Sul colle di San Giusto la maggior parte dei visitatori fa la stessa cosa: sale con il bus 24, fotografa il castello, entra in cattedrale, guarda l’abside in fondo e riscende dopo un quarto d’ora. In quel quarto d’ora ha guardato il mosaico sbagliato.
L’abside centrale, quella che si vede appena entrati e che cattura l’occhio perché è la più grande e la più illuminata, è del 1932. I due mosaici che valgono il viaggio stanno nelle absidi laterali, defilati, uno a destra e uno a sinistra del presbiterio, e sono di otto secoli più antichi. Il pilastro su cosa vedere a Trieste li nomina in un paragrafo. Questo articolo è quel paragrafo aperto.
Attenzione: se sali sul colle per il campanile, controlla il mese. Da aprile a settembre si sale tutti i giorni, a marzo e in ottobre solo in due fasce, ma nei mesi invernali si sale unicamente su appuntamento, telefonando alla parrocchia. Chi arriva a gennaio e conta di salire, non sale. Sul colle ci sono inoltre lavori in corso che condizionano traffico e parcheggio: se vieni in macchina, mettilo nel conto.

Tremila anni in cento metri: che cosa c’era prima
Il colle non è il posto dove hanno costruito la cattedrale. È il posto dove Trieste ha costruito tutto, una cosa sopra l’altra, per tremila anni, e la cattedrale è soltanto lo strato che si vede meglio. Dai bastioni si capisce anche il resto della città in un colpo d’occhio: la scacchiera regolare che si apre verso il mare non è cresciuta da sola, è il Borgo Teresiano, disegnato nel Settecento sulle saline interrate.
Sotto c’era un castelliere preistorico. Dopo la metà del I secolo d.C. i romani vi collocarono i due edifici principali di Tergeste: una basilica civile, cioè il tribunale e la borsa merci della città, e un ingresso monumentale colonnato, il propileo, che chiudeva un’area sacra recintata dove si suppone stesse il tempio capitolino.
I numeri della basilica civile dicono quanto era grossa la città: più di venti metri di larghezza e quasi cento di profondità. Oggi ne restano due file di ceppi di colonna sul lastricato davanti alla chiesa, più due fusti rimessi in piedi in laterizio. Tutto il resto sparì nel V secolo, quando servì come cava di materiale per l’aula cristiana costruita a pochi metri, girata di novanta gradi rispetto alla basilica romana.
Di quell’aula del V secolo sopravvivono i mosaici pavimentali, ed è la parte più antica che si possa ancora calpestare. Nel 547 un vescovo di nome Frugifero, il primo di Trieste che conosciamo per nome, la fece restaurare e le aggiunse l’abside: lo dice un’iscrizione, e il suo monogramma si legge ancora su alcune colonnine della navata destra.

Due chiese, sei navate, una demolizione
Perché una cattedrale ha cinque navate e nessuna sembra allineata alle altre? Perché non è nata come una cattedrale: è nata come due chiese diverse, affacciate l’una sull’altra ai lati della strada principale, e qualcuno ha deciso di cucirle insieme.
A nord sorgeva la basilica episcopale di Santa Maria Assunta, a tre navate, erede diretta dell’aula paleocristiana. A sud le rispondeva il sacello di San Giusto, il martire patrono, costruito per contenerne le reliquie ed evoluto anch’esso in una chiesa a tre navate. Fra le due passava la via che saliva dal mare.
Fra il 1302 e il 1320 il vescovo Rodolfo Pedrazzani da Robecco volle una cattedrale unica e imponente, e la ottenne con l’operazione più brutale possibile: fece abbattere la navata destra dell’Assunta e la navata sinistra del sacello, e nello spazio liberato ricavò una navata nuova. Sei navate meno due più una fanno cinque, ed è esattamente il conto che spiega la pianta di oggi.
Questo è il motivo per cui le cinque navate sono asimmetriche per lunghezza e per posizione delle colonne, e per cui camminando dentro non si trova mai un asse che regga fino in fondo. Non è un difetto di esecuzione medievale: è la cicatrice della cucitura, ed è la cosa più interessante della pianta.

La conseguenza pratica è che le due chiese antiche si vedono ancora, e conviene percorrerle come tali. La navata di destra è il vecchio sacello di San Giusto, con la sua cupoletta su un giro di arcatelle e i suoi affreschi duecenteschi. La navata di sinistra, oggi del Santissimo Sacramento, è la navata principale della vecchia Santa Maria. Chi entra e va dritto verso l’altare maggiore le taglia tutte e due di traverso.

