Mettiti in fondo al Canal Grande di Trieste, dalla parte del mare, e guarda verso l’interno. In fondo alla prospettiva c’è un tempio classico con sei colonne ioniche e sei santi in cima, che è una chiesa cattolica. A destra, cento passi prima, sopra i tetti spuntano cinque cupole azzurre, e quella è una chiesa serbo-ortodossa. Se prosegui verso la riva ne trovi una terza, greco-ortodossa, con due campanili barocchi affacciati sull’Adriatico. Dietro il palazzo delle Poste c’è una chiesa luterana con la guglia neogotica, e a dieci minuti a piedi la sinagoga. Alle tue spalle, in alto, c’è invece la città vecchia, che è tutt’altra cosa: il colle di San Giusto con la cattedrale medievale e il foro romano.

Non è folklore, ed è la cosa che le guide raccontano peggio. È urbanistica. Questo quartiere non è cresciuto: è stato progettato in un colpo solo, su un terreno che prima non esisteva, e le sue chiese sono la pianta di una decisione politica presa a Vienna.

Il pilastro su cosa vedere a Trieste dedica al Canal Grande e ai caffè di Joyce una sezione sola. Qui prendiamo il quartiere per intero, edificio per edificio, con gli orari veri in fondo.

il canal grande di trieste al tramonto con le barche ormeggiate la chiesa di sant antonio in fondo e la cupola di san spiridione a destra

Un quartiere costruito sopra il sale

Perché il Borgo Teresiano ha le strade dritte e la città vecchia di Trieste no? Perché sotto le sue strade non c’era una città precedente: c’erano le saline, cioè vasche d’acqua marina separate da argini, appena fuori dalle mura medievali. Il terreno andava prima inventato e poi costruito, e chi costruisce da zero disegna una griglia.

L’operazione comincia nel 1730, quando l’imperatore Carlo VI compra le saline a ovest della città per farne un quartiere nuovo. La porta avanti sua figlia Maria Teresa, che nel 1749 fa abbattere le mura medievali e toglie di mezzo il confine fra il vecchio e il nuovo. La pianificazione la firma Johann Conrad de Gerhardt, e una commissione guidata da Francesco Bonomo sorveglia i cantieri. Il risultato è una maglia ortogonale che vale come uno dei primi piani regolatori moderni d’Italia, ed è il motivo per cui qui non ci si perde mai.

Il sale, però, se n’è andato dalla superficie e non dal sottosuolo, che resta un terreno di riporto molle. Quando nel 1871 la comunità luterana apre il cantiere della propria chiesa, per reggerne il peso deve piantare oltre duecento pali di rovere lunghi venticinque metri. Camminando fra i palazzi non lo si immagina, ma sotto i piedi c’è ancora la laguna.

il canal grande di trieste visto dal ponte con i palazzi neoclassici allineati sulle due rive

Il porto franco del 1719, e chi sbarcò a Trieste

Il quartiere nasce da una firma. Il 18 marzo 1719 Carlo VI dichiara Trieste e Fiume porti franchi, cancella i dazi e garantisce a chiunque voglia stabilirsi lì il libero esercizio del commercio, senza passaporto né licenza speciale. In una città che allora contava poche migliaia di abitanti arriva nel giro di due generazioni una popolazione nuova: greci, serbi, ebrei, armeni, luterani tedeschi, svizzeri riformati, inglesi.

Il richiamo non era solo fiscale. L’Istruzione che accompagna la patente del porto franco, nel 1725, consente ai non cattolici di praticare il proprio culto in forma privata: nell’Europa del Settecento è una merce rara quanto l’esenzione doganale, e i mercanti la mettono in conto quando scelgono dove aprire bottega. La libertà piena arriva più tardi, con la patente di tolleranza di Giuseppe II del 13 ottobre 1781, estesa agli ebrei all’inizio dell’anno seguente.

