Su via Ostiense, a poche fermate dalla Piramide, c’è un edificio industriale di mattoni e vetro che non somiglia per niente a un museo. Dentro, davanti a due motori diesel neri alti come una casa, sono allineate centinaia di statue romane in marmo bianco.

Il contrasto non è una trovata di allestimento. La Centrale Montemartini è stata una centrale elettrica vera, e le macchine sono rimaste dove lavoravano: le statue sono arrivate dopo, e a illuminarle è la luce delle vetrate industriali. Nessun fondale neutro, nessuna teca, nessuna penombra da galleria. Qui una Musa ellenistica e un albero motore da ottantuno tonnellate condividono la stessa stanza, e ti accorgi che tutte e due sono state costruite per durare.

Il giro che segue tiene l’ordine delle due sale principali, dalla Sala Macchine alla Sala Caldaie, e finisce in uno spazio dove non c’è marmo ma un treno.

Come è finita una collezione di marmi imperiali dentro una centrale elettrica?

Si parte!

Una centrale elettrica, e come ci sono finite le statue

La centrale fu inaugurata il 30 giugno 1912 dal sindaco Ernesto Nathan, ed era il primo impianto pubblico per la produzione di energia elettrica di Roma. Il nome è quello di Giovanni Montemartini, l’assessore socialista che le municipalizzazioni le aveva teorizzate. Morì nel luglio del 1913, durante una seduta del consiglio comunale, e l’impianto fu intitolato a lui. Lavorò per oltre cinquant’anni e fu dismesso nel 1968.

Poi restò vuoto, finché nel 1997 i Musei Capitolini dovettero svuotare alcune sale per dei lavori e cercarono un ricovero provvisorio per le sculture. Ne uscì una mostra con un titolo che dichiarava l’esperimento, Le macchine e gli dei. Doveva durare qualche stagione. È diventata la seconda sede dei Musei Capitolini.

Mentre cammini tieni presente una cosa, perché spiega quasi ogni cartellino che leggerai. La gran parte di questi pezzi non viene da scavi scientifici. Viene dagli sbancamenti edilizi di fine Ottocento, quando Roma diventò capitale e si costruirono interi quartieri sopra le ville imperiali, e poi dai cantieri degli anni Trenta: sono opere uscite dal terreno insieme alle fondamenta dei palazzi.

1. I due motori diesel della Sala Macchine

Comincia dai motori, perché sono i primi a pretendere attenzione e perché il museo li tratta esattamente come tratta i marmi.

Sono due diesel a due tempi costruiti dalla Franco Tosi di Legnano, messi in funzione il 21 aprile 1933, alla presenza di Mussolini, per una potenza complessiva di quindicimila cavalli. L’albero motore è in tre pezzi, pesa ottantuno tonnellate e supera i venti metri di lunghezza. Avvicinati alle passerelle laterali: le scalette, i corrimano e le targhette di ottone sono ancora quelli degli operai che facevano i turni qui dentro.

Poi abbassa lo sguardo sulle statue allineate davanti a loro. È la stessa operazione che fa un museo archeologico con un capitello: conservare un oggetto tecnico che non serve più, perché racconta come lavorava chi c’era prima.

2. Il frontone del tempio di Apollo Sosiano

Nella Sala Macchine, su un podio a gradoni che ricostruisce la disposizione originale a triangolo, sono rimontate le sculture del frontone del tempio di Apollo Sosiano, il tempio di cui restano tre colonne accanto al Teatro di Marcello.

La scena è un’amazzonomachia, la battaglia fra Greci e Amazzoni, con Eracle e Teseo che combattono sotto lo sguardo di Atena e di Nike. Cerca i corpi piegati all’indietro nei vertici bassi del triangolo: la composizione doveva riempire uno spazio che si abbassa ai lati, e le figure sono state pensate per quella geometria.

le sculture del frontone del tempio di apollo sosiano rimontate su un podio a gradoni davanti alla parete blu, nella sala macchine della centrale montemartini

Perché queste sculture non sono copie romane come quasi tutto il resto?