La facciata, dove una matrona romana è diventata un santo
La facciata è di arenaria, austera fino alla severità, e ha un solo elemento che si concede qualcosa: il rosone gotico in pietra carsica, sei metri e settanta di diametro, con una raggiera doppia di colonnine e trafori. La tradizione locale lo attribuisce a scalpellini chiamati da Soncino, nel Cremonese, la zona da cui veniva il vescovo, e a Trieste ne resta memoria nel nome di via dei Soncini.

Tutto il resto della facciata è materiale romano riutilizzato, e non in modo discreto. I busti bronzei di tre vescovi illustri, aggiunti nel 1862, poggiano su mensole ricavate da piedistalli romani. Fra i tre c’è Enea Silvio Piccolomini, vescovo di Trieste prima di diventare papa Pio II.
Il pezzo forte però sono gli stipiti del portale centrale. Sono le due metà di una stele funeraria romana della famiglia Barbia, segata per il lungo e rimontata in piedi ai lati della porta. Su ciascuna metà si leggono ancora i ritratti dei defunti nelle loro nicchie e le iscrizioni con i nomi, BARBIAE OPTATAE FILIAE fra le altre.
E qui c’è il dettaglio che ripaga la sosta. Nel riquadro in basso a destra è ritratta Tullia Secunda, una donna romana, con il suo nome scolpito sotto. In un momento imprecisato qualcuno le ha aggiunto un’aureola dietro la testa e un’alabarda appoggiata alla spalla: l’alabarda è lo stemma di Trieste e l’attributo di san Sergio, e la matrona è diventata un santo maschio senza cambiare faccia. Il nome inciso è rimasto quello di prima.

Il campanile: un tempio romano dentro, una guerra fuori
Che cosa ci fa un ingresso monumentale romano dentro un campanile del Trecento? Ci è finito dentro perché il campanile gli è stato costruito attorno, non accanto: nel 1337 la torre della vecchia Santa Maria fu rivestita con un muro spesso per reggere il peso della nuova chiesa, e quel muro inglobò il propileo, che era in piedi dal 50 d.C. circa. I lavori finirono nel 1343.
Il propileo era la porta della città alta, in cima alla strada che saliva dal porto, e misurava oltre diciassette metri di larghezza. Restaurato nel 2020, si presenta ancora in alzato, con basamento, colonne scanalate e attico al loro posto, e gli archeologi lo danno come caso unico a nord di Roma per questo livello di conservazione. Una parte si vede dall’esterno attraverso una grata; l’altra metà, con la scalinata che collegava i due bracci, si visita scendendo sotto il piazzale dall’Orto Lapidario del Museo Winckelmann.

Sul fianco esterno, all’altezza degli occhi, corre un fregio romano a girali riadoperato come cornice, e sopra di esso si apre un’edicola gotica con la statua duecentesca di san Giusto: regge la palma del martirio in una mano e il modello della città murata nell’altra. Guarda la testa rispetto al corpo. È fuori scala, perché viene da un’altra scultura ed è stata rimontata qui.

Il campanile era più alto di così. Nel 1422 un fulmine lo colpì e fu ridotto all’altezza attuale, che è la ragione per cui oggi appare tozzo rispetto alla mole della chiesa.
Cerca poi, nella muratura, le palle di cannone rimaste incastrate. Le sparò il bombardamento austro-britannico del 1813 contro le truppe napoleoniche asserragliate nel castello. La guerra ha lasciato un secondo segno, e questo si sente invece di vedersi: il Campanon, la campana maggiore, fu rifuso nel 1829 con il bronzo dei cannoni abbandonati dai francesi. La stessa artiglieria prima nel muro e poi nel suono delle campane.
La Theotokos: il mosaico che sta fra Ravenna e Venezia
Perché questo mosaico somiglia insieme a Ravenna, a Venezia e alla Sicilia? Perché gli studiosi non sono d’accordo su chi lo abbia fatto, e le tre ipotesi sono tutte sostenibili guardando la parete.
Nella conca dell’abside sinistra, su fondo oro, la Vergine Theotokos siede in trono con il Bambino sulle ginocchia, fra gli arcangeli Michele e Gabriele che reggono globo e labaro. La datazione corrente è la prima metà del XII secolo e l’impianto è di matrice costantinopolitana: la frontalità assoluta, il panneggio blu a pieghe rigide, il gesto immobile.