Questa gente ha lasciato i propri palazzi lungo le rive, e il più vistoso porta il nome di un greco. Palazzo Carciotti, con la cupola verde e le sei colonne ioniche affacciate sul mare, lo fece costruire fra il 1798 e il 1805 Demetrio Carciotti, negoziante di Corfù arrivato a Trieste da ragazzo. L’architetto era Matteo Pertsch, e lo ritroveremo fra poco davanti a un’altra facciata.

palazzo carciotti a trieste con la cupola verde e il colonnato ionico visto dalla strada

Il Canal Grande arrivava fin sotto la chiesa

Il canale non è un vezzo veneziano: è l’ultimo tratto dell’impianto delle saline, riadattato. Fra il 1754 e il 1756 l’imprenditore veneziano Matteo Pirona scava più a fondo il collettore principale delle vasche e lo trasforma in una darsena interna, perché i velieri possano scaricare le merci dentro il quartiere invece che sulla riva.

Oggi il canale finisce contro una banchina bassa, davanti a un giardino con una fontana. Non era così: arrivava fino ai gradini di Sant’Antonio, e i bastimenti ormeggiavano sotto il colonnato della chiesa. Il tratto terminale fu interrato nel 1934, con le macerie della demolizione della città vecchia, e ne uscì l’attuale piazza Sant’Antonio. Il disegno di Marco Moro del 1854 qui sotto mostra la situazione precedente meglio di qualunque spiegazione: alberi maestri e sartie a pochi metri dal timpano neoclassico.

I tre ponti si chiamavano bianco, rosso e verde dal colore con cui erano dipinti, ed erano girevoli, perché le navi dovevano passarci sotto. Oggi sono fissi e in muratura, e ci passano soltanto le barche piccole con la bassa marea. Sul Ponte Rosso c’è la statua di James Joyce, che di questo quartiere fu inquilino a lungo.

disegno di marco moro del 1854 con i velieri ormeggiati nel canal grande davanti alla chiesa di sant antonio a trieste

Sant’Antonio Taumaturgo, il tempio che chiude la prospettiva

Guardala da lontano prima di avvicinarti, perché è stata costruita per essere vista da lontano. La chiesa che chiude il canale è dedicata a sant’Antonio di Padova e i triestini la chiamano Sant’Antonio Nuovo, per distinguerla dalla chiesa più antica con lo stesso titolo. Sul frontone corre l’iscrizione DIVO ANTONIO THAVMATVRGO, ed è da lì che viene il nome ufficiale.

La storia del progetto dice quanto in fretta cresceva il quartiere. A metà Settecento qui c’era una cappella privata; verso il 1771 venne sostituita da una chiesa barocca, che nel giro di una generazione risultò troppo piccola. Nel 1808 un concorso assegnò il progetto della nuova a Pietro Nobile, il cantiere si aprì nel 1825 e la consacrazione arrivò soltanto nel 1849. Quarantun anni fra il disegno e la messa.

Nobile spiega perché questa chiesa somiglia più a Vienna che all’Italia. Nato nel Ticino nel 1776, diresse le Fabbriche di Trieste dal 1807 al 1817, poi si trasferì nella capitale e vi costruì il Theseustempel del Volksgarten (1819-1822), copia del tempio di Efesto di Atene, e la Burgtor dell’Hofburg nel 1824. Lo stesso uomo che ha piantato un tempio greco in mezzo a Vienna ha chiuso un canale triestino con un pronao a sei colonne ioniche.

Sull’attico si allineano sei statue scolpite da Francesco Bosa nel 1842, e non sono un ornamento generico: sono i patroni della città, cioè san Giusto, san Sergio, san Servolo, san Mauro, sant’Eufemia e santa Tecla. Dentro, la sorpresa è che la chiesa più grande di Trieste è anche la più sobria: navata chiara scandita da colonne, volte a cassettoni, luce alta. Non c’è oro, e fra dieci minuti ne vedremo parecchio.

la facciata neoclassica di sant antonio taumaturgo a trieste vista dalla piazza con la fontana e le sei statue sull attico

l interno chiaro di sant antonio taumaturgo a trieste con le colonne e la volta a cassettoni verso l abside

San Spiridione, il tempio dei serbi

Che cosa ci fa un tempio serbo-ortodosso a centocinquanta metri da una chiesa cattolica, sullo stesso canale? Sorge lì perché nel 1751 Maria Teresa concesse alla congregazione ortodossa di Trieste il permesso di costruire, e i mercanti greci e serbi, che allora formavano una comunità sola, tirarono su nel 1753 una chiesa intitolata alla Santissima Trinità e a san Spiridione, il vescovo di Trimitonte le cui reliquie riposano a Corfù.

