Nella stessa visita, al Museo Revoltella, incontri l’incoronazione di un re biblico dipinta da Francesco Hayez nel 1839 e un’opera di Alberto Burri fatta di tela di sacco. Fra le due cose passano centoventi anni, e il museo li ha attraversati tutti comprando.

È questa la cosa da sapere prima di entrare, perché cambia il modo di guardare le sale. Il Revoltella non è una collezione privata congelata al momento della morte del suo proprietario: è una collezione privata a cui il proprietario ha lasciato anche i soldi per continuare. Il barone Pasquale Revoltella morì nel 1869 e nel 1872 la sua casa aprì al pubblico con dentro i suoi quadri; da allora il museo ha comprato, in gran parte alle Biennali di Venezia, e ha continuato a farlo fino al secondo Novecento.

Il risultato è un edificio che si legge come una stratigrafia. Sotto ci sono le stanze del barone, con i mobili e le tappezzerie rifatti sui colori degli inventari; sopra c’è la galleria d’arte moderna, dentro un palazzo vicino ristrutturato da Carlo Scarpa; in cima c’è una terrazza vetrata che guarda il mare. Sette livelli in tutto, circa quattromila metri quadrati e trecentocinquanta opere esposte.

Questo articolo è una guida a quello che vedi salendo, e i dati pratici sono in fondo. Se stai costruendo l’itinerario della città, il quadro generale è in Cosa vedere a Trieste.

la facciata bianca di palazzo revoltella a trieste con le statue allegoriche sulla balaustra e lo stendardo del museo

Chi era Pasquale Revoltella, e da dove venivano i soldi

Perché un commerciante di legname finisce a decidere le sorti di un canale in Egitto? Perché a Trieste, nell’Ottocento, il commercio del legname e la geografia del Mediterraneo erano lo stesso mestiere.

Revoltella nacque nel 1795 da una famiglia veneziana e arrivò in città a due anni. Dopo un apprendistato in una ditta commerciale, nel 1835 aprì una propria impresa di importazione di legnami e granaglie, che si affermò in fretta. Da lì entrò in tutto quello che contava nella Trieste asburgica: azionista delle Assicurazioni Generali, consigliere del Lloyd Austriaco, deputato di Borsa.

Poi arrivò Suez. Revoltella capì prima di molti altri che un canale fra il Mediterraneo e il Mar Rosso avrebbe rimesso Trieste sulla rotta principale delle merci, e nel 1858 andò a Parigi a trattare con Ferdinand de Lesseps. Ne uscì vicepresidente della Compagnia universale del canale di Suez, con il compito di tenere dentro l’impresa i capitali austriaci invece di lasciarla diventare un affare tutto francese. Nel 1861 andò di persona in Egitto a vedere i lavori. Revoltella è il prodotto più riuscito di una decisione politica presa un secolo prima, il porto franco del 1719, che chiamò a Trieste mercanti da tutto il Mediterraneo e diede al centro della città la forma che ha ancora: quella storia sta in Il Borgo Teresiano.

Non vide l’inaugurazione. Morì nel settembre del 1869, due mesi prima che il canale si aprisse. Non si era mai sposato e non aveva eredi diretti, e lasciò quasi tutto alla città: il palazzo, i quadri, i mobili, la biblioteca e una dotazione perché il museo continuasse ad acquistare. La dotazione è la ragione per cui oggi in questo edificio c’è anche Lucio Fontana.

Il volto del barone lo trovi nel salotto verde del primo piano, nel ritratto che Tito Agujari dipinse nel 1862: poltrona rossa, croce di un ordine cavalleresco sul petto, e in mano una carta arrotolata.

ritratto dipinto di pasquale revoltella seduto in poltrona con una carta geografica in mano

Il taglio dell’istmo di Suez, cioè il denaro fatto marmo

Sali la scala e al primo piano, prima ancora di entrare nell’appartamento, trovi un gruppo marmoreo su un alto basamento scuro, in un vestibolo con il pavimento a scagliola e quattro colonne di marmo verde di Polcevera. Si intitola Il taglio dell’istmo di Suez, lo scolpì Pietro Magni nel 1863 e Revoltella se lo fece mettere in casa sei anni prima che il canale esistesse.

Vale la pena leggerlo, perché è un’allegoria costruita pezzo per pezzo. La figura femminile in piedi è l’Europa, e tiene unite le mani di due uomini seduti ai suoi lati: il Mediterraneo e il Mar Rosso, che il canale sta per congiungere. Al centro Mercurio, dio dei commerci, osserva la scena e indica la nuova rotta alla Navigazione.