Sotto la conca corre la fascia dei dodici apostoli, ed è lì che il quadro si complica. Non stanno su fondo oro: camminano su un prato verde fiorito, con i piedi sull’erba e piccoli fiori bianchi e rossi fra le gambe. Quel prato non è bizantino, è ravennate: è lo stesso partito decorativo dell’abside di Sant’Apollinare in Classe, il mosaico che chiude qualunque visita a cosa vedere a Ravenna.
La critica assegna la fascia degli apostoli a una squadra veneziana, formatasi nel cantiere della basilica di San Marco nell’ultimo quarto dell’XI secolo, e ne trova i modi anche nella cattedrale Ursiana di Ravenna e a Santa Maria Assunta di Torcello. L’opuscolo che si trova all’ingresso della chiesa propone invece un’altra parentela, quella con i mosaici siculo-bizantini della cattedrale di Cefalù, e per estensione con il cantiere normanno di cui fa parte la Cappella Palatina di Palermo.
Non è una disputa da specialisti: è la ragione per cui Trieste conta. Nel XII secolo il mosaico bizantino in Italia si fa in tre posti, Venezia, Ravenna e la Sicilia normanna, e quasi nessuna guida cita il quarto. Il quarto sta qui, in un’abside laterale che quasi tutti superano senza girare la testa.

Il Pantocratore, e il Cristo che calpesta il serpente
L’abside di destra, quella del vecchio sacello, ospita il secondo mosaico, ed è di un’altra generazione: le fonti lo collocano attorno al 1210, opera di mosaicisti bizantini.
Al centro, in piedi e non in trono, sta il Cristo Pantocratore: slanciato, severo, con il libro nella sinistra e la destra alzata a benedire. Ai lati, disposti come in una deesis, i due patroni della città, san Giusto con la palma e san Servolo. La composizione è più asciutta di quella della Vergine e la figura di Cristo è più allungata, che è il dato su cui si appoggia la datazione più tarda.

Guarda i piedi. Cristo non poggia su un tappeto o su una nuvola: sta ritto su un suppedaneo sotto il quale sono raffigurati due animali schiacciati, l’aspide e il basilisco. È l’illustrazione letterale del salmo 90, super aspidem et basiliscum ambulabis, e nel Duecento voleva dire una cosa precisa a chi entrava: il male è già stato calpestato, non è una minaccia in corso.
Lungo il bordo inferiore della conca corre un’iscrizione latina che lega i due santi come una coppia, augurando a chi vive insieme di essere benedetto insieme. Nel contesto ha un senso politico oltre che devozionale, perché Giusto e Servolo sono due martiri locali diversi, e quel mosaico li dichiara indivisibili nello stesso momento in cui la città stava per fondere le loro due chiese.

Il pavimento del V secolo e l’abside che è del 1932
Torna al centro della chiesa e guarda in basso. Fra le sedie e il pavimento moderno affiorano i frammenti musivi paleocristiani del V secolo, con motivi geometrici e floreali in tessere bianche, rosse e nere. Sono i resti dell’aula che stava qui prima di tutto il resto, riportati alla luce dagli scavi condotti fra il 1949 e il 1952, e ne sopravvivono lembi anche nella navata sinistra.

Alza poi lo sguardo verso l’abside centrale, quella che avevi guardato entrando. È moderna, e la sua storia è una catena di sostituzioni. Nel 1423 due artisti friulani, Domenico Lu Domine e Antonio Baietto, vi dipinsero un’Incoronazione della Vergine. Nel 1843 l’abside fu ampliata, l’affresco andò distrutto e al suo posto arrivò una volta neoclassica a cassettoni; alcuni frammenti dell’affresco si conservano al castello.
Nei primi anni Trenta del Novecento l’abside fu abbattuta e ricostruita ancora, e la decorazione a cassettoni lasciò il posto a un mosaico che ripropone lo stesso soggetto di cinque secoli prima. Lo eseguì il veneziano Guido Cadorin nel 1932, con l’Incoronazione della Vergine e i martiri tergestini, e l’intenzione dichiarata era di dare continuità ai due mosaici medievali delle absidi laterali.
L’iscrizione latina sotto il soffitto dice però un’altra cosa, e la dice senza mezzi termini: i triestini eressero l’opera esultanti per essere stati accolti nel grembo della madre Italia, nell’anno quattordicesimo. Il quattordicesimo anno è contato dal 1918, cioè dal passaggio della città all’Italia. Quel mosaico è un monumento politico, e chi lo guarda sapendolo vede una pagina di storia del Novecento invece di un fondale generico.
Sotto pende il lampadario in cristallo di bottega boema, che ha una provenienza inattesa: era destinato alla sala del trono di Massimiliano d’Asburgo, il fratello di Francesco Giuseppe che partì da Miramare per diventare imperatore del Messico e fu fucilato a Querétaro nel 1867. Dopo quella fine, Francesco Giuseppe lo donò alla cattedrale.