La concessione aveva però delle condizioni, e sono la cosa più interessante di tutta la vicenda. La patente imperiale permetteva ai culti non cattolici di erigere oratori, «però senza campane, campanili e pubblico ingresso dalla strada, quando questi già non esistessero». Tolleranza sì, visibilità no: la chiesa del 1753 stava chiusa dentro un recinto e non prospettava sulla via.

Quella prima chiesa fu demolita nel 1861, durante i lavori di interramento delle saline del borgo. La comunità, ormai ricca, bandì un concorso internazionale nel 1858 e affidò la scelta all’Accademia di Belle Arti di Venezia, che premiò il progetto del milanese Carlo Maciachini, lo stesso architetto del Cimitero Monumentale di Milano; la direzione dei lavori andò all’ingegnere triestino Pietro Palese. Stavolta la facciata principale dava sulla pubblica via, con ingresso diretto dalla strada, e per ottenerlo la comunità dovette chiedere formalmente al podestà l’abolizione dei vecchi limiti. La ottenne.

L’edificio è alto quaranta metri, lungo trentotto e largo trentuno, e può accogliere milleseicento fedeli. La pianta è a croce greca, coperta da una grande cupola con quattro cupolette angolari che di lontano sembrano campanili. Il rivestimento esterno arriva dalle cave di Santa Croce nel Carso e dalle isole Brioni in Istria, e sulle pareti corrono mosaici su fondo oro: sopra l’ingresso principale c’è san Spiridione, sull’ingresso settentrionale l’arcangelo Michele con i santi Atanasio e Gregorio.

Sulle date, le fonti non vanno d’accordo, e conviene saperlo. L’ufficio turistico cittadino dà l’apertura al culto al 2 settembre 1868; la comunità serbo-ortodossa scrive che il tempio fu completato in tutte le sue strutture il 9 luglio 1869 e benedetto dall’archimandrita German Anđelić, inviato dal patriarca Samuilo Maširević; il Comune di Trieste data la benedizione al 20 settembre 1869. Le tre versioni si conciliano se si ammette che la chiesa cominciò a funzionare un anno prima della cerimonia ufficiale, che è quello che succede quasi sempre. I mosaici, comunque, arrivarono molto dopo: l’edificio fu dichiarato finito il 24 dicembre 1885.

dettaglio esterno del tempio di san spiridione a trieste con i mosaici le iscrizioni in cirillico e le cupole azzurre

il mosaico su fondo oro con san spiridione nella lunetta sopra il portale del tempio serbo ortodosso di trieste

Le quattro icone russe, e la lampada che non è del 1772

Dentro, la logica è rovesciata rispetto a Sant’Antonio. Le pareti sono coperte da pitture a olio su fondo oro, eseguite in modo da imitare il mosaico: i committenti avevano in mente San Marco a Venezia e le chiese di Ravenna, ma i mosaici veri costavano troppo e furono tenuti per le facciate. Se ti interessa il confronto con l’originale, sta tutto nella basilica di San Marco e nelle absidi di Ravenna.

Il pezzo forte è l’iconostasi, la parete intagliata che separa il presbiterio dai fedeli. Nella fila in basso, ai lati delle porte regali, si aprono quattro icone eseguite in Russia nei primi dell’Ottocento: la Vergine, Cristo, san Spiridione e l’Annunciazione. Sono rivestite d’oro e d’argento con pietre preziose, e secondo la comunità provengono dalla vecchia chiesa settecentesca, cioè hanno cambiato edificio insieme ai fedeli. Nella fila superiore ci sono i santi serbi, Simeone, Sava, Stefano Prvovenčani e lo zar Uroš; nella terza il battesimo, la crocifissione e la resurrezione.

