A cinquanta metri da piazza Santa Maria in Trastevere, dove finiscono i tavolini e comincia una piazzetta silenziosa, c’è un portone che quasi nessuno apre. Dentro, in una sala al primo piano, centoventi acquerelli mostrano una Roma che non esiste più: i porti sul Tevere, le case appoggiate all’acqua, i vicoli demoliti.
Li dipinse Ettore Roesler Franz mentre quella città veniva buttata giù, e sono il motivo per cui questo museo vale una mattina. Il posto si chiama Museo di Roma in Trastevere, e il nome è la prima cosa da chiarire, perché il Museo di Roma vero e proprio è un altro, occupa Palazzo Braschi e racconta un’altra storia: là ci sono i papi, le carrozze e le grandi feste, qui c’è la città dal basso.
Le sei cose che ti segnalo sono tutte al primo piano, tranne la prima, che è l’edificio. Il museo chiude il lunedì e ha due tariffe diverse a seconda che ci sia una mostra o no, e su questo torno alla fine.
Perché un pittore si mette a dipingere una città proprio mentre la stanno demolendo?
Si parte!
L’edificio: da monastero a sanatorio per bambini
Il museo occupa una parte del complesso che fu il monastero delle Carmelitane Scalze di Sant’Egidio. Le monache ci restarono fino all’Unità, poi lo Stato espropriò l’edificio e cominciò la parte strana della sua storia.
Sopra la porta d’ingresso resta la lunetta affrescata che le monache avevano davanti agli occhi: una giovane inginocchiata in bianco davanti alla Madonna, due carmelitane velate accanto, e in basso un cartiglio con la frase VENI ELECTA MEA, l’antifona che si cantava quando una novizia prendeva il velo. Poi l’edificio diventò una caserma municipale. Poi, nel 1921, fu trasformato in un sanatorio antimalarico per bambini, intitolato al medico Ettore Marchiafava: la malaria nell’Agro Romano era ancora una malattia di massa, e Marchiafava era uno degli studiosi che ne avevano identificato il parassita. Il museo ha aperto qui nel 1977, dopo il restauro.
Ricordatelo salendo le scale, perché è il museo che racconta la Roma popolare dentro un edificio che quella Roma l’ha curata e ospitata. Guarda le finestre sul chiostro: la scala delle stanze è quella di un convento, non quella di un palazzo, ed è il motivo per cui le sale sono piccole e si visitano in fila.

1. I 120 acquerelli di Ettore Roesler Franz
Ecco la risposta alla domanda dell’apertura, ed è una risposta pratica prima che poetica. Fra il 1878 e il 1896 Roma stava cambiando faccia: si costruivano i muraglioni del Tevere per fermare le piene, e per farlo si demolivano i porti fluviali, i mulini galleggianti, le case che scendevano fino all’acqua e interi tratti di città sulle due rive.
Roesler Franz li dipinse ad acquerello mentre sparivano, uno dopo l’altro, in tre serie da quaranta. Tutti li conosciamo come Roma sparita, ma non è il titolo che scelse lui: la serie si chiama Roma pittoresca. Memorie di un’era che passa, e il nome dice che il pittore sapeva perfettamente che cosa stava facendo. Il Campidoglio comprò le centoventi vedute fra il 1883 e il 1908, e sono tutte qui.
Non guardarli come cartoline. Guardali come si guarda una documentazione: l’acquerello era la tecnica più rapida a disposizione, e in molti fogli si vede che il pittore sta lavorando in fretta, davanti a un cantiere. Il paradosso è che l’immagine di Roma che oggi consideriamo più romantica, quella dei panni stesi sul fiume e delle barche legate alle case, la conosciamo perché qualcuno la stava distruggendo.


