle piazze, con una capacità di riempirle che nessuno gli contendeva. Il suo emblema, il trigramma IHS dentro un sole raggiante, lo faceva dipingere su tavolette che alzava davanti alla folla al posto delle immagini dei santi: era un modo di predicare, e diventò un marchio.
Morì all’Aquila il 20 maggio 1444, in un convento fuori le mura, durante un viaggio verso Napoli. Fu canonizzato da Niccolò V il 24 maggio 1450, sei anni e quattro giorni dopo la morte: una delle canonizzazioni più rapide del Quattrocento.
Che cosa ci guadagnava L’Aquila? Il corpo. In una città del Quattrocento le reliquie di un santo appena canonizzato valevano quanto un porto: portavano pellegrini, elemosine, prestigio e commesse d’arte. La basilica cominciò nel 1454 e la struttura fu compiuta nel 1472. Se ti interessa il rovescio senese di questa storia, la guida su Siena racconta la città che lo formò e che non riuscì a riprenderselo.
La scalinata, e il modo giusto di arrivare
La basilica si alza in cima a una scalinata larghissima, lastricata a ciottoli, che sale fra due file di cedri e ha due edicole di pietra ai lati. Non è un dettaglio scenografico: è il modo in cui la chiesa è stata pensata per essere vista.
Il consiglio pratico, e vale la deviazione di cinque minuti: arriva dal basso, da via Fortebraccio, e sali. Chi arriva dall’alto, dal fianco, si trova la facciata addosso e ne perde il senso, perché quella facciata è disegnata per essere guardata in prospettiva da lontano, con il cielo intorno.
In cima, il sagrato è pianeggiante e l’ingresso è a livello, quindi la scalinata si può evitare girando dal lato di via Vittorio Veneto.
La facciata di Cola dell’Amatrice: tre ordini, uno sopra l’altro

Come si fa una facciata alta il doppio di quanto è larga senza che sembri una torre? La soluzione che Cola dell’Amatrice, cioè Nicola Filotesio, adotta qui è la più semplice e la più difficile: si impilano tre ordini classici, ciascuno completo, e si lascia che la trabeazione orizzontale faccia da freno all’occhio a ogni piano.
Contali, salendo. In basso l’ordine toscanico, con quattro coppie di colonne e i tre portali; al centro lo ionico, con il finestrone e due oculi tondi chiusi da grate; in alto il corinzio, più stretto, con altri oculi e i pilastrini d’angolo. Ogni ordine ha la sua cornice massiccia, e la facciata sale per gradini invece di scattare.
Sul fregio del secondo ordine corre l’iscrizione dedicatoria in capitali latine, che nomina il santo e la città: si legge da terra, e nella fotografia si distingue senza fatica.
La facciata fu compiuta nel 1542, settant’anni dopo la chiesa: è quindi cinquecentesca e romana di linguaggio, appoggiata a un corpo quattrocentesco. La discontinuità si vede, e non è un difetto.
Il mausoleo del santo, e il monogramma che lui stesso aveva diffuso

Il mausoleo di San Bernardino è la macchina che Silvestro dell’Aquila costruì fra il 1489 e il 1505, su commissione del mercante Jacopo di Notar Nanni, che con quest’opera si comprò la memoria di sé per sempre.
È un’architettura, non una tomba: quattro pilastri angolari che reggono una trabeazione, una lunetta con un rilievo benedicente in cima, e fra i pilastri una fascia di scomparti scolpiti, con una figura in trono al centro e santi nelle nicchie laterali. Sotto, la sepoltura vera è chiusa da una grata di ferro a maglie incrociate.
Alza gli occhi, però, perché il premio arriva dall’alto. La cupola della cappella è affrescata con il santo che sale in gloria fra una folla di figure, e al culmine, nel punto più alto, c’è il monogramma IHS dentro un sole raggiante.
È lo stesso emblema che Bernardino alzava sulle tavolette davanti alle folle. Il segno che lui aveva inventato come strumento di predicazione finisce dipinto in cima alla cupola sopra il suo corpo, in un affresco di secoli più tardo: chi lo dipinse chiuse il cerchio che il predicatore aveva aperto.
Maria e Beatrice: la scultura da cui non ti allontani

Nella cappella accanto all’altare maggiore si trova l’altra opera di Silvestro, ed è quella che la critica considera la sua più commovente. Guardala dall’alto verso il basso, in tre tempi.
In alto, un arco a tutto tondo coperto di festoni di frutta e fiori scolpiti a tutto rilievo, con quattro santi nelle nicchie agli angoli e un medaglione con il monogramma IHS sulla chiave.
Al centro, sopra un sarcofago decorato di festoni e teste di cherubino, la giacente di una giovane donna, le mani appoggiate, la testa su due cuscini con le nappe.
E poi, e qui la scultura cambia di natura: sotto il sarcofago, appoggiata al basamento, c’è una seconda giacente, una bambina piccolissima, fra due putti inginocchiati.
Chi sono? Il monumento fu commissionato nel 1488 da Maria Pereyra Camponeschi, e la commissione riguardava due tombe insieme: quella della figlia Beatrice, morta prima di lei, e la propria. La madre in alto, la figlia sotto. Qui non commissionava un mercante che si comprava la memoria: commissionava una madre che seppelliva una figlia. La differenza si vede nella scelta di mettere le due figure in scala reale, una sopra l’altra, invece di dedicare loro due monumenti separati.
La Resurrezione di Andrea della Robbia