Davanti all’iconostasi pende una grande lampada votiva d’argento, e qui c’è un dato da correggere. Molte fonti, compreso il portale turistico della città, la dicono dono del granduca Paolo Petrovič Romanov durante una visita a Trieste del 1772. La data non regge: nel 1772 il futuro zar Paolo I aveva diciotto anni e viveva in Russia. Il grande viaggio europeo dei Romanov, compiuto sotto il nome di conti del Nord, è del 1781-82, e la comunità serbo-ortodossa di Trieste, che quella lampada la possiede, scrive che il dono arrivò nel gennaio del 1782. Quando il proprietario e l’ufficio turistico si contraddicono, vince il proprietario.

Sotto la Sacra Mensa c’è un bassorilievo in argento massiccio con l’Ultima cena di impianto leonardesco, e sopra una croce alta due metri in oro, argento e pietre dure. Parte del tesoro fu però depredata durante la Seconda guerra mondiale, e con essa un Vangelo rivestito d’oro donato dalla contessa russa Julia Samojlova.

l iconostasi dorata del tempio di san spiridione a trieste con le icone rivestite d argento e il grande candelabro

San Nicolò dei Greci, la chiesa nata da una lite sulla lingua

Perché i greci se ne andarono dal canale per costruire sul mare? Perché nella chiesa del 1753 non riuscivano più a capirsi. Greci e serbi condividevano il rito ma non la lingua, e dal 1769 la liturgia si celebrava in serbo, perché i fedeli illirici erano diventati la maggioranza. Nel 1770 i greci chiesero al governo di separarsi; la comunità greco-orientale si costituì ufficialmente nel 1782 e il suo primo atto fu domandare il permesso di alzarsi un tempio proprio, questa volta sul fronte del mare.

La costruzione andò dal 1784 al 1795, con la prima messa celebrata a chiesa non finita il 18 febbraio 1787. La chiesa è intitolata a san Nicolò, patrono dei marinai e dei mercanti, le cui reliquie riposano nella basilica di San Nicola a Bari: per una comunità che viveva di navi non era una devozione generica.

La facciata che vedi oggi non è quella originale. Attorno al 1818 la comunità la affidò a Matteo Pertsch, l’architetto di palazzo Carciotti, che la ridisegnò in chiave neoclassica con sei paraste ioniche, un timpano allargato e due campanili con cupolette d’ardesia di sapore barocco austro-bavarese. Vale la pena rileggere quei due campanili con in mente il divieto del 1751: quando furono costruiti, la patente di Giuseppe II aveva tolto il limite da una generazione.

L’interno è a navata unica con due balconate, per il coro e per il matroneo, e il soffitto piatto è occupato da un Cristo in gloria fra gli angeli dipinto da Giacomo Graziosi e finito nel 1799, con architetture illusionistiche che fingono profondità dove non ce n’è. Sulle pareti laterali due tele del piranese Cesare dell’Acqua del 1821. L’iconostasi è fitta di icone rivestite d’argento, e a differenza di quella di San Spiridione la si può guardare da vicino.

A due passi, in Riva Tre Novembre 7, la stessa comunità gestisce un museo con icone dal XV al XX secolo, dall’Egeo a Creta al Monte Athos, più un epitaffio in legno intagliato e dorato del 1823. Apre soltanto il venerdì e il sabato, e quasi nessuna guida lo cita.

le rive di trieste al tramonto con palazzo carciotti a sinistra e i due campanili di san nicolo dei greci a destra

l interno di san nicolo dei greci a trieste con l iconostasi dorata i grandi candelabri e il pavimento a scacchi

La chiesa luterana e la sinagoga, dove il Borgo finisce

I luterani arrivarono per primi in ordine di tempo: le prime cinque famiglie di commercianti sbarcarono nel 1717, due anni prima ancora della patente del porto franco. La comunità si costituì ufficialmente nel 1778 e nel 1786 comprò all’asta, per 7.480 fiorini, una ex chiesa cattolica sconsacrata durante le riforme giuseppine. La rivendette al Comune nel 1870, quando ottenne il permesso di costruirne una propria.

