Fra Santa Maria Maggiore e San Giovanni, su una strada che i turisti percorrono in autobus senza scendere, c’è un edificio squadrato che per mezzo secolo è stato una carcassa: muri in piedi, dentro niente.
È Palazzo Merulana, e oggi contiene novanta opere della pittura e della scultura italiana fra le due guerre, cioè la stagione in cui Roma ebbe una scuola sua. Sironi, Donghi, De Chirico, Balla, Mafai, Raphaël, Scipione, Capogrossi: nomi che nei musei italiani si incontrano uno alla volta, e che qui convivono nella stessa raccolta, quella messa insieme da Elena e Claudio Cerasi.
Le sei opere di questa guida seguono quella stagione dal realismo silenzioso degli anni Venti fino alla vigilia dell’astrazione, e cominciano al piano terra, dove si entra senza biglietto.
Che cosa è successo alla pittura romana negli anni fra le due guerre, di così diverso dal resto d’Italia?
Si parte!
L’edificio: un vuoto urbano durato mezzo secolo
Il palazzo fu costruito nel 1929 per ospitare l’Ufficio d’Igiene del Comune di Roma. Negli anni Sessanta si decise di demolirlo e rifarlo in cemento armato e vetro: il progetto non fu mai portato a termine, e l’edificio restò svuotato per decenni, nel mezzo di un quartiere abitatissimo.
Il recupero lo ha fatto la Fondazione Elena e Claudio Cerasi, nata nel 2014, e il museo ha aperto il 10 maggio 2018.
Tienilo presente mentre sali: questo non è un palazzo storico adattato a museo, è un guscio rimasto vuoto cinquant’anni e riempito da una collezione privata. Le sale sono nette, alte, senza decorazione, ed è il motivo per cui i quadri degli anni Trenta ci respirano.
1. La sala delle sculture, che si visita senza biglietto
Il salone al piano terra, con le sculture, il caffè e la libreria, è ad accesso libero dal mercoledì alla domenica: puoi entrare, sederti e guardarti intorno senza pagare niente.
Tra i pezzi della raccolta c’è l’Erma per fontana di Duilio Cambellotti, e già da qui si capisce il carattere della collezione: non solo pittura da cavalletto, ma anche scultura, arti applicate e disegno, cioè tutto quello che a Roma si faceva in quegli anni, comprese le cose pensate per stare in un giardino o su una facciata.
2. Le due gite in barca, a un anno di distanza
È il confronto per cui vale la visita, e quasi nessuno lo racconta. La collezione possiede due quadri quasi omonimi: la Gita in barca di Giuseppe Capogrossi, del 1932-33, nota anche come I canottieri, e la Gita in barca di Antonio Donghi, del 1934.
Come mai due pittori romani, nello stesso giro di mesi, dipingono la stessa domenica sul fiume?
Perché quella era la Roma che avevano sotto gli occhi, e perché tutti e due cercavano la stessa cosa: un soggetto ordinario trattato con la solennità di una scena storica. Guarda come lo risolvono in modo opposto. Capogrossi tiene la figura morbida, la luce diffusa, il colore sciolto; Donghi disegna ogni contorno con una nitidezza che sembra vetro, e ferma le persone come se non respirassero.
Sono due strade divergenti che partono dallo stesso punto, e una decina d’anni dopo Capogrossi avrebbe smesso del tutto di dipingere figure.
3. Le lavandaie e i piccoli saltimbanchi di Donghi
Della collezione fanno parte altri due Donghi fondamentali: le Lavandaie, del 1922-23, e i Piccoli saltimbanchi, del 1938.
Donghi è il pittore del realismo magico, e la formula si capisce meglio davanti ai quadri che in una definizione: le figure sono descritte con una precisione da manuale, ma sono immobili, non si guardano fra loro, e l’aria intorno è ferma. Non c’è niente di fantastico, ed è proprio questo a rendere le scene inquietanti.
Cerca le mani dei saltimbanchi. Sono mani di bambini che lavorano, dipinte con la stessa cura con cui altri pittori dipingevano i santi.
4. Le Cabine misteriose di De Chirico
Giorgio de Chirico dipinse le Cabine misteriose nel 1934, e sono il pezzo che lega questa collezione al resto d’Europa.