Il particolare che quasi nessuno nota sta in basso a destra, mezzo nascosto: un genietto della fama appoggiato a una lapide, che incide i nomi di chi ha partecipato all’impresa. Uno di quei nomi è il padrone di casa. Non è un monumento a un’opera di ingegneria, è un monumento a sé stesso travestito da opera di ingegneria, e nel 1863 nessuno poteva ancora sapere se l’impresa sarebbe riuscita.

Guarda anche la luce: arriva dall’alto, ed è una scelta di allestimento che stacca il marmo bianco dal fondo scuro.

il gruppo marmoreo il taglio dell istmo di suez di pietro magni nel vestibolo di palazzo revoltella

La ninfa dell’acquedotto, al piano terra

Al piano terra, in fondo all’androne, un secondo gruppo di Pietro Magni chiude la prospettiva della scala doppia. Una donna nuda esce da uno scoglio scostando un velo, un vecchio barbuto le sta accanto, due putti bevono e un genietto alato regge una fiaccola. Sul basamento corre un verso: Figlia al Timavo son, ninfa Aurisina.

Anche questo marmo, del 1858, celebra un’infrastruttura. In quegli anni Trieste aveva finito il nuovo acquedotto alimentato dalla sorgente di Aurisina, sul Carso, che sostituiva il vecchio acquedotto teresiano ormai insufficiente per una città cresciuta troppo. La ninfa è la sorgente, il vecchio è il fiume Timavo da cui la leggenda la fa nascere, i due putti che bevono sono la popolazione e le attività marittime.

Due sculture nella stessa casa, una per l’acqua che arriva in città e una per l’acqua che porta le merci: se cerchi un ritratto in due immagini di che cosa fosse Trieste nell’Ottocento, sono queste.

la ninfa aurisina di pietro magni davanti alla scala doppia del piano terra di palazzo revoltella

L’appartamento del barone, e la finestrella con le lenti

Il primo piano è la casa privata, il secondo sono le sale di rappresentanza, e la differenza fra i due si sente subito.

Di sotto ci sono la sala da pranzo privata con il rivestimento originale in carta color legno, la camera da letto con il letto in ottone e mobili sobri in acero americano, e lo scrittoio con la scrivania in mogano. Alle pareti dello scrittoio, due quadri che dicono che cosa aveva in testa il proprietario: Il canale di Suez di Alberto Rieger, del 1864, e la sua residenza estiva dipinta da Eugenio Pizzolato nel 1858.

Nel salottino d’angolo si nasconde la cosa più divertente della casa: una finestrella con un sistema di lenti, attraverso la quale il barone poteva osservare la piazza sottostante senza essere visto. Nell’ambiente più sontuoso del piano, il salotto verde, i mobili dorati hanno ripiani in alabastro egiziano e ai lati dell’ingresso pendono due specchi convessi che deformano la stanza e la fanno sembrare più lunga.

L’ultima sala del piano ospita i due dipinti storici della collezione personale: l’Incoronazione di Gioas di Francesco Hayez, del 1839, e l’Alcibiade tra le etere di Cosroe Dusi, del 1835. Nella stessa stanza c’è un tavolo con quattro sedie finemente intarsiati, che un monaco cappuccino di Trieste eseguì per Revoltella per ringraziarlo del denaro dato alla loro nuova chiesa.

l incoronazione di gioas dipinta da francesco hayez con il re bambino sul trono e la folla prostrata

Al secondo piano cambia il registro. La sala da pranzo di rappresentanza ha un tavolo da trentasei posti, e la sala da ballo è tutta finti marmi verdi e rossi dipinti a trompe l’oeil, con la luce che scende da un lucernario e un ciclo di diciassette riquadri sulle arti e i mestieri, dipinto da Augusto Tominz nel 1859. Nel salotto giallo è esposto un vaso di Sèvres regalato dal re Luigi XVIII, e in una delle sale è appeso un paesaggio attribuito a Marco e Sebastiano Ricci che è l’opera più antica di tutto il museo.

la sala da ballo di palazzo revoltella con i finti marmi dipinti gli specchi e il parquet intarsiato

L’Ottocento della galleria, cioè quello che il museo ha comprato dopo

Salendo si esce dalla casa e si entra nel museo vero e proprio, e il criterio di raccolta cambia: non più il gusto di un uomo, ma le scelte di un curatorio che andava a comprare alle esposizioni.

Il pezzo che il museo commissionò direttamente, e uno di quelli di cui va più fiero, è La preghiera di Maometto di Domenico Morelli, il grande orientalista napoletano. La cornice non è un accessorio scelto dal museo: la disegnò il pittore stesso per questa sede.