La chiesa evangelica luterana di largo Odorico Panfili, dietro il palazzo delle Poste, fu progettata a Breslavia nel 1870 dall’ingegnere Carl Johann Christian Zimmermann in neogotico tedesco, costruita sotto la direzione di Giovanni Andrea Berlam e Giovanni Scalmanini e inaugurata il 1º novembre 1874. È in pietra d’Istria, ha il tetto in ardesia e un campanile di cinquanta metri, e sulla torre corrono sculture di animali fantastici che ripagano un minuto di naso all’insù. Dentro conserva due monumenti funebri scolpiti da Antonio Bosa attorno al 1823 e portati qui dalla vecchia chiesa del Rosario.

La sinagoga, invece, sorge appena fuori dal Borgo Teresiano: superata via Carducci si entra nel rione di Barriera Nuova, e l’edificio occupa un intero isolato fra via Donizetti, via San Francesco e via Zanetti, su piazza Virgilio Giotti. Fu costruita fra il 1908 e il 1912 su progetto di Ruggero Berlam e di suo figlio Arduino (lo stesso Arduino che costruirà il faro della Vittoria) e inaugurata il 21 giugno 1912. Per dimensione è considerata seconda in Europa soltanto al Tempio di Budapest. L’esterno è in stile sefardita, con tre grandi rosoni che disegnano la stella di David; l’interno, con la volta a mosaico dorato e i candelabri, è invece pieno di Art Nouveau, ed è il motivo migliore per prenotarsi una delle visite guidate.

Le leggi razziali del 1938 la chiusero, e durante l’occupazione tedesca i nazisti la ridussero a deposito di libri e opere d’arte razziate. Gli arredi rituali in argento si salvarono perché la comunità li aveva nascosti dentro l’edificio stesso.

la chiesa evangelica luterana di trieste in pietra chiara con la guglia neogotica e il portale ad arco acuto

la sinagoga di trieste vista dall angolo con il grande rosone a stella di david e il coronamento merlato

Come si cammina il quartiere

L’itinerario si fa da solo, e l’ordine giusto è quello del calendario più che quello della geografia, perché la chiesa luterana riceve visitatori soltanto nel pomeriggio e San Nicolò dei Greci chiude a mezzogiorno.

Comincia dal Ponte Rosso verso le dieci del mattino, con Sant’Antonio Taumaturgo aperta e la luce che entra da est. Sulla piazza del ponte c’è una fontana del 1753 di Giovanni Battista Mazzoleni con un putto in cima, che i triestini chiamano Giovannin de Ponterosso perché l’acqua che lo alimentava arrivava dal rione di San Giovanni: è più vecchia del canale che le scorre accanto. Poi San Spiridione, a due minuti, se la trovi aperta. Da lì scendi lungo la banchina fino alle Rive e a San Nicolò dei Greci, che chiude alle 12.30 e riapre alle 15.30.

Il pomeriggio è la parte facile, perché dalle 16.00 in poi riaprono tutti quanti. Se hai un pomeriggio solo, scegli il venerdì: è l’unico giorno in cui la chiesa luterana, la sinagoga e il museo greco-orientale ricevono visitatori insieme, e gli orari precisi sono elencati qui sotto.

Una cosa che qui funziona meglio che altrove: guarda gli edifici da lontano prima che da vicino. Il Borgo Teresiano è stato disegnato con strade rettilinee e assi visivi, quindi ogni chiesa è stata pensata per apparire in fondo a una prospettiva. Vederla di sbieco, camminandoci addosso, significa perdere metà del progetto.

la fontana settecentesca di piazza ponterosso a trieste con il putto detto giovannin de ponterosso

Informazioni pratiche

Dati verificati il 4 settembre 2026 sui siti ufficiali della parrocchia di Sant’Antonio Taumaturgo, della Comunità greco-orientale, della Comunità evangelica luterana e della Comunità ebraica di Trieste. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. Sant’Antonio Taumaturgo, San Spiridione, San Nicolò dei Greci e la chiesa luterana hanno tutte ingresso libero. La sinagoga si visita soltanto con la visita guidata della Comunità ebraica, che si paga: le fonti disponibili danno l’intero a 7 oppure a 8 euro e il ridotto a 4 oppure a 5, e la biglietteria online della comunità non è leggibile in automatico, quindi la cifra esatta la trovi allo sportello di via San Francesco 19.