In una cappella laterale c’è un pezzo che a L’Aquila non ti aspetti, perché è fiorentino di fabbrica: una grande Resurrezione in terracotta invetriata di Andrea della Robbia, figure bianche su fondo azzurro, arrivata qui su commissione.
Leggila per registri, dal basso. Sotto, i soldati addormentati e uno che si sveglia di soprassalto; al centro il Cristo risorto in piedi sul sarcofago, la mano alzata a benedire; ai lati santi e angeli inginocchiati; in alto, dentro lo stesso rilievo, un secondo soggetto, l’Incoronazione della Vergine, con Cristo che le posa la corona sul capo fra gli angeli. Una predella con quattro scenette chiude in basso.
La cornice che la circonda è settecentesca, di stucco, con due grandi angeli ai lati e putti sopra: un quattrocentesco fiorentino incastonato in un barocco locale. Se questa tecnica ti interessa, il Museo Nazionale del Bargello a Firenze conserva le terrecotte invetriate della stessa bottega e della stessa famiglia.
Il soffitto del Settecento, e l’organo del 1725

La navata centrale è coperta da un soffitto ligneo a cassettoni intagliato e dorato che Ferdinando Mosca da Pescocostanzo costruì fra il 1723 e il 1727, incorporando dipinti di Girolamo Cenatiempo.
È il pezzo che spiega perché questa chiesa non ha subito la sorte di Collemaggio, dove il restauro novecentesco rimosse le aggiunte barocche per riportare tutto al Medioevo. Qui il barocco è rimasto, e la chiesa si legge in due strati sovrapposti invece che in uno solo.
Dello stesso Mosca è la cassa di risonanza dell’organo, costruito nel 1725 da Feliciano Fedeli. Cassa e strumento sono coevi e pensati insieme, cosa meno comune di quanto sembri.
Il 2009, e la riapertura del 2015
Il terremoto del 6 aprile 2009 colpì San Bernardino in due punti: il campanile crollò in parte e l’abside con il tamburo della cupola si lesionarono gravemente. La facciata di Cola dell’Amatrice, come quella di Collemaggio, tenne.
Il restauro riportò la basilica al culto il 2 maggio 2015, prima di Collemaggio e prima del museo nazionale: fu una delle prime riaperture importanti del centro storico, ed è la ragione per cui negli anni in cui il resto della città era chiuso questa chiesa faceva da punto di riferimento.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 7 settembre 2026 sul sito ufficiale della basilica di San Bernardino, incrociato con il portale della Regione Abruzzo. Orari e calendari liturgici cambiano: ricontrolla prima di partire.
Ingresso. L’ingresso è gratuito e non serve prenotare.
Orari. La basilica è aperta al pubblico tutti i giorni dalle 7:00 alle 19:00. Non c’è un giorno di chiusura settimanale, ed è il monumento aquilano con l’orario più ampio.
Messe. Nei giorni festivi sono alle 8:30, alle 11:30 e alle 18:30; nei feriali alle 7:00 e alle 18:30. Durante le funzioni la visita alle cappelle è sconsigliata.
Come arrivare. L’indirizzo è via Vittorio Veneto 3, in pieno centro storico, a cinque minuti a piedi da piazza del Duomo. Chi vuole evitare la scalinata entra dal lato di via Vittorio Veneto, dove il sagrato è a livello.
Quanto tempo chiede. Quaranta minuti per le due sculture di Silvestro, la Della Robbia e il soffitto. Venti, se guardi soltanto il mausoleo del santo e la navata.
Il recapito. Il numero della basilica è 0862 200390.
Perché entrare
Se hai poco tempo all’Aquila e devi scegliere una sola chiesa, la risposta non è automatica. Collemaggio ha la storia più grande e la facciata più famosa; San Bernardino ha le opere migliori.
Il motivo per entrare qui è concentrato in pochi metri quadrati: due sculture dello stesso artista, una del 1488 e una finita nel 1505, commissionate la prima da una madre e la seconda da un mercante, che mostrano cosa succede quando lo stesso scalpello lavora su due richieste opposte. Più una terracotta fiorentina, un soffitto dorato e un organo del 1725.
Il resto della città lo racconta la guida su cosa vedere a L’Aquila in due giorni; il forte spagnolo con il MuNDA è a dieci minuti a piedi da qui, in salita.
Fotografie: la scalinata e la facciata di Ra Boe (CC BY-SA 3.0), il mausoleo di San Bernardino e il soffitto di Syrio, il monumento Pereyra Camponeschi e la Resurrezione della Robbia di Lasacrasillaba (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.