Perché non sono romane. Sono originali greci di fabbrica attica, scolpiti fra il 450 e il 425 a.C., e vengono dal tempio di Apollo Dafneforo di Eretria, in Eubea. Le portò a Roma Gaio Sosio, che ricostruì il tempio dopo il trionfo del 34 a.C.: un bottino di guerra rimontato su un edificio nuovo, quattro secoli dopo essere stato scolpito. Quando passi accanto alle colonne del Teatro di Marcello, adesso sai che cosa c’era in cima.

3. Il ritratto detto di Cleopatra

È una testa di marmo alta trentanove centimetri e mezzo, di età ellenistica, ed è uno dei pezzi più piccoli e più fotografati del museo. Il cartellino la presenta come ritratto di Cleopatra.

Il dato che vale la pena portarsi via non è il nome, è la riga sotto: fu trovata a Roma in via Labicana, nel 1886. Dalla stessa strada, nel 1910, uscì l’Augusto di via Labicana, il ritratto dell’imperatore con il capo velato che oggi è una delle opere di Palazzo Massimo alle Terme. Due ritratti a poche centinaia di metri l’uno dall’altro, due musei diversi, la stessa stagione di scavi.

4. La Musa Polimnia

Nella Sala Caldaie, nella sezione dedicata agli Horti Spei Veteris, c’è la statua che più spesso finisce sulle locandine del museo: la Musa Polimnia, marmo alto centocinquantanove centimetri, copia da un originale di età ellenistica.

la statua della musa polimnia avvolta nel mantello fino al mento, con la testa girata di lato e il pugno chiuso che esce dalla stoffa

È avvolta nel mantello fino al mento, appoggiata con il gomito a un sostegno, il pugno sinistro che sbuca dalla stoffa e la testa girata di lato, lo sguardo lontano da chi la guarda. Fu trovata in via Terni nel 1928, nella zona di Porta Maggiore dove si stendevano gli horti imperiali: giardini che erano residenze, con padiglioni, fontane e sculture disposte come in un museo privato.

Osservala da tre passi indietro e poi da vicino. Da lontano è una figura raccolta, quasi un blocco; da vicino il mantello è scolpito con pieghe che cambiano direzione a ogni piano, ed è lì che si vede la mano del copista che sapeva il mestiere.

5. La Fanciulla seduta

Poco più in là, nella sezione degli Horti Liciniani, siede una ragazza in marmo pentelico, creazione di età adrianea di gusto ellenistico. È una delle sculture che il museo espone senza vetro, all’altezza giusta per essere guardata negli occhi.

Viene dal cosiddetto tempio di Minerva Medica, e qui c’è la cosa che quasi nessuno sa: quel tempio non è un tempio. È una grande sala decagonale del IV secolo, un padiglione di rappresentanza dentro una residenza con giardini, e il nome se l’è portato dietro da un’attribuzione sbagliata di secoli fa. Su quali giardini fosse, per inciso, gli studiosi discutono ancora. Lo vedi dal finestrino, con la cupola crollata e i mattoni scoperti, quando il treno arriva a Termini: un rudere in mezzo ai binari.

6. Il mosaico con le scene di caccia

Sempre dagli Horti Liciniani, cioè dalla residenza imperiale di Licinio Gallieno, viene il pezzo più grande della Sala Caldaie: un mosaico policromo con scene di caccia dell’inizio del IV secolo, che misura quindici metri per nove.

i pannelli del mosaico con scene di caccia posati sul pavimento della sala caldaie, con cacciatori, uccelli e un animale ferito

Fai il conto: sono centotrentacinque metri quadrati di pavimento, la superficie di un appartamento grande. Non era un quadro da parete, era il piano su cui si camminava, e il lusso consisteva proprio in questo, nel calpestare una scena di caccia composta tessera per tessera.