Accanto trovi l’Ottocento italiano che si comprava allora e che oggi si incontra raramente riunito in una sola sala. C’è il Bivacco di Giovanni Fattori, che è la maniera macchiaiola di raccontare la guerra guardando i soldati fermi invece delle cariche. C’è Mattino alla Giudecca di Guglielmo Ciardi, del 1892, che porta la veduta veneziana dentro la pittura di luce. C’è l’Ave Maria di Luigi Nono, un interno domestico che punta tutto sull’emozione, e c’è La campana della sera di Pietro Fragiacomo, del 1893.

Fermati però davanti al Ritorno del marinaio di Gerolamo Induno, del 1876. Il titolo promette una scena felice, il quadro ne mostra un’altra: il marinaio rientra al molo appoggiato a due stampelle, la ragazza in scialle bianco lo guarda in silenzio e in fondo, nella foschia, c’è il faro. In una città che viveva di navigazione, un quadro così non era un soggetto pittoresco.

il ritorno del marinaio di gerolamo induno con il giovane sulle stampelle al molo e il faro sullo sfondo

La Signora del cane di De Nittis, il quadro per cui si viene

L’opera più importante del museo la dipinse un pugliese a Parigi, e il museo la comprò trentasei anni dopo, a Venezia.

Signora del cane (Ritorno dalle corse) è un olio su tela di Giuseppe De Nittis, 150 per 90 centimetri, datato 1878. Una donna in abito nero cammina verso di noi con un velo scuro che le scende quasi alle labbra; tiene per il collare un cane enorme e nell’altra mano stringe uno scudiscio. Dietro di lei il Bois de Boulogne si allontana in penombra sotto un cielo al tramonto, con figurine minuscole e carrozze che tornano dall’ippodromo.

De Nittis era nato a Barletta nel 1846, si era unito ai macchiaioli a Firenze nel 1866 e nel 1872 si era trasferito a Parigi, dove espose con gli impressionisti pur restando fedele a una resa dei volumi che loro avevano abbandonato. La reputazione di pittore mondano gli costò cara in Italia: la critica di casa lo tenne a distanza per quasi tutta la vita.

Ed è qui che la vicenda diventa una storia di museo. Il quadro fu presentato all’Esposizione Universale di Parigi del 1878 con il titolo Ritorno dalle corse, piacque all’Esposizione Nazionale di Torino del 1880, e solo alla Biennale di Venezia del 1914 la critica italiana si decise a riconoscere De Nittis come un maestro. Il Revoltella lo comprò lì, in quell’occasione, quando l’autore era morto da trent’anni. Oggi porta il numero di inventario 375 ed è il pezzo più forte della raccolta.

la signora del cane di giuseppe de nittis con la donna in nero il velo sul viso e il grande cane al guinzaglio

Veruda, Svevo e il primo Novecento triestino

Che cosa ci fa un pittore quasi sconosciuto fuori da Trieste in un museo che espone De Nittis e Fontana? Quel pittore era il migliore amico di Italo Svevo, e il Revoltella ne conserva un nucleo consistente di opere.

Umberto Veruda nacque a Trieste nel 1868, studiò all’Accademia di Monaco insieme ai concittadini Carlo Wostry e Isidoro Grünhut, e tornò in città come ritrattista di successo, con una pennellata larga imparata dagli impressionisti tedeschi. Conobbe Ettore Schmitz, cioè Italo Svevo, al caffè Chiozza, e i due diventarono inseparabili: lo scultore Stefano Balli di Senilità è modellato su di lui.

Nella primavera del 1904, dopo la morte della madre di Veruda, Svevo lo ospitò a Burano. Là il pittore dipinse Fondamenta a Burano, olio su tavola, il suo ultimo quadro: tre donne che camminano lungo un rio con gli ombrellini bianchi e una cesta di frutta, tutto costruito a tocchi di colore pieno. Rientrato a Trieste, morì il 29 agosto di quell’anno, a trentasei anni.

Attenzione: il Revoltella possiede molte opere di Veruda e dei suoi contemporanei triestini (Vito Timmel, Glauco Cambon, Piero Marussig, Eugenio Scomparini), ma una parte consistente sta in deposito e la rotazione cambia. Se vieni per un quadro preciso di questo gruppo, conviene chiedere in biglietteria se in quel momento è appeso.

fondamenta a burano di umberto veruda con tre donne e gli ombrellini bianchi lungo un canale

Carlo Scarpa, il sesto piano e i ventitré anni di cantiere

Quanto può durare la ristrutturazione di un museo? Qui il cantiere è rimasto aperto ventitré anni, e l’architetto che l’aveva progettata morì quattordici anni prima che il museo riaprisse.