Il castello, cioè una fortezza che non ha quasi mai combattuto
A trenta passi dalla facciata comincia il castello di San Giusto, e conviene guardarlo per quello che è: un sistema di bastioni cresciuto per tre secoli attorno a un nucleo veneziano.
Il primo castello lo costruirono i veneziani fra il 1368 e il 1371. Poi passò agli Asburgo, che lo ampliarono con calma e in tre riprese: il bastione Lalio a sudest fra il 1551 e il 1561, la cortina settentrionale nel 1595 e l’ultimo baluardo, il bastione Pomis, nel 1630. Sui camminamenti di ronda si passeggia, e da lassù si vedono insieme il golfo, i tetti della città e il colle.
Nel Seicento esisteva un progetto per rifare la fortezza da capo, allargandola a tutta la sommità della collina. Applicarlo alla lettera avrebbe comportato l’abbattimento della cattedrale, e sotto la basilica si sono trovati i basamenti interrati di un quarto bastione mai eretto. Il progetto morì da sé dopo il bombardamento francese del 1702, quando fu chiaro che una fortezza enorme su quel colle non serviva più a niente. I disegni di quel progetto si conservano a Lubiana, che da Trieste dista poco più di un’ora e mezza: se hai una giornata in più, la guida su cosa vedere a Lubiana comincia da lì.
Ed ecco il dato che rimette il castello in prospettiva. In tutta la sua esistenza questa fortezza, costruita esplicitamente per la guerra, fu usata dai militari due volte. La prima nel 1813, quando i napoleonici vi resistettero per due settimane all’assedio delle flotte austriaca, inglese e napoletana, ed è l’episodio che ha lasciato le palle di cannone nel campanile. La seconda nel 1945, quando i tedeschi vi si consegnarono alle truppe di liberazione. Fra i due episodi passano centotrentadue anni di niente.
Il biglietto comprende l’Armeria, con una raccolta di armi bianche e da fuoco, e il Lapidario Tergestino, aperto nel 2001 sul bastione Lalio, dove sono raccolte iscrizioni, sculture e frammenti architettonici romani: molti vengono proprio dagli edifici del colle di cui in superficie restano i ceppi.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 4 settembre 2026 sui siti ufficiali della parrocchia di San Giusto e del Comune di Trieste. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. Nella cattedrale si entra gratuitamente e l’offerta è gradita. Il castello costa 7 euro l’intero e 5 il ridotto, e il biglietto comprende il giro delle mura e dei bastioni, il Civico Museo del Castello di San Giusto con l’Armeria, il Lapidario Tergestino e le mostre temporanee ospitate al Bastione Fiorito. Le scolaresche pagano 1 euro a studente.
Orari della cattedrale. Nei giorni feriali apre 8.00-18.30 e la domenica e nei festivi 9.00-19.30, senza chiusura di mezzogiorno.
Orari del campanile. Da aprile a settembre si sale tutti i giorni 9.00-17.30. A marzo e in ottobre si sale tutti i giorni 9.00-12.00 e 14.30-17.00. Nei mesi invernali la salita avviene solo su appuntamento, e l’appuntamento si prende telefonando alla parrocchia.
Orari del castello. Fino all’11 ottobre apre tutti i giorni 10.00-19.00, con ultimo ingresso alle 18.30. Dal 12 ottobre apre dal martedì alla domenica 10.00-17.00, con ultimo ingresso alle 16.30, quindi d’inverno chiude il lunedì. Resta chiuso il 25 dicembre e il 1° gennaio.
Gratuità. Il castello si visita gratuitamente la prima domenica del mese e il 3 novembre, giorno del patrono.
Accessibilità. Le persone con disabilità accedono al castello da via della Rimembranza, e l’ascensore si attiva su richiesta.
Come arrivare. Il bus 24 sale sul colle dalle Rive ed evita la salita a piedi. A piedi dal centro si sale in una ventina di minuti, per via della Cattedrale o per la scalinata dei Giganti. Attenzione: sul colle sono in corso dei lavori che condizionano la viabilità e i posti auto, quindi la macchina è la soluzione peggiore.
Quanto tempo chiede. La cattedrale da sola chiede quaranta minuti, se cerchi davvero le due absidi e il pavimento. Con il campanile e il castello la mattinata si riempie: conta due ore e mezza in tutto, più il tempo che passerai sui bastioni a guardare il golfo.
Crediti fotografici: cattedrale dal foro romano di Stefan Vladuck, pavimento paleocristiano di Kritzolina, abside di Cadorin di Gianfrii, castello dal foro di Zairon (CC BY-SA 4.0); fregio e statua del campanile di Matthias Kabel, colonne del propileo e stele di Tullia Secunda di Wolfgang Sauber (CC BY-SA 3.0); basilica forense, navate e mosaici absidali di Sailko (CC BY 3.0); rosone di Andrek02 (CC0). Tutte da Wikimedia Commons.