Le cabine sono quelle da spiaggia, di legno, ammassate una contro l’altra; dentro si intravedono figure e fuori c’è il vuoto. È un tema che de Chirico riprese per anni, e vale la pena di guardarlo qui, accanto ai romani: loro dipingono il reale finché diventa immobile, lui parte dall’immobilità e la carica di un enigma.
5. Scipione, Mafai e Raphaël, cioè la Scuola Romana
Al centro della collezione ci sono i pittori che la critica ha poi chiamato Scuola Romana: Scipione, Mario Mafai e Antonietta Raphaël.
È il rovescio esatto di Donghi. Dove lui congela, loro sciolgono: colori bruciati, contorni che si sfaldano, una Roma vista di notte, dai quartieri, con le chiese che si piegano. Mafai e Raphaël erano marito e moglie, lavoravano nello stesso studio di via Cavour, a pochi minuti da qui, e quello studio è uno dei luoghi in cui la pittura italiana del Novecento è cambiata.
Scipione morì di tubercolosi a ventinove anni, nel 1933. La sua opera intera si esaurisce in meno di dieci anni di lavoro.
6. Sironi, Balla e il Novecento che voleva essere monumentale
Chiudono la raccolta i nomi che portano fuori da Roma: Mario Sironi, Giacomo Balla, e accanto a loro Casorati, Campigli, Severini, fino a un contemporaneo come Jan Fabre.
Sironi è il contrario di una gita in barca: figure massicce, periferie di case squadrate, cieli plumbei, una pittura che vuole essere solenne come un muro. Balla, che nel 1912 aveva dipinto il movimento scomponendolo, qui lo trovi in una fase diversa. Metterli in fila nella stessa visita serve a una cosa sola, e cioè a capire che «arte italiana fra le due guerre» non è uno stile: sono almeno quattro programmi diversi, e litigavano fra loro.
Una nota pratica su queste sale: quasi tutti questi autori sono ancora sotto diritto d’autore, quindi delle opere che vedrai non troverai immagini libere in rete, e nemmeno in questo articolo. Dell’edificio, poi, non esiste in circolazione nemmeno una fotografia libera: l’immagine in apertura è via Merulana, la strada su cui il museo affaccia, e non il museo. Una collezione così si racconta a parole e si guarda di persona.
Informazioni pratiche
Dati verificati il 16 settembre 2026 sul sito ufficiale di Palazzo Merulana e sulla biglietteria CoopCulture. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. L’intero costa 13 euro e comprende sia la collezione permanente sia le mostre in corso; il ridotto costa 11 euro e spetta agli under 26, agli over 65, agli insegnanti in servizio e ai possessori di diverse carte convenzionate. La prenotazione online aggiunge 2 euro. Gratuità. Entrano gratis i bambini sotto i sette anni, le persone con disabilità con un accompagnatore, un insegnante ogni dieci studenti, i soci ICOM e le guide turistiche abilitate. Orari. Da mercoledì a venerdì 12:00-20:00, con ingressi a ogni ora; sabato e domenica 10:00-20:00. L’ultimo ingresso è alle 19:00. Il museo resta chiuso il lunedì e il martedì, ed è la cosa che manda a vuoto più visite: è uno dei pochi musei romani con due giorni di chiusura di fila. Che cosa si vede gratis. Il salone delle sculture, la caffetteria e la libreria sono accessibili senza biglietto dal mercoledì alla domenica, dalle 9:00 alle 20:00. Come arrivare. Il museo è in via Merulana 121. Le fermate più vicine della metro A sono Vittorio Emanuele e Manzoni, a una decina di minuti a piedi; da Santa Maria Maggiore si arriva camminando lungo la stessa via Merulana. Quanto tempo prevedere. La collezione richiede un’ora. Metti in conto un’ora e mezza se c’è una mostra temporanea, e una mezz’ora in più se ti fermi al salone del piano terra.
Da qui in poi
La raccolta pubblica che copre lo stesso periodo, con molte più opere e meno concentrazione su Roma, è la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, dall’altra parte della città dentro Villa Borghese. Per l’arte del secolo dopo, il riferimento romano è il MAXXI.
Se il quartiere ti interessa più della collezione, Santa Maria Maggiore e San Giovanni sono a pochi minuti a piedi, e la mappa completa dei musei della città è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.
Crediti fotografici: via Merulana di NikonZ7II (CC BY-SA 4.0), da Wikimedia Commons.