Il museo si allarga presto: già nel 1907 il Comune compra il vicino Palazzo Brunner, perché la casa del barone non basta più. Nel 1962 l’incarico di riorganizzare e ampliare il museo dentro Brunner e Basevi va a Carlo Scarpa, che il 5 aprile 1963 presenta il progetto: rispettare e restituire alla sua dignità originaria Palazzo Revoltella, conservare i muri perimetrali degli altri due edifici e rifarne l’interno da capo, con un piano in più.

I lavori cominciano nel 1968 e si fermano quasi subito. Scarpa rinuncia a dirigerli, il cantiere resta aperto a intermittenza per oltre vent’anni sotto Franco Vattolo e poi Giampaolo Bartoli, e Palazzo Brunner viene consegnato al museo alla fine di ottobre del 1991. Il museo riapre il 13 giugno 1992 con una mostra che si chiama Da Canova a Burri. Il museo in mostra. Scarpa era morto nel 1978: fra il suo progetto e l’inaugurazione passano ventinove anni, e lui non ne vide nessuna sala finita.

Il pezzo del progetto in cui la sua idea si legge meglio è l’ultimo, il sesto piano. È una sala con vetrate panoramiche sulla città e sul mare e con la luce che entra dall’alto, e dopo cinque piani di stanze chiuse l’effetto è quello di uscire allo scoperto.

Lassù sta il secondo Novecento italiano, comprato quasi tutto alle Biennali di Venezia fra il 1948 e il 1968. Ci sono gli astratti del Gruppo degli Otto (Afro, Corpora, Moreni, Santomaso, Morlotti, Vedova e Birolli), l’informale e lo spazialismo di Capogrossi, Scanavino, Burri e Lucio Fontana, e la figurazione di Guttuso, Zigaina e Fausto Pirandello. Fra le sculture cerca il Bambino con l’anatra di Giacomo Manzù, del 1947, il Ritratto di Carlo Carrà che Marino Marini modellò nel 1946 e il Ritratto in terracotta di Emilio Greco, del 1952, più i bronzi di Dino e Mirko Basaldella, di Agenore Fabbri e di Arnaldo Pomodoro.

Guardando il mare da quelle vetrate, con Burri alle spalle, il punto dell’articolo si chiude da solo: il barone che aveva comprato Hayez ha pagato anche questo.

Informazioni pratiche

Dati verificati il 4 settembre 2026 sul sito ufficiale museorevoltella.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.

Biglietti. Il biglietto intero costa 8 euro e comprende la sola collezione permanente, cioè tutti e sette i livelli fra Palazzo Revoltella e la galleria d’arte moderna. Il ridotto costa 6 euro. Le scolaresche pagano 1 euro a studente. Le mostre temporanee hanno un biglietto a parte, quindi verifica al momento dell’acquisto che cosa stai comprando. L’audioguida si scarica come app e costa 3,50 euro.

Orari. Il museo apre tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00 e chiude il martedì. L’ultimo ingresso è alle 18.00. Il museo resta aperto nei festivi nazionali e il 3 novembre anche quando quei giorni cadono di martedì. Chiude il 25 dicembre e il 1° gennaio, mentre il 24 e il 31 dicembre chiude alle 14.00.

Gratuità. Si entra gratis la prima domenica del mese e il 3 novembre, giorno di san Giusto, patrono della città.

Come arrivare. Il museo occupa un intero isolato su piazza Venezia, con l’ingresso in via Diaz 27. Dalla piazza dell’Unità d’Italia ci arrivi in cinque minuti a piedi seguendo le rive. Dalla stazione di Trieste Centrale il percorso a piedi richiede poco più di venti minuti.

Accessibilità. Sono accessibili tutti i piani della galleria d’arte moderna, più il piano terra e il secondo piano di Palazzo Revoltella. Al momento i cani non sono ammessi, per una limitazione temporanea legata alla sicurezza delle opere.

Quanto tempo chiede. L’appartamento del barone e le sale di rappresentanza prendono quaranta minuti. Salendo fino al sesto piano e fermandosi sulle opere principali, la visita completa chiede un’ora e mezza. Se vuoi guardare anche la sezione ottocentesca sala per sala, mettine in conto due.

Il Revoltella è a pochi minuti dal cuore della città, quindi si incastra in mezza mattina dentro l’itinerario di Cosa vedere a Trieste. Il consiglio è di non tenerlo per ultimo: dopo cinque piani, la terrazza del sesto merita di essere guardata con la testa ancora fresca.

Crediti fotografici: facciata di Szeder László; gruppo del Taglio dell’istmo di Suez, ninfa Aurisina e sala da ballo di Reinhard Dietrich (CC BY-SA 4.0). Tutte da Wikimedia Commons; le riproduzioni dei dipinti sono di pubblico dominio.