2. Le sei Scene romane a grandezza naturale
Al primo piano ci sono sei ambienti ricostruiti con manichini a grandezza naturale, che mettono in scena la vita romana dell’Ottocento: la bottega, l’osteria, la strada.
Che cosa distingue questi ambienti da un diorama qualsiasi?
Le figure servono a rimettere gli oggetti nella posizione in cui qualcuno li adoperava. Un mestolo dentro una vetrina è un oggetto; lo stesso mestolo in una mano è un gesto.
Accanto alle scene c’è un presepe, ed è coerente con il resto: a Roma il presepe era una forma di teatro domestico, cioè un altro modo di mettere in scena la città con i pupazzi.
3. La stanza di Trilussa
Una sala intera conserva gli oggetti personali di Trilussa, cioè Carlo Alberto Salustri, il poeta che scrisse in romanesco per quarant’anni e che di questa città fu il cronista in versi.
Che cosa ci fa lo studio di un poeta dentro un museo etnografico?
Perché la sua opera è esattamente il materiale di questo museo, scritto invece che raccolto. Trilussa non faceva poesia dialettale nel senso nostalgico: usava il romanesco per parlare di politica, di guerra e di potere, e le sue favole in versi passavano la censura proprio perché sembravano innocue. La stanza tiene insieme la scrivania, le fotografie e gli oggetti che aveva intorno.
Cerca le dediche e le fotografie con i personaggi del suo tempo. Sono il pezzo che dice meglio di ogni cartellino quanto fosse una celebrità, e non un poeta minore da antologia scolastica.
4. I settantasei dipinti di Diego Angeli sul Caffè Greco
Questo è il nucleo che quasi nessuno si aspetta di trovare qui. Diego Angeli, scrittore, critico e pittore, dedicò settantasei oli al Caffè Greco di via Condotti, il caffè aperto nel Settecento e frequentato da due secoli di artisti e scrittori stranieri a Roma.
È una serie e va guardata come tale. Un locale solo, dipinto decine di volte: i tavolini, le sale in fondo, le persone sedute. Angeli stava facendo per un interno quello che Roesler Franz aveva fatto per la città, cioè fissare un luogo che considerava minacciato dal tempo.
Guarda la luce delle sale interne. Il Caffè Greco è un ambiente stretto e lungo, e il problema di chi lo dipinge è sempre lo stesso: come si rende un posto che non ha finestre.
5. Le tre tele giovanili di Gino Severini
In mezzo alle raccolte romane ci sono tre dipinti giovanili di Gino Severini, che è un nome che qui suona fuori posto: Severini è uno dei firmatari del manifesto della pittura futurista, e la sua fama viene da Parigi e dalla scomposizione del movimento.
Il motivo per guardarli è proprio questo. Sono opere di prima, di quando Severini era un giovane pittore a Roma e non aveva ancora incontrato il futurismo. Vedere il punto di partenza di un artista che poi ha fatto tutt’altro è una cosa che i grandi musei monografici raramente ti concedono, perché espongono i capolavori.
6. Le fotografie di Trastevere che cambia
L’ultima sezione è fotografica, e porta tre nomi: Mario Carbone, Emilio Gentilini e Gianni Turillazzi. Le loro fotografie documentano Trastevere e la vita quotidiana romana nel Novecento, cioè il rione mentre diventa quello che vedi adesso uscendo dal portone.
È la sezione che rende questo museo diverso da una raccolta di antichità, e conviene tenerla per ultima. Dopo gli acquerelli di una città demolita nell’Ottocento, le fotografie mostrano lo stesso meccanismo un secolo dopo, con un’altra tecnica e un altro quartiere: case popolari che diventano ristoranti, panni stesi che spariscono, botteghe che chiudono.
Esci e guarda la piazza. È il confronto che il museo ti mette in mano senza dirtelo.

Informazioni pratiche
Dati verificati il 18 settembre 2026 sul sito ufficiale museodiromaintrastevere.it. Prezzi e orari cambiano: ricontrolla prima di partire.
Biglietti. Le tariffe sono due e la differenza dipende dalle mostre. Con una mostra in corso l’intero costa 13 euro e il ridotto 8,50, e il biglietto comprende il museo e le esposizioni temporanee. Quando non c’è nessuna mostra, il solo museo costa 9,50 euro e il ridotto 5. Chiedi in cassa quale delle due stai pagando, perché qui una mostra è quasi sempre aperta. Gratuità. Dal febbraio 2026 entrano gratis i residenti a Roma e nella Città Metropolitana che mostrano la carta d’identità in cassa. Entrano gratis anche i possessori della MIC card, le persone con disabilità con un accompagnatore e le scolaresche, con un insegnante ogni dieci alunni. Orari. Da martedì a domenica 10:00-20:00, con l’ultimo ingresso un’ora prima della chiusura. Il museo resta chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre. Il 24 e il 31 dicembre apre 10:00-14:00. Come arrivare. Il museo è in piazza Sant’Egidio 1/b, a un passo da piazza Santa Maria in Trastevere. Gli autobus 23 e 280 fermano sul lungotevere, il tram 8 e i bus che arrivano a piazza Sonnino ti lasciano dall’altra parte del rione, e da entrambe le fermate si cammina meno di dieci minuti. Quanto tempo prevedere. Le sei cose di questa guida chiedono un’ora. Mettine una e mezza se ti fermi sugli acquerelli uno per uno, e due se c’è una mostra che ti interessa.
Da qui in poi
Il museo gemello, quello che racconta la Roma dei papi e delle famiglie invece di quella dei rioni, è Museo di Roma a Palazzo Braschi: 7 opere da vedere, dall’altra parte del fiume a piazza Navona. I due insieme fanno la storia della città vista dai due lati.
Se resti in Trastevere, a dieci minuti a piedi lungo via della Lungara ci sono Villa Farnesina, con il Trionfo di Galatea di Raffaello, e la Galleria Corsini: tutte e due chiudono presto, quindi conviene farle la mattina e tenere questo museo per il pomeriggio. La mappa completa delle collezioni della città è in Musei di Roma: gli 8 imperdibili.
Crediti fotografici: gli acquerelli di Ettore Roesler Franz sono fotografati da Francesco Bini (CC BY-SA 4.0); la lunetta del chiostro è di Lalupa (CC BY-SA 4.0); l’esterno del museo è di Roundtheworld (CC0), tutte da Wikimedia Commons. Gli acquerelli in sé sono di pubblico dominio.