Fu ritrovato nel 1904, presso la chiesa di Santa Bibiana, che è a due passi dalla stazione Termini: un altro pezzo di Roma imperiale riemerso sotto un edificio in uso.

7. Il treno di Pio IX

L’ultima sala non ha marmi. Ha tre carrozze ferroviarie del 1858, regalate a papa Pio IX dalle società che stavano costruendo le ferrovie pontificie e fabbricate in Francia.

Una è la loggia delle benedizioni: un vagone aperto con la balaustra, dal quale il papa poteva benedire la folla mentre il treno rallentava nelle stazioni. Un’altra è una cappella. La terza è una sala del trono per le udienze.

due carrozze del treno di pio ix nella sala del museo, una con la loggia aperta e la ringhiera in ferro battuto, l altra blu con le decorazioni dorate

Che cosa ci fa un treno papale dentro un museo archeologico?

Racconta lo stesso pezzo di storia delle statue che hai appena visto, dal lato opposto. Il 3 luglio 1859 Pio IX fece il suo primo viaggio su queste carrozze, da Porta Maggiore alla stazione di Cecchina, verso Albano. Undici anni dopo lo Stato pontificio non esisteva più, Roma diventava capitale del Regno d’Italia e cominciavano gli sbancamenti che avrebbero riportato alla luce gran parte dei marmi di questo museo. Il treno e le statue convivono nello stesso edificio perché li ha messi insieme la stessa data.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 16 settembre 2026 sul sito ufficiale della Centrale Montemartini. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. L’intero costa 11 euro e comprende il percorso permanente; il ridotto costa 6,50 euro e spetta ai non residenti fra i 6 e i 25 anni, ai possessori di abbonamento ATAC annuale e ai gruppi di almeno venti persone. Gratuità. Dal febbraio 2026 l’ingresso è gratuito per chi risiede a Roma e nella Città Metropolitana, esibendo la carta d’identità alla cassa: se arrivi da fuori, il biglietto lo paghi. Entrano gratis anche i bambini sotto i sei anni, le persone con disabilità con un accompagnatore e i possessori della MIC card. La prima domenica di ogni mese l’ingresso è gratuito per tutti. Uno sconto che quasi nessuno usa. Tutti i mercoledì, nelle ultime due ore di apertura, i non residenti pagano la tariffa ridotta del 50 per cento. Orari. Da martedì a domenica 9:00-19:00. Chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre. L’ultimo ingresso è un’ora prima della chiusura. Come arrivare. Il museo è in via Ostiense 106. La fermata più vicina è Garbatella, sulla linea B della metropolitana, a pochi minuti a piedi. In alternativa scendi a Piramide e prosegui lungo via Ostiense. Quanto tempo prevedere. Le sette opere di questa guida e le due sale principali occupano un’ora e mezza. Metti in conto due ore se ti fermi sulle passerelle dei motori e nella sala del treno.

Da qui in poi

Se questa sede ti è piaciuta, la sua gemella maggiore è a un chilometro e mezzo dal Campidoglio: sono i Musei Capitolini, da cui viene gran parte di quello che hai appena visto. Il confronto più utile è però con l’altro grande deposito di marmi imperiali della città, il Museo Nazionale Romano, che ho raccontato partendo dalle opere di Palazzo Massimo alle Terme e di Palazzo Altemps.

Se stai ancora decidendo da dove cominciare, l’elenco ragionato con i giorni di chiusura è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.

Crediti fotografici: sala macchine di Alephoto (CC BY-SA 4.0); frontone di Apollo Sosiano e mosaico con scene di caccia di Lalupa (CC BY-SA 3.0); Musa Polimnia di Carole Raddato (CC BY-SA 2.0); treno di Pio IX di Carlomorino (CC BY-SA 4.0), tutte da Wikimedia Commons.