Orari. Sant’Antonio Taumaturgo apre tutti i giorni 7.00-12.00 e 16.00-19.00. San Nicolò dei Greci apre 9.00-12.30 e 15.30-19.00 e chiude il lunedì e la domenica. La chiesa luterana accoglie i visitatori il mercoledì, il venerdì, il sabato e la domenica 16.00-19.00, e celebra il culto la domenica alle 10.30. La sinagoga si visita in gruppo guidato la domenica alle 10.00 e alle 11.30, il lunedì alle 16.30, il martedì alle 10.00, il mercoledì e il giovedì alle 16.30; i singoli non prenotano e si presentano all’ingresso qualche minuto prima. Il Museo della Comunità greco-orientale, in Riva Tre Novembre 7, apre il venerdì e il sabato 9.30-12.30 e 15.30-18.30.

Attenzione: San Spiridione non pubblica un orario di visita. Il tempio apre attorno alle funzioni e la pagina degli orari sul sito della comunità serbo-ortodossa risulta vuota, oltre ad avere un certificato di sicurezza scaduto che molti browser bloccano. L’orario del giorno si chiede sul posto oppure alla sede della comunità, in via Genova 12. Preferisco lasciarti senza numero piuttosto che darti quello sbagliato.

Abbigliamento. Per entrare in sinagoga servono spalle e gambe coperte, e la regola vale per tutti. Nelle due chiese ortodosse la stessa attenzione è opportuna, e durante le funzioni si sta in piedi in fondo senza fotografare.

Come arrivare. La stazione centrale di Trieste sorge all’estremità nord del Borgo Teresiano, a dieci minuti a piedi dal Canal Grande. Da piazza Unità d’Italia si arriva alla foce del canale in cinque minuti lungo le Rive. Il quartiere è pianeggiante e non serve nessun mezzo per attraversarlo.

Quanto tempo chiede. Le due chiese del canale con una passeggiata sulla banchina occupano un’ora e mezza. Aggiungendo San Nicolò dei Greci, la chiesa luterana e la visita guidata alla sinagoga si riempie una giornata intera, spezzata dalla chiusura di mezzogiorno.


Il Borgo Teresiano si legge bene perché è nato da una decisione sola e in un tempo solo. Le sue chiese non sono un mosaico di popoli capitati lì per caso: sono la conseguenza materiale di una patente doganale del 1719 e di un permesso di culto che nel 1751 arrivava con il divieto di avere un campanile. Quando cammini fra Sant’Antonio e San Spiridione, quello che stai attraversando è la distanza fra due articoli di legge.

Se questa storia di mosaici e cupole ti ha messo curiosità, il seguito naturale porta alla Cappella Palatina di Palermo, dove la convivenza di tre culture ha prodotto un soffitto che non esiste altrove. E se invece ti interessa il confine, Lubiana è a un’ora e mezza di strada.

Crediti fotografici: Canal Grande al tramonto e palazzo Carciotti di Luca Aless; Canal Grande dal ponte, facciata e interno di Sant’Antonio Taumaturgo di Zairon; interno di San Nicolò dei Greci di Kaethe17; Riva Tre Novembre, chiesa luterana e sinagoga di Andrzej Otrębski (CC BY-SA 4.0); esterno e iconostasi di San Spiridione di Fred Romero, lunetta musiva di San Spiridione di Leandro Neumann Ciuffo (CC BY 2.0); fontana di piazza Ponterosso di Twice25 e Rinina25 (CC BY 2.5). Il disegno del Canal Grande di Marco Moro (1854) è di pubblico dominio. Tutte da Wikimedia